Chi siamo

La Scintilla è un collettivo nato nell’estate del 2010. È formato da compagne e compagni uniti dalla volontà di sviluppare la lotta anticapitalista e internazionalista in Ticino e fuori cantone. La Scintilla è un’organizzazione orizzontale aperta a tutti coloro che rifiutano l’economia di mercato, portatrice di gravi disuguaglianze sociali, e che si impegnano nella costruzione di un futuro senza padroni. La Scintilla si impegna nella lotta contro il razzismo e la discriminazione dei migranti, così come nella solidarietà con i popoli oppressi che rivendicano il diritto all’autodeterminazione. La Scintilla partecipa attivamente alle mobilitazioni politiche sul territorio e organizza momenti di formazione diretti alle compagne e ai compagni interessati. Dal novembre 2014, la Scintilla ha aderito alla Rete Noi Saremo Tutto (http://www.noisaremotutto.org). Organizzarsi e Lottare ! Collettivo Scintilla

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11.12 // OFFICINE DI BELLINZONA: NON UN PASSO INDIETRO

A 10 anni dalla mobilitazione che ha riscosso una solidarietà popolare quasi senza precedenti in Ticino, le Officine di Bellinzona sono nuovamente sotto attacco e necessitano più che mai dell’aiuto di tutte e tutti noi.

Nel 2013 Officine, FFS e autorità comunali e cantonali raggiungono un accordo in merito al Centro di competenze dei trasporti, il quale raccoglie anche il via libera dallo studio di fattibilità commissionato alla SUPSI. La convenzione sottoscritta dalle parti prevede, tra le altre cose, la garanzia da parte delle FFS sul mantenimento del volume di lavoro e l’attuazione di una strategia di sviluppo; entrambe sul medio-lungo termine con un periodo di transizione di circa 5-7 anni.

A settembre 2015 viene nominato il direttore del Centro di competenze e il progetto si avvia. Apparentemente sembra che le parti abbiano raggiunto un obiettivo condiviso e comune: fin da subito, però, i lavoratori dichiarano che le FFS non stanno rispettando gli accordi, in quanto la mole di lavoro è in deficit di parecchie ore e, conseguentemente, alcuni lavoratori sono già stati licenziati. Nei mesi a seguire le maestranze delle Officine, oltre a lamentare la diminuzione delle ore lavorative, chiedono a gran voce più chiarezza e conferme da parte delle FFS con la speranza che la visione comune sugli obiettivi discussi in precedenza trovi poi conferme nella realtà Da sempre i lavoratori propongono di attuare una diversificazione sul mercato, accogliendo anche commesse da terzi attori e introducendo un settore legato alla ricerca e allo sviluppo. Il tutto a favore di una maggiore autonomia sia a livello decisionale sia a livello produttivo, in quanto le Officine hanno una struttura solida e conforme, che potrebbe accogliere molte e varie commesse, come ad esempio la manutenzione dei TILO. Inoltre, i lavoratori detengono quelle competenze e conoscenze che permetterebbero loro un ulteriore sviluppo verso nuovi settori. Insomma le Officine sono un’ottima occasione di progresso comunale e regionale.

Tuttavia, negli anni, le rivendicazioni basilari rimangono inascoltate e i licenziamenti diventano sempre più numerosi: dal 2013 ad oggi sono stati licenziati 130 lavoratori, che corrispondono a circa il 25 per cento delle maestranze

Di fatto le FFS hanno completamente ignorato gli accordi pattuiti in precedenza: le Ferrovie federali non hanno mai seriamente preso in considerazione di mantenere e sviluppare le Officine di Bellinzona. Un comportamento scandaloso, soprattutto in quanto ad attuarlo è un’ex regia federale. Ma non sono da meno le autorità nostrane: il governo ticinese e il Municipio di Bellinzona hanno semplicemente lasciato passare il tempo, sperando che la situazione si risolvesse da se e che l’attenzione popolare scemasse, per poter poi riqualificare il terreno a favore di interessi economici maggiori.

Tutti e tre gli attori in questione – FFS, Consiglio di Stato e Municipio di Bellinzona – hanno siglato degli accordi ben precisi con le Officine , ma poi nella realtà dei fatti questi non sono mai stati

realmente rispettati.

Ora le FFS propongo quattro nuovi scenari per le Officine, mai discussi in precedenza: quello su cui sono più orientate è lo spostamento della struttura a Castione con il conseguente licenziamento di metà del personale. Tenendo conto che il 25% dei lavoratori è già stato lasciato a casae che nel lasso di tempo fino all’effettiva edificazione della nuova struttura passeranno altri anni, il personale attuale delle Officine sarà de facto completamente azzerato. Una presa in giro colossale, fiancheggiata anche e soprattutto dalle autorità cantonali e comunali, le quali hanno dimenticato gli accordi siglati nel 2013 e tutte le belle parole spese all’epoca della mobilitazione a difesa dei lavoratori delle Officine.

Alla luce degli ultimi sviluppi, i lavoratori e le lavoratrici delle Officine proseguono strenuamente la loro lotta e il Collettivo Scintilla si posiziona solidale al loro fianco!

Il 16 dicembre alle 16.30 vi invitiamo dunque tutte e tutti a partecipare in Pittureria (situata nello stabile delle Officine) all’assemblea popolare, seguita dalla cena e da una serata in musica!

Contro lo smantellamento programmato, contro ogni chiusura, contro qualsiasi variante che non sia quella giusta per i lavoratori e le lavoratrici, organizzarsi e lottare!

6.12 // Catalunya ARA! Non un passo indietro!

Dal mese di dicembre, il Collettivo Scintilla inizierà una collaborazione con i Quaderni editi dal ForumAlternativo, nei quali avremo una pagina dove discuteremo dei temi che da sempre contraddistinguono la nostra militanza: lotte operaie e internazionalismo.

