Apologia di una sconfitta: Quali lezioni trarre dal rifiuto dell’iniziativa per l’introduzione del salario minimo

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Nella lunga marcia che porta dalla formulazione di un’ipotesi alla sua effettiva dimostrazione, è inevitabile commettere errori, percorrendo sentieri che si rivelano sbagliati. Alla condizione di non abbandonare l’ipotesi di partenza, è possibile riconoscere a ognuno di questi tentativi una valenza positiva poiché non sono altro che tappe necessarie della dimostrazione dell’ipotesi di partenza[1]. Questo vale evidentemente anche per la dimostrazione dell’ipotesi comunista[2] che non può che passare dal ciclo seguente : lotta, fallimento, nuova lotta, nuovo fallimento, nuova lotta ancora, e così via, fino alla vittoria[3].

In questa logica si inserisce la nostra riflessione sul voto del 18 maggio 2014: l’iniziativa popolare per l’introduzione di un salario minimo in Svizzera e il suo fallimento, con il suo rifiuto da parte del 73% dei votanti[4], non sono che una tappa verso la vittoria del movimento operaio. Riconosciamo quindi una valenza positiva anche a questo fallimento poiché pensiamo permetta di trarre alcune utili lezioni in vista delle lotte future.

Abbiamo scelto di mettere l’accento su tre aspetti emersi dalla recente campagna e dal verdetto delle urne: la conferma dell’esistenza di una lotta di classe in Svizzera, le difficoltà oggettive per il proletariato di combattere le lotte offensive sul terreno del voto e la necessità di sviluppare queste lotte sui luoghi di produzione.

Classe e lotta di classe

Il primo aspetto è quello dell’esistenza di classi e di una lotta di classe in Svizzera.

Intendiamo classe come una comunità che condivide lo stesso destino in termini di reddito, di qualità della vita e di chance di mobilità sociale[5]. L’esistenza della classe è quindi una realtà oggettiva, indipendente dal fatto che questo concetto sia stato cancellato dalla “neolingua liberista”[6], che le forme di dominio e sfruttamento si siano evolute negli ultimi decenni[7] e che solo una piccola parte dei e delle sfruttate abbiano coscienza della loro appartenenza a una tale comunità di destini[8].

La lotta di classe definisce invece la mobilitazione di una classe per migliorare il proprio destino (lotta “offensiva”) o, perlomeno, per evitare che esso peggiori (lotta “difensiva”).

Essendo gli interessi della classe proletaria e della classe borghese naturalmente contradditori, alla lotta di una di queste classi per mantenere o migliorare la sua condizione si opporrà quella dell’altra per migliorare o difendere il proprio status di fronte al rischio che venga compromesso[9].

L’interpretazione “classica” del concetto di lotta di classe lo intende in modo unilaterale, ovvero come la lotta del proletariato contro la classe capitalista per strappare parte della ricchezza prodotta e ottenere un miglioramento della sua condizione (lotta economica) [10] o, nella migliore delle ipotesi, per modificare direttamente i rapporti di potere e assumere il controllo dei mezzi di produzione (lotta politica).

Questa interpretazione è stata recentemente completata dalla teorizzazione di una lotta di classe dall’alto o lotta di classe capitalista. Questo tipo di lotta di classe si sarebbe sviluppata e rafforzata a partire dagli anni ’80 tramite la mobilitazione delle classi dominanti impegnate a recuperare il terreno perduto a causa delle conquiste economiche ottenute dalla classe operaia nei decenni precedenti. Si tratta in particolare di “contenere i salari reali, ovvero i redditi da lavoro dipendente; reintrodurre condizioni di lavoro più rigide nelle fabbriche e negli uffici ; far salire nuovamente la quota dei profitti sul PIL [rispetto alla quota relativa ai salari] che era stata erosa dagli aumenti salariali e dagli aumenti delle imposte del periodo tra la fine della seconda guerra mondiale e gli anni ottanta. In sostanza non è affatto venuta meno la lotta di classe. Semmai la lotta che era stata condotta dal basso per migliorare il proprio destino ha ceduto il passo a una lotta condotta dall’alto per recuperare i privilegi, il profitto e soprattutto il potere che erano stati in qualche misura erosi nel trentennio precedente”[11].

In Svizzera una parte importante della popolazione può essere integrata nella categoria del proletariato. Si tratta in particolare delle persone in cerca d’impiego, 500’000 nel 2013[12]. Va inoltre inclusa nella categoria gran parte dei e delle salariate. Infatti, nonostante la Svizzera sia il paese con la più alta ricchezza pro capite[13] e che in termini assoluti i salari sono molto più elevati che negli Stati confinanti, a causa dell’elevato costo della vita il 20% dei redditi inferiori non riesce a arrivare a fine mese senza indebitarsi pesantemente[14] e al 20% seguente non resta praticamente nulla una volte pagate le spese[15]. A questi settori devono ancora aggiungersi quelli non-salariati come chi esegue un lavoro domestico non retribuito[16], chi studia[17], chi vive grazie alla pensione o a un’assicurazione sociale, le persone migranti ai quali non è permesso lavorare e quelle detenute per ragioni penali o amministrative[18].

