28.02 // LOTTA DI CLASSE: DI SCIOPERO IN SCIOPERO

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Da anni, oramai, in Ticino come nel resto d’Europa il padronato e le istituzioni ad esso organicamente legate attuano politiche massacranti nei confronti di chi crea la ricchezza su cui il padronato stesso si sorregge.
Non dobbiamo dunque meravigliarci quando, a seguito di eventi quali lo sblocco del cambio fisso, l’offensiva capitalista si scaglia con ancora più durezza verso lavoratori e lavoratrici: il gioco neoliberista, accettato purtroppo anche da quelle realtà della sinistra moderata convinte che un sistema basato sullo sfruttamento possa essere riformato, non dev’essere visto come un semplice terreno di lotta, ma come uno stato di cose da analizzare per poter sviluppare conflittualità al suo interno, sia essa sui posti di lavoro come nei restanti ambiti della società nel quale questo gioco si introduce.

Questa conflittualità, come ci insegna la storia dai tempi più lontati ad oggi, è sviluppabile unicamente attraverso una lotta portata avanti da chi subisce le naturali angherie del sistema del Capitale. A darcene riprova ancora una volta sono stati in questi giorni i lavoratori della Exten SA, coscienti che le richieste non vengono accettate solo perché formulate, ma vanno conquistate attraverso azioni che si muovano su questo piano conflittuale.

Grazie alla loro lotta, il volto del padronato è stato svelato per l’ennesima volta. Un padronato il cui esclusivo interesse è costituito dall’incremento delle proprie capacità di accumulazione di ricchezza. Non dovrebbe infatti sorprenderci l’attitudine messa in pratica per conseguire un tale fine: Speculazioni rischiose, attuate sulle spalle dei lavoratori. Un modo di fare a dir poco rappresentativo della logica stessa del capitalismo finanziario: Chi realmente crea valore paga gli “sbagli” di chi detiene i mezzi di produzione. I guadagni vengono privatizzati, ma le perdite, invece, vanno socializzate. Tanto emblematica quanto ipocrita in questo senso è la frase di rito che accompagna gli annunci di un qualsiasi peggioramento nelle condizioni della classe lavoratrice (sia da parte dei padroni quando erodono i diritti dei propri dipendenti, che dalle istituzioni quando tagliano sui servizi) “dobbiamo fare tutti dei sacrifici per rimetterci in sesto”. Ecco, questa è la madre delle cazzate.
La sopracitata volontà di lotta dei lavoratori Exten dimostra come questa retorica si dimostri fragile ogni qualvolta individui della stessa classe sfruttata decidono di dire basta, decidono, insomma, di rispondere duramente al padronato attraverso l’interruzione della produzione. E questa interruzione ha portato un ottimo risultato: la riapertura delle trattative, la possibilità, quindi, di mettere in questione con forza, secondo quanto permettono le condizioni oggettive, le scelte che il padronato, per la sua superficialità, la sua incapacità e la sua arroganza, ha deciso di attuare.

Benché ridotto grazie al corretto comportamento dei lavoratori, un taglio degli stipendi non è comunque escluso. Non dobbiamo dimenticare che, compreso all’interno di quella che può essere definita una “vittoria” (difensiva), tale atto andrebbe in ogni caso ad iscriversi all’interno di quell’attacco di classe generalizzato portato avanti dal sopracitato neoliberalismo.
Se questo sciopero ha avuto il merito di dimostrare empiricamente il fatto che “la lotta è l’unico cammino”, andando in parte a cozzare contro il mito ideologico specificamente elvetico della “pace del lavoro”, esso ha allo stesso tempo evidenziato i limiti oggettivi imposti dalle condizioni esistenti. Non è questo il momento per brindare alla calma ritrovata. Al contrario: questo è il momento in cui è più che mai necessario trarre i giusti insegnamenti dalle giornate appena trascorse. Non smorzare la conflittualità creata ma renderla operativa e funzionale. Questo approccio non è “estremista” o “autoreferenziale”, esso rappresenta l’unica strada percorribile: Organizzare le forme di “resistenza” rispetto al prossimo attacco che non tarderà a manifestarsi. Ad una “pace” del lavoro, padronale, cerchiamo di opporre una “guerra”, di classe, realmente democratica.

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