Per questo numero, ci siamo focalizzati sulla questione catalana, introducendo il contesto dell’indipendenza catalana e intervistando Marco Santopadre su prospettive e futuro della votazione catalana.

 

IL CONTESTO

Il movimento indipendentista catalano ha radici che affondano lontano nella storia. Dopo la sconfitta nella Guerra di successione (1714) la Catalogna attraversa due secoli caratterizzati da un alternarsi di momenti di repressione e di relativa autonomia.

A inizio 900 nascono vari movimenti politici nazionalisti catalani: organizzazioni operaie e sindacali che lottano strenuamente contro le imposizioni militari ed economiche spagnole, rivendicando dapprima una piena autonomia e in seguito radicalizzando la propria posizione indipendentista.

Nel 1931 Francesc Macià col partito Esquerra repubblicana de Catalunya (ERC) vince le elezioni regionali e proclama la Repubblica catalana indipendente. Durante la Guerra civile spagnola (1936-1939) la Catalogna si schiera contro il regime franchista. Una volta al potere, il dittatore Franco nega ogni forma di autonomia alla regione e vieta l’uso della lingua catalana. Al termine della dittatura (1975) il governo catalano viene ripristinato (1977). Tuttavia, lo Stato spagnolo rimane autoritario, l’imposizione di un re persiste, le idee franchiste non vengono abbandonate del tutto e la Spagna resta una nazione unica e indivisibile.
Nel 2003 una coalizione di sinistra vince le elezioni catalane e propone una modifica dello Statuto di autonomia (2006), volta al rinnovamento delle condizioni auto-governative rimaste al lontano 1979. Dopo una prima conferma generale, nel 2010 il Tribunale costituzionale spagnolo annulla lo Statuto di autonomia e il riconoscimento nazionale della Catalogna.

Ne seguono mobilitazioni e proteste che per la prima volta nel XI secolo raggiungono le masse. Il 2011 segna il ritorno al potere nazionale del Partito popolare (PP) di centro-destra, il quale – anche servendosi della crisi economica – attua un piano di ricentralizzazione del potere, stringendo sulle libertà delle comunità autonome e aumentando loro il peso fiscale. Nel 2012 l’obiettivo della Catalogna, sostenuto da un movimento di massa trasversale e intergenerazionale, è l’indipendenza vera e propria; nello stesso anno la Candidatura d’unità popolare (CUP) – partito indipendentista – ottiene un buon risultato alle elezioni parlamentari.

Nel 2014 il governo catalano indice un referendum informale consultivo: il risultato è netto, l’80% dei votanti vuole l’indipendenza. Alle elezioni regionali del 2015 il CUP raddoppia i propri seggi favorendo Carles Puigdemont. In seguito il nuovo governo indipendentista avvia il processo istituzionale che porta al referendum catalano del 1° ottobre 2017.

 

L’INTERVISTA

Marco Santopadre – giornalista freelance italiano –, assieme a una delegazione di una decina di altri compagni provenienti da realtà quali la Rete dei comunisti, Eurostop, Noi Restiamo e USB (Unione sindacale di base), è volato a Barcellona a fine settembre per seguire dal vivo la votazione al referendum relativo all’indipendenza della Catalogna dallo Stato spagnolo. Il Collettivo Scintilla l’ha intervistato per conoscere i dettagli di questa esperienza e interrogarsi sul futuro della Catalogna, le relazioni con altre realtà che anelano all’indipendenza e sull’ambiguità e i posizionamenti della sinistra spagnola – dal fronte istituzionale a quello marxista ortodosso.

 

Marco, ci puoi raccontare della situazione che hai trovato quando sei arrivato a Barcellona?

Quando siamo arrivati a Barcellona abbiamo trovato una situazione di mobilitazione permanente: già il 28 settembre si è svolta una grande manifestazione studentesca come preludio alla votazione che si sarebbe tenuta da lì a tre giorni. Inoltre, in molti quartieri si erano formati Comitati che avevano lo scopo di gestire sul territorio la partecipazione popolare al referendum e di difendere in un secondo momento le urne elettorali e i risultati: le discussioni svolte da questi Comitati vertevano su argomenti quindi anche tecnici, oltre che ideologici. Si evince dunque come vari livelli abbiano preparato, gestito e difeso il voto: dalle istituzioni catalane alle organizzazioni politiche passando per grandi associazioni di massa fino ad arrivare ai Comitati di quartiere.

Onde evitare la chiusura delle scuole alla fine delle lezioni – come ordinato ai presidi da parte dalla polizia -, il venerdì precedente al voto le associazioni delle famiglie vi hanno organizzato varie attività affinché queste non fossero deserte. Durante la notte le stesse scuole sono poi state occupate in massa dai cittadini catalani fino alla domenica sera: durante quest’occupazione abbiamo potuto assistere all’organizzazione dei seggi e alla preparazione tecnica della resistenza.

Domenica mattina sono infatti iniziati gli attacchi nelle scuole, concentrati in quelle più importanti, a Barcellona ma anche a Tarragona e a Girona: per veicolarli al meglio, in quanto sarebbe stato impossibile attaccare tutte le scuole, il governo di Madrid ha fatto una selezione dei seggi più significativi in ragione del numero di votanti e del livello d’indipendentismo dei vari quartieri. Nel pomeriggio, le cariche violente si sono esaurite in quanto la polizia si è resa conto dell’impossibilità d’opporsi alla mole di gente che si recava a votare e alla sua resistenza passiva. Mi preme rilevare che comunque alcune centinaia di migliaia di catalani non hanno potuto votare a causa dei seggi chiusi o dell’hackeraggio del sistema informatico, mentre in altri casi le schede già votate sono state sequestrate dalla polizia.

A seguito della votazione – e come risposta alla brutalità messa in atto da Madrid – il 3 ottobre è stato indetto uno sciopero generale in tutta la Catalogna, al quale hanno aderito ampie frange di lavoratori: la partecipazione dei lavoratori è stata molto importante, giacché sono entrati in campo in maniera consistente dopo un primo momento di egemonia da parte dei partiti e delle associazioni rappresentative della piccola borghesia.

 

Esistono dei legami fra le diverse realtà indipendentiste dello Stato spagnolo?

Bisogna innanzitutto sottolineare che in Catalogna fino al 2010 – a differenza di altre regioni dello Stato spagnolo – non esisteva una reale spinta indipendentista se non in alcuni settori di estrema sinistra, poiché maggioritariamente il catalanismo era orientato su una posizione autonomista/regionalista, che verteva sull’aumento dell’autogoverno all’interno dello Stato spagnolo. Poi sono avvenute diverse crisi: da una parte il rifiuto di Madrid di approvare la riforma dello statuto di autonomia catalano del 2006, la quale voleva aumentare le prerogative di autonomia della Generalitat, ha convinto molti autonomisti che l’indipendenza fosse l’unica via praticabile. Dall’altra, l’impatto e la gestione della crisi economica sia da parte di Madrid sia del governo catalano hanno spinto ampi settori popolari e della piccola borghesia – lontani sin lì dalla politica e dalle lotte – a politicizzarsi. Questo doppio fenomeno ha quindi cambiato il quadro precedente, passando da un quadro autonomista a uno indipendentista (che non sono sinonimi, anche se talvolta le due categorie vengono erroneamente equiparate). Questo cambiamento ha avuto un impatto su altri movimenti indipendentisti che sono un po’ in impasse in questo momento storico, soprattutto nei Paesi Baschi dopo la fine della lotta armata, o in Galizia. Durante il voto in Catalogna, gli indipendentisti baschi si sono uniti alla lotta: 1’500 attivisti baschi sono infatti arrivati a Barcellona all’interno di una esperienza che ha rivitalizzato indirettamente anche il movimento in Euskal Herria. Una rottura della Catalogna dallo Stato spagnolo costituirebbe un enorme precedente da seguire da altre realtà, ma mi preme sottolineare che quanto si sta muovendo ora in Catalogna è espressione unicamente del movimento catalano, non esiste una direzione condivisa con altri gruppi indipendentisti a livello statale.

 

La sinistra si è divisa di fronte a questo voto: oltre a chi difende e supporta il movimento indipendentista, troviamo Podemos che – a livello statale  – in quest’occasione difende l’unità spagnola e alcuni ortodossi marxisti che bollano come reazionaria la lotta per l’indipendenza. Cosa ne pensi?

Podemos rappresenterebbe sicuramente una novità positiva in un paese reazionario come la Spagna, in quanto teoricamente riconosce il diritto all’autodeterminazione dei popoli dello Stato. Però questa si è rivelata essere solo una dichiarazione di principio, perché poi, alla resa dei conti, Podemos si è posizionato contro il referendum in quanto “unilaterale” e chiedendo ai catalani di fermarsi per indire poi un referendum concordato con lo Stato che però non è possibile convocare. Questa dichiarazione di principio condivisibile e per certi versi ‘coraggiosa’ di Podemos non ha quindi legami con la realtà, perché non esiste una forza politica che possa obbligare Madrid a indire tale referendum e a cambiare la Costituzione. La posizione di Podemos rischia di costituire solo un alibi senza riscontri concreti: in Catalogna esistono ora le condizioni per una rottura con uno degli Stati più reazionari dell’Unione europea, ma Podemos non si confronta con questa realtà, sostenendo lo status quo senza approfittare delle possibilità concrete create ora dai catalani.  Conseguentemente, Podemos si sta spaccando su quest’ambiguità, perché difende fondamentalmente l’unità dello Stato, quando in Catalogna ormai è noto che non esiste la possibilità di un cambiamento costituzionale: il suo discorso perde dunque valore. Podem – parte della sezione catalana di Podemos – si è avvicinata al movimento indipendentista, rifiutandosi di aderire alla coalizione Catalunya en Comú di Ada Colau.

Anche alcuni marxisti ortodossi difendono teorie che come Podemos hanno un carattere libresco ma nessun aggancio con la realtà concreta. Vorrebbero infatti buttare a mare un movimento di potenziale rottura in nome di una trasformazione socialista e confederale dello Stato spagnolo che al momento non è all’ordine del giorno. Si condannano così alla mera testimonianza degli accadimenti attuali invece di farne parte, mettendosi di fatto dalla parte dello status quo. Bisogna comunque sottolineare che esistono anche movimenti marxisti ortodossi e forze di sinistra radicale a favore dell’indipendenza catalana in tutto lo Stato Spagnolo.

 

Quale scenario futuro si prospetta a seguito del referendum e della vittoria indipendentista?

È difficile prevedere cosa succederà nella realtà. Il governo catalano retto da Puigdemont non mira realmente a una rottura con lo Stato spagnolo: si trova in questa situazione perché obbligato da anni di mobilitazione popolare, ma è alla ricerca di una trattativa con Madrid, al fine di mantenere lo status quo dal punto di vista economico e sociale. Ma d’altro canto, lo Stato spagnolo non è la Gran Bretagna, e in nome dello sciovinismo sul quale si regge lo Stato, non potrebbe in alcun modo accettare una Catalogna indipendente. Madrid quindi ha agito reprimendo e sospendendo il governo catalano, che ora si trova stretto fra lo sciovinismo di Madrid e la pressione popolare che chiede al governo di Barcellona di essere conseguente e rispettare le promesse. C’è il rischio che il tutto si riduca a una schermaglia, a una trattativa al ribasso fra le élite catalane e quelle spagnole, mentre la pressione popolare potrebbe rappresentare una rottura degli equilibri in senso progressista. Le vie restano dunque aperte in questa doppia direzione.

 

 

9.11 // LE OFFICINE DI BELLINZONA NON SI TOCCANO

 

Dopo il tentativo di chiusura definitiva delle Officine del 2008, ora le Ffs ci riprovano: sebbene non sia ancora ufficiale, sembra proprio che la regia federale miri a dimezzare entro il 2026 il numero di maestranze – passando dunque da 400 a 180 operai – a seguito della delocalizzazione da Bellinzona a Castione.

Invece di essere salvaguardate, dopo che sono state strenuamente difese con le unghie e con i denti da lavoratori e popolazione tutta, le Officine sono nuovamente sotto attacco. Prima la delocalizzazione dalla sede storica di Bellinzona, che già faceva presagire il peggio, ora questa notizia: tutto fa intendere che il futuro sarà sempre più plumbeo e che la prossima decisione delle Ffs punterà a ciò che non è riuscita a ottenere nel 2008.

Il Collettivo Scintilla si oppone fermamente alla chiusura delle Officine di Bellinzona, come a qualsiasi altro attacco alla classe lavoratrice. La chiusura delle Officine è un simbolo, rappresenta un assalto sempre più spietato ai diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, in un mondo salariato sempre più precario. Ogni giorno si assiste a un peggioramento di questi diritti: è di questi giorni, per esempio, la proposta di flessibilizzazione degli orari di lavoro avanzata dalle piccole e medie imprese, fino a un totale di 50 ore lavorative settimanali. Non è invece una notizia nuova il fatto che l’utilizzo di lavoratori interinali sia sempre più importante da parte delle imprese, ciò che ha comportato la creazione di un nuovo status lavorativo permanente. Come pure è già ampiamente assodato che le condizioni salariali e sociali siano sempre più precarie.

E chi ingrassa è sempre e solo il capitale, sulle spalle di tutte e tutti noi. Non possiamo assistere inermi di fronte a questo peggioramento continuo, che non pare si voglia arrestare. Le cose andranno sempre peggio, non è più il tempo di adottare dei palliativi, questo sistema non può e non dev’essere riformato.

Nel 1865, nel saggio “Salario, prezzo e profitto”, Karl Marx affermava che: “Eppure, tutta la storia dell’industria moderna mostra che il capitale, se non gli vengono posti dei freni, lavora senza scrupoli e senza misericordia per precipitare tutta la classe operaia a questo livello della più profonda degradazione”. La misura è colma, non possiamo più accettare che il capitale faccia sprofondare lavoratori e lavoratrici in una crisi più profonda: salvare le Officine e salvare tutta la classe lavoratrice dev’essere la nostra parola d’ordine.

CONTRO CAPITALE E PRECARIATO, PER LE OFFICINE E PER TUTTI I LAVORATORI E LE LAVORATRICI, ORGANIZZARSI E LOTTARE!

19.09 // LOTTARE CONTRO L’IMPOSSIBILE E VINCERE

Nekane Txapartegi, l’attivista basca incarcerata a Zurigo dall’aprile del 2016, è stata scarcerata nella notte di venerdì sera – dopo più di diciotto mesi di prigione. Diciotto mesi di prigionia con una spada di Damocle pendente sulla testa, col rischio di essere estradata da un momento all’altro nello Stato spagnolo, quello stesso Stato che – per mano dei suoi cani da guardia, la Guardia Civil – l’ha torturata e stuprata nel 1999, al fine di farle confessare di essere una terrorista. E giovedì, dopo questi mesi angoscianti per Nekane, la sua famiglia e i suoi compagni, l’Audencia Nacional ha fatto cadere le accuse nei suoi confronti e la conseguente richiesta di estradizione.

Sembrava impossibile, ma l’attivismo, la determinazione e la mobilitazione dei compagni hanno sconfitto la macchina da guerra messa in moto dallo Stato spagnolo e la codardia e la connivenza dello Stato svizzero. Nekane – se non fosse fuggita nel 1999 – avrebbe dovuto scontare in carcere quasi sette anni, nelle mani dei suoi aguzzini, che nella più totale impunità le avrebbero fatto scontare ogni giorno della sua vita le denunce di tortura e stupro che Nekane fece a suo tempo. Ora è libera.

Cosa c’insegna questa importante vittoria? Sicuramente che solo la lotta paga, che ogni battaglia – anche quella che appare più improbabile, più difficile – vale la pena di essere combattuta. Come Fidel e il Che che con altri quindici compagni sulla Sierra Maestra sono riusciti a instaurare un movimento rivoluzionario, come le compagne e i compagni curdi che soli hanno liberato Kobane, bisogna lottare contro l’impossibile. E, qualche volta, vincere.

L’immobilismo, il pensare che questa lotta non valga la pena di essere combattuta o – ancora peggio – che ci saranno altri compagni capaci di portare avanti la battaglia, che il nemico da fronteggiare è troppo forte e potente per poterlo sconfiggere, rappresentano solo scuse. La verità è che solo combattendo ogni giorno – anche perdendo, subendo cocenti sconfitte, credendo che tutto sia perduto -, dedicando la propria vita alla mobilitazione, si può vincere.

La vittoria di Nekane è la vittoria di tutte le compagne e di tutti i compagni che non retrocedono di un passo, che non hanno mai smesso di crederci. Oggi si festeggia con e per Nekane, ma domani si dovrà ricominciare nuovamente a lottare, perché se Nekane è fuori dal carcere, altre centinaia di compagne e compagni languono imprigionati in ogni parte del mondo e bisogna combattere per ognuno di loro, perché nessuno va lasciato indietro. L’internazionalismo e la lotta per la giustizia sociale devono essere i pilastri su cui si deve basare il nostro sentire quotidiano.

Perché, come dice José Maria Lorenzo Espinosa: “La rivoluzione sarà possibile quando nessuno sarà indispensabile, ma tutti si comporteranno come se lo fossero”.

 

PER LA LIBERTÀ DI TUTTE LE COMPAGNE E DI TUTTI I COMPAGNI NELLE CARCERI, ORGANIZZARSI E LOTTARE.

29.07 // ANTIRACUP TICINO – SESTA EDIZIONE


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Il 29 LUGLIO 2017 al Campo Vomero di Lumino, si terrà la sesta edizione del torneo Un Calcio al Razzismo – Ticino.

Al termine del torneo, ci sarà l’aperitivo e la cena, mentre dalle 20.30 si terrà un Dj Set con i JEMANI JAHKA SOUND (reggae, Ticino) e poi, fino all’1, si ballerà nello ska-reggae-militant party con RUDIE PRESSURE BOYS (Roma) PAPAMAURY SELECTA (Alberobello) e ZURITO DA BIDEA & DIGGEI BELZY (Bellinzona).

LE ISCRIZIONI SONO DUNQUE APERTE per la sesta edizione dell’ANTIRACUP TICINO, fino al 16 LUGLIO 2017. Iscrivi la tua squadra (5 giocatori più il portiere e le riserve) mandando una mail a ucar@autistici.org o un messaggio a questa pagina con :

– Nome squadra
– Nome responsabile
– Numero di telefono responsabile

A ogni squadra che si iscrive verrà richiesto un contributo generale di 30 CHF per aiutare a coprire le spese della giornata.

Il numero di squadre è limitato. Prima vi iscrivete, meglio è.

 

LOVE FOOTBALL, HATE RACISM!

16.06 // CON IL DONBASS CHE RESISTE: DISCUSSIONE CON MARCO SANTOPADRE

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Venerdì 16 giugno alla Casa del Popolo – Bellinzona, discussione con Marco Santopadre, giornalista comunista di ritorno dalla carovana antifascista organizzata dalla Banda Bassotti. Con Marco parleremo dell’esperienza della carovana e del futuro e delle prospettive del Donbass resistente.

19.05 // CONTRO I FASCISTI NON UN PASSO INDIETRO

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Settimana scorsa un gruppuscolo di estrema destra si è reso artefice di uno sgrammaticato e imbarazzante comunicato, infarcito di razzismo e  luoghi comuni, correlato da una svastica e da altri richiami all’ideologia a cui questi individui fanno capo. Resosi conto dell’eco avuto sui vari portali (online, stampa, radio e tv), il gruppo in questione ha ritenuto necessario rivendicarlo a nome dell'”Associazione Nuova Destra”.

Dopo una prima caccia al colpevole, una volta identificati i responsabili (i quali si sono del resto spontaneamente presentati in questura palesandosi sinceramente pentiti (sic!)), si è passati immediatamente a una minimizzazione dell’accaduto: nessuna presenza dell’estrema destra in Ticino, nessun rischio di violenza proveniente da questo tipo di ambiente. Una bravata di due ragazzi. Un ridimensionamento, questo, dovuto sicuramente anche al fatto che uno dei due è figlio di un noto esponente del Plr luganese che siede in Gran Consiglio.

Alla banalizzazione di quanto accaduto, però, rispondono da mesi gli stessi “camerati” dei due ragazzi di cui sopra, attraverso ripetute  aggressioni a sfondo nazista e razziale in diverse parti del Ticino, minacce costanti e vari atti intimidatori, croci celtiche e svastiche sui muri, anche in prossimità delle scuole. L’ultimo caso, probabilmente come reazione di fronte a gli ultimi avvenimenti, è successo a Biasca proprio in questi giorni.

Non ci sorprende più di tanto la volontà da parte di politici e media di nascondere l’esistenza di gruppi di estrema destra alle nostre latitudini: questi ultimi sono del resto il prodotto naturale dello stesso discorso politico che va per la maggiore in Ticino, fatto di populismo becero e razzista, di attacchi ai diritti e alle libertà fondamentali delle persone, di minacce alla diversità culturale. Non c’è da stupirsi, quindi, se il discorso dei politici e dei padroni assuma anche toni più violenti ed espliciti, come quelli palesati nel comunicato in questione.
Quel che ci preoccupa maggiormente, invece, è la risposta di buona parte della società di fronte alla simbologia fascista impiegata: con orrore,
abbiamo assistito ad un’accettazione e normalizzazione di quest’ultima, come se fosse ormai considerata acquisita e non costituisse un motivo
valido per il ripudio e l’indignazione. È proprio il silenzio e la complicità della classe politica e di buona parte della popolazione che ci allarma ulteriormente e ci sprona a rispondere su più livelli: dalla promozione di una cultura rivoluzionaria e antifascista, all’attacco diretto contro chi ha interesse a diffondere sentimenti di odio e intolleranza.

La pratica antifascista è un fattore ideologico e politico che si accompagna per sua stessa natura alle diverse lotte per il cambiamento radicale: dalla soppressione delle disuguaglianze sociali all’emancipazione degli ultimi e dei dimenticati, dall’abolizione dello sfruttamento sui posti di lavoro alla libertà di movimento per tutti e tutte. Ripudiamo il fascismo in quanto ideologia aberrante e in quanto braccio armato e strumentale del capitalismo nel processo di precarizzazione di lavoratori e disoccupati, di smantellamento delle assicurazioni sociali e di mistificazione della realtà a fini autoritari e imperialisti.

Del resto, la storia lo dimostra: il fascismo si è sempre schierato con i potenti, favorendo la perpetuazione di una società basata su disuguaglianze e ricchi sempre più ricchi sulle spalle dei lavoratori. Il fascismo ha sempre trasformato gli operai e i disoccupati in reietti della società capitalista, privi di qualsiasi diritto; ha distrutto i loro sindacati, li ha privati della libertà di sciopero, ha dilapidato i fondi delle loro assicurazioni sociali e ha trasformato le fabbriche e le officine in caserme nelle quali regnasse indisturbato l’arbitrio sfrenato dei padroni.
Non possiamo quindi dimenticare che il fascismo usa come arma i disagi sociali, mobilitando i lavoratori e gli sfruttati che nella sua ottica  non sono altro che mera carne da macello, per rafforzare il ruolo di  padroni e capitali, i quali sono i reali sostenitori di questa ideologia.

Non possiamo permettere che i fascisti si approprino delle lotte per distruggerle dall’interno, non possiamo accettare che la loro ideologia  venga considerata come accettabile in una società civile.

CONTRO FASCISMO E CAPITALE, ORGANIZZARSI E LOTTARE

1.05 // 1 MAGGIO 2017 – SPEZZONE ANTICAPITALISTA

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“LAVORO INTERINALE
TENTACOLO DEL CAPITALE”

Il borghesia si è appropriata – attraverso il lavoro salariato – del tempo e della salute dei nostri genitori, dei nostri nonni e così per intere generazioni addietro.

Lo sfruttamento del lavoro da parte del capitale ha assunto forme diverse nel corso degli anni, variando di maniera e di intensità in base ai limiti imposti dal rapporto di forza creato dagli operai che, uniti, hanno lottato per i propri diritti all’interno del capitalismo ma anche per costruire una società più giusta dove fosse garantito il controllo democratico dell’economia.
Ma, a partire anni 90 il baricentro del conflitto di classe alle nostre latitudini – in Svizzera come in tutta Europa – si è via via spostato sempre di più a favore dei padroni.

Se un tempo la classe operaia lottava unita per più dignità sul posto di lavoro, contro l’alienazione, per più diritti, per l’approprazione dei mezzi di produzione e in generale per la deconstruzione della gerarchia di classe, oggi la lotta – o ciò che ne rimane – si declina principalmente sulla ricerca di un posto di lavoro atto a garantire la sopravvivenza del singolo e quella della propria famiglia. Il conflitto di classe è quindi passato dall’essere una lotta globale e di “attacco”, all’essere una lotta del singolo a difesa dei pochi scampoli di diritti rimasti.
Questo contesto ha favorito fortemente la perdita di coscienza su chi sia realmente il vero nemico che spinge la classe operaia a una lotta fratricida per la sopravvivenza. Infatti – nello scontro che si crea per l’ottenimento di un posto di lavoro – s’individua spesso come “nemici”, anziché la borghesia che da questa situazione trae enormi guadagni, gli altri lavoratori che vivono la stessa drammatica situazione.

Il precariato ormai dilaga, l’incertezza lavorativa del domani è uno stato ormai vissuto come la normalità. Chi più di tutti lucra su questa situazione sono le agenzie interinali. In Svizzera, dove già i normali contratti di lavoro sono di una precarietà assoluta, queste agenzie non hanno nessun senso d’esistere.

Per questo oggi, a fronte di contratti collettivi ed iniziative che dicono di voler “regolamentare” questo mondo noi vogliamo gridare a gran voce:

Il lavoro interinale non si regolamenta: si abolisce!
Mozziamo questo tentacolo per poi abbattere il mostro capitalista

18.04 // SU SCIOPERO DELLA FAME DEI PRIGIONIERI POLITICI PALESTINESI E NO ISRAEL DAY 2017

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Lunedì 17 aprile 2017, oltre 1200 prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri israeliane hanno iniziato uno sciopero della fame a oltranza. Altre centinaia di detenuti politici si sono aggiunti a questa iniziativa e oggi, a due giorni dall’inizio della protesta, sono già 2000 i prigionieri che aderiscono all’iniziativa.

Questo sciopero si pone diversi obiettivi: denunciare le pessime condizioni in cui sono costretti a vivere i prigionieri; protestare contro la prassi della detenzione amministrativa (secondo la quale i palestinesi possono essere arrestati indiscriminatamente dai militari israeliani e messi in prigione per anni senza un motivo e senza un processo); denunciare la cooperazione di sicurezza fra l’Autorità nazionale palestinese e Israele; rivendicare l’importanza della questione dei prigionieri politici nel processo di liberazione della Palestina.

Marwan Barghuthi, prigioniero politico e fra i promotori dello sciopero, ha motivato con queste parole la necessità impellente di uno sciopero della fame a oltranza: “Uno sciopero della fame di massa, iniziato oggi, che rivendica i bisogni fondamentali e i diritti dei detenuti, nel tentativo di porre fine alla pratica della detenzione amministrativa arbitraria, torture, maltrattamenti, processi iniqui, detenzione di bambini, negligenza medica, isolamento, trattamento degradante, la privazione dei diritti fondamentali, come le visite dei familiari, e il diritto all’istruzione “. Lo stesso Barghuthi verrà a breve processato in un “tribunale di disciplina” come punizione per il suo editoriale fatto uscire dal carcere e apparso in questi giorni sul New York Times, nel quale ha spiegato la lotta dei prigionieri politici palestinesi nelle carceri israeliane e le loro richieste.

Di fronte a questo sciopero della fame, la risposta da parte di Israele non si è fatta attendere e – come al solito – non ha esitato nel manifestare una grande pochezza a livello umano e nel ribadire che l’unico linguaggio conosciuto dall’entità sionista è quello della repressione e della rappresaglia. Molti scioperanti, in particolare coloro che si sono fatti promotori dell’iniziativa, sono stati posti in isolamento e puniti con ritorsioni corporali e torture, oltre che essere privati del sale, alimento fondamentale insieme all’acqua per la protezione dello stomaco durante il digiuno. Al contempo, il ministro israeliano della Pubblica sicurezza Gilad Erdan ha ordinato la realizzazione di un ospedale militare da campo per assicurarsi che i prigionieri palestinesi in sciopero non vengano trasferiti negli ospedali civili israeliani nelle prossime settimane, quando le loro condizioni peggioreranno. Ennesima dimostrazione di come il regime di apartheid in vigore nella Palestina occupata permei ogni settore della società.

Un altro punto cruciale che si ripropone di fronte a questo nuovo caso di protesta da parte dei prigionieri politici palestinesi, è quello dell’alimentazione forzata. In passato, Israele ha già violato la volontà e il diritto dell’individuo imponendo tale pratica. In questo caso, mentre la Corte suprema israeliana ha recentemente deciso che l’alimentazione forzata dei prigionieri in sciopero della fame debba essere costituzionale, i medici israeliani si sono schierati con l’etica medica riconosciuta a livello internazionale che considera tale pratica come una forma di tortura.
Il messaggio di libertà che da lunedì si propaga dalle carceri della Palestina occupata giunge forte e chiaro in ogni angolo del mondo, dove la solidarietà con la causa del popolo palestinese si declina in molteplici forme per un unico grande scopo: la libertà dall’oppressione sionista.
Come Collettivo Scintilla siamo a fianco dei popolo che lottano con ogni mezzo necessario per la libertà e per l’autodeterminazione.
La feccia sionista, purtroppo, è attiva anche alle nostre latitudini: l’Associazione Svizzera Israele, vergognosa combriccola di sostenitori dei crimini contro l’umanità e della pulizia etnica della Palestina, ha come ogni anno previsto un incontro per celebrare (!) l’anniversario della nascita di Israele(!).

Il 28 maggio 2017, nei salotti complici del Palazzo dei Congressi a Lugano, si terrà, come ogni anno, il cosiddetto “Israel Day”. Per l’occasione l’ospite illustre sarà Tzipi Livni, ex ministra degli Esteri israeliana in carica durante l’operazione Piombo Fuso a Gaza nel 2008-09. Un personaggio triste in linea con la tradizione di questa celebrazione dello sterminio che annualmente si svolge a Lugano: dopo essersi formata come spia nei servizi segreti israeliani e aver fatto suo il credo sionista secondo cui “è giusto uccidere per il bene di Israele”, Tzipi Livni ha saputo col tempo mettere in pratica quanto appreso, tanto che la Gran Bretagna ha emesso un mandato di cattura nei suoi confronti in quanto ritenuta responsabile di Crimini di guerra.

Questo personaggio, su cui grava il peso delle 1400 persone uccise a Gaza nel 2008/09, sarà dunque presente a Lugano nell’anno in cui ricorre il 50esimo anniversario dell’occupazione militare della Cisgiordania a seguito della Guerra dei Sei Giorni nel 1967 .

Non accetteremo che questa passerella del terrore avvenga indisturbata e siamo pronti a fare da eco al grido che in queste ore si alza dalle carceri della Palestina occupata. Ogni manifestazione del mostro sionista e dei suoi interessi imperialisti va denunciata e combattuta!

Per la liberazione della Palestina e di tutti i prigionieri politici, ORGANIZZARSI E LOTTARE

 

 

8.04 // POLITICA MIGRATORIA E DIRITTO AL LAVORO

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Ci permettiamo di riportare le parole del compagno Diego, pronunciate durante la manifestazione dell’8 aprile “vogliamo vivere e lavorare in un Paese democratico”.

 

Buenas tardes a todas y todos
Buona sera a tutte e tutti

È un piacere per me poter essere qui con voi. Poter parlare ed esprimermi rappresenta una piccola vittoria personale in un posto dove sono condannato all’anonimato, a non esistere. È un piacere essere qui insieme a persone ch, che partecipano, insieme a gente che è da parte dei diritti umani e non dei “diritti” che determina il capitale, che è dalla parte della giustizia sociale e non della “giustizia” che impone l’economia.

Mi chiamo Diego, il mio nome è importante, com’è importante il nome di ogni migrante. È importante perché non siamo braccia per lavorare, né un misero permesso. Il nome è il primo pilastro dell’identità, avere un nome significa riconoscere che quello che abbiamo davanti è una persona come tutti voi, con figli, famiglia e sogni.

Sono un lavoratore migrante disoccupato, ho 24 anni e faccio parte dello esercito di riserva del capitale. Sono emigrato in Svizzera 4 anni fa e fin ora tento di SOPRAVVIVERE in questo cantone, e rimarco sopravvivere. Perché una cosa è tener duro giorno dopo giorno per arrivare alla fine del mese è un altra ben distinta è vivere.

Emigrare è drammatico. Perché è drammatico accettare che la tua casa, la tua vita, la tua gente saranno differenti d’ora in poi. Accettare questo cambiamento e un percorso molto lungo che dura da anni e che io personalmente dopo 4 anni non ho ancora risolto.

Per farvi capire vi dico solo che io sono venuto qua per amore.
Sono arrivato in Svizzera senza permesso (turista). sono rimasto illegalmente finche ho trovato un lavoro estivo di vari mesi che mi ha permesso avere il permesso L (Finito il lavoro, finito il permesso), tornando di nuovo nella stessa situazione d’illegalità. Cosi son passati due lungi anni. Dopo questi anni senza lavoro e permesso sono dovuto tornare in spagna separandomi della mia compagna e sapendo che rimanere in Spagna non aveva senso. Per normalizzare la situazione ho richiesto un permesso B senza attività lucrativa. Per averlo devi farti avvallare con 2000 franchi al mese da un garante e firmare immediatamente numerosi documenti che tra ‘altro mi obbligavano a non chiedere mai un sussidio o aiuto. Per questo non ho mai chiesto quello di malattia, anche se lavoriamo per una miseria e non arriviamo a fine di mese per paura a vedere la revoca del nostro permesso di soggiorno.

Il b senza attività lucrativa ti permette di lavorare solo 12 ore a settimana, questo ti spinge a lavorare in nero, perche il resto delle ore non le puoi dichiarare, o dall’altra parte a non trovare lavoro perché il padrone onesto normalmente ha bisogno di più ore.

Per avere il tanto desiderato e ancora nelle mie mani permesso B normale dovevo trovare qualcuno che volesse assumermi per un anno, né 3 mesi né 6 né 11 e mezzo. Un anno. Io vi chiedo: chi assume una persona straniera a priori con un contratto di un anno? Nessuno. Dimostrando che questo requisito serve solo per impedirci di risiedere e lavorare in svizzera.

Ho avuto fortuna con una persona che mi ha fatto un contrato di un anno e ho lavorato esattamente un anno, ricevendo il permesso ma perdendo il lavoro giacche era a termine. Non era il lavoro che volevo fare era l’unico lavoro che potevo fare

4 anni ci sono voluti per normalizzare la mia situazione in questo paese e per fortuna sono nato in Europa e se venisse da più lontano? 4 anni di grosse sofferenze, alcune non posso raccontarle pubblicamente in questa sala, 4 anni di precarietà, di disperazione di paura a essere espulso, persino un incidente nel quale quasi perdo la mano destra.

Viviamo al limite, con il minimo, senza nessuna prospettiva di futuro, senza sapere cosa sarà di noi settima prossima. Senza sapere se finiremo dall’altra parte della ramina o in un programma occupazionale a lavorare gratis, se finiremo in una fabbrica come quella del signor Siccardi (medacta internacional) per 2000 franchi al mese a turno e sotto terra come mi hanno offerto. Viviamo con la paura di partecipare politicamente, viviamo al margine della società, senza lavoro o con appena risorse economiche non possiamo fare una vita normale. Andare al bar a prendere un caffe diventa un lusso. Vediamo come la società avanza con una marcia molto più forte della che noi possiamo avere, rimanendo sempre indietro e indietro, rinchiusi a casa, rinchiusi nei nostri problemi, senza esistere. Come vogliono che ci integriamo se continuamente siamo messi da parte in qualunque ambito. In piu con l accusa di essere ladri e approfittatori quando in realtà diamo molto di più di quello che riceviamo.

Ora mi trovo in un momento critico, da 8 mesi disoccupato dopo aver lavorato a tempo pieno per 2300 franchi e con la compagna che non lavora più al cento ma a meta tempo. Se non troverò lavoro in questi 4 mesi che mi rimangono ancora di diritto probabilmente sarò espulso.
Dovrò andare io ma anche la mia compagna svizzera, ci espelleranno entrambi direttamente o indirettamente. Una storia in più da aggiungere al lungo elenco della vergogna della politica migratoria svizzera e delle leggi che riguardano l’intero nostro collettivo.
Ho due mani, sono giovane, ho formazioni accademiche, esperienza, lingue…che sistema è questo dove non celavoro? Che sistema è questo dove la mia unica speranza è aspettare che il lavoro cada dal cielo qualche giorno? E se trovo il lavoro cosa succede con tutti gli altri? Lavorare è vivere, senza lavoro non c’è vita.

Non vogliamo compassione, vogliamo diritti e rispetto. Quello che ci sta capitando non è per sfortuna o perché dio l’abbia voluto, ha dei responsabili ben definiti nel paese di origine e quello di accoglienza e una popolazione complice.

Al migrante che ha fame lo si da da mangiare ma lo si vieta di lavorare per mangiare, al migrante li si da un aiuto economico ma li si impedisce accedere a una salario giusto. Questo non funziona, perché allora per lavorare, mangiare, vivere, dipenderemo sempre di qualcuno e non volgiamo questo rapporto schiavo. Vogliamo avere diritti come tutti gli alti perche è giusto e perche è l’unico modo per vivere liberi ed emancipati.

Chi pulisce?, lavora con anziani?, costruisce case, scava gellerie o spegne incendi?. Sono la maggior parte migranti. Persone che sono trattate come di seconda categoria per non dire a volte come animali. Non siamo venuti qua a rubare il lavoro e la casa a nessuno, prima perché il lavoro non è proprietà di nessuno e secondo perché è un diritto fondamentale del quale dovrebbe godere ogni essere umano.

Siamo ¼ della popolazione svizzera, non siamo una minoranza, siamo un pilastro fondamentale, siamo i vostri vicini, amici, i vostri lavoratori, il vostro futuro.

l’integrazione è un tema decisivo se si vuole costruire una società forte ed equilibrata.
Non possiamo pretendere dare una festa nella quale alcune persone sono sedute agli angoli, zitte, sole, senza risorse e con diritto a rimanere nella festa ma non a sedersi a tavola.

L’integrazione io credo sia come un albero. Se la terra non è buona noi, il seme, non cresceremmo o cresceremmo deboli e storti senza dare mai i pregiati frutti tanto aspettati che potremmo godere tutte e tutti. La terra dove crescono i buoni semi bisogna curarla, concimarla, ararla. Che non vi ingannino dicendo che se non ci integriamo è solo colpa nostra quando pretendono che mettiamo le radici nell’asfalto.

L’integrazione è riuscire a vivere tutte insieme essendo diversi, in armonia, in parità di obblighi ma soprattutto di opportunità.

Non possiamo accettare che fra operai e operaie ci incolpiamo delle nostre miserie, della mancanza di opportunità, delle ingiustizie delle proprie vite quotidiane. I veri colpevoli sono sopra, seduti in poltrone di consigli d’amministrazione, di banche, di alcuni partiti politici. Loro come noi non hanno patria, ma la loro patria non sono le persone, la loro patria sono i soldi.

Vorrei finire parafrasando al CAMARADA SALVADOR ALLENDE che diceva: LA HISTORIA ES NUESTRA Y LA HACEN LOS PUEBLOS: io vi chiedo di scrivere insieme una pagina che potremmo far leggere a tutti gli altri, fieri di sapere che quello che non volevamo per noi non l’abbiamo voluto per gli altri.

Vi chiedo di non chinare mai la testa davanti agli attacchi fascisti e xenofobi, fatelo per noi, per i vostri figli, per il futuro, per voi stessi

Preferisco essere espulso, andar via o non arrivare alla fine del mese che chinare la testa. Perche l’ultima cosa che voglio farmi rubare è la dignita come essere umano e l’ultima cosa che vorrei vendere sono le idee nelle quali credo

Come si dice dalle mie parti :

NO PASARAN !