Nonostante l’esistenza oggettiva di proletariato in Svizzera, l’assenza quasi totale di coscienza di classe e la conseguente inesistenza di organizzazioni di massa fa si che la lotta di classe dal basso assuma un carattere rilevante solo sporadicamente e in contesti molto specifici[19], legati soprattutto a lotte sui posti di lavoro e la maggior parte delle volte su posizioni difensive[20]. In assenza di una significativa resistenza dal basso, la lotta di classe dall’alto è diventata quindi costante anche se non sempre appare in modo evidente.

La campagna e il voto sul salario minimo hanno permesso di chiarire la pertinenza di una simile analisi anche per il contesto svizzero.

In Svizzera le classi esistono e si sono trovate opposte nella battaglia sul salario minimo, dove si sono affrontati in primo luogo la classe dei working-poor[21], destinatari principali dell’iniziativa, e la classe padronale dell’industria, massimi oppositori del salario minimo.

Inoltre, questa campagna ha reso evidente l’esistenza della lotta di classe dall’alto portata avanti dalle classi dominanti contro qualsiasi rivendicazione operaia. Alla rivendicazione offensiva di un salario minimo (lordo) di 22 CHF all’ora, salario che avrebbe migliorato le condizioni della parte più sfruttata dei settori lavoratori della proletariato[22] e portato a una vittoria simbolica del movimento operaio nel suo complesso, si è opposta una campagna di propaganda volta a discreditare la sostenibilità economica dell’iniziativa.

La classe dominante non ha lesinato le risorse e ha mobilitato buona parte delle sue associazioni di categoria attive nell’industria e nel turismo. Sotto la coordinazione di Economie Suisse sono infatti intervenute USAM[23], Unione svizzera degli imprenditori[24], Hotelleriesuisse[25], la Convenzione padronale dell’industria orologiera, Unione svizzera produttori di verdura e Unione svizzera dei contadini, alfine di assicurarsi una vittoria schiacciante nella lotta per mantenere bassi i salari.

La prima lezione che dobbiamo trarre dal voto del 18 maggio e dal dibattito che ha provocato è quindi che questa iniziativa ha reso evidente tanto l’esistenza di classi così come di una lotta di classe. Questa lotta è portata avanti principalmente dall’alto, ovvero dai settori che detengono la proprietà dei mezzi di produzione (industria, artigianato, agricoltura, ..) contro una classe subalterna e in particolare i suoi settori lavoratori più precari.

L’iniziativa popolare come strumento per le lotte offensive

Quando il sindacato UNIA ha deciso di impegnarsi in una lotta per l’aumento dei salari più bassi, tra le varie strategie possibili ha scelto di affrontare questa lotta sul terreno del voto nell’ambito del sistema imposto dal regime borghese, utilizzando lo strumento dell’iniziativa costituzionale. Si tratta di una proposta di modifica della costituzione che deve raccogliere il sostegno di 100’000 elettori/trici in 18 mesi per essere messa al voto e che viene adottata a condizione di ottenere un voto favorevole dalla maggioranza del popolo e dei cantoni. La scelta del sindacato e le sue conseguenze offre un’occasione propizia per riflettere sull’iniziativa popolare come strumento per le lotte offensive del proletariato in Svizzera.

Sull’utilità dell’iniziativa popolare come strumento della lotta di classe i compagni e le compagne dell’Etincelle[26] hanno recentemente pubblicato un’analisi interessante[27], fondata in particolare sull’esperienza dell’iniziativa 1/12[28]. Quest’iniziativa avrebbe favorito un dibattito positivo, avrebbe rafforzato la coscienza di classe tra i e le salariate e avrebbe permesso di ingrossare le fila delle organizzazioni particolarmente attive nella campagna[29]. Le viene quindi riconosciuto un ruolo positivo malgrado il rifiuto da parte della maggioranza dei e delle votanti e dei cantoni.

Quest’analisi positiva non dovrebbe però essere generalizzata a qualsiasi iniziativa popolare di “sinistra”. Infatti, ogni iniziativa costituzionale lanciata dalle forze progressiste dovrebbe essere considerata in funzione dei suoi obiettivi e dei suoi destinatari. Questo perché esisterebbe il rischio che alcune iniziative abbiano la conseguenza di deviare l’attenzione del proletariato da rivendicazioni generali a rivendicazioni settoriali e che, in caso di approvazione, questi settori sarebbero i soli a beneficiarne. Le iniziative costituzionali dovrebbero quindi essere lanciate unicamente quando permettono di migliorare le condizioni dell’insieme del proletariato e possano essere utilizzate come uno strumento di propaganda al servizio “dell’azione socialista rivoluzionaria”.

In questo senso, così come l’iniziativa 1/12 meritava di essere sostenuta poiché influiva direttamente sulla coscienza della classe operaia, l’iniziativa contro la speculazione sui beni alimentari[30] non avrebbe nessun impatto sulle condizioni generali del proletariato e non avrebbe portato a nessun aumento rilevante dell’agitazione né del reclutamento in seno alle organizzazioni che l’hanno sostenuta.

Inoltre, sempre secondo l’Etincelle, il diritto d’iniziativa si scontrerebbe con dei limiti strutturali oltre che politici. Il federalismo e l’obbligo della doppia maggioranza (popolo e cantoni) per l’approvazione di un’iniziativa costituzionale concede di fatto un diritto di veto ai Cantoni rurali, più numerosi meno popolosi e tradizionalmente più conservatori rispetto al voto della popolazione urbana. Se un’iniziativa dovesse ottenere una doppia maggioranza, toccherebbe comunque al parlamento elaborare una legge di applicazione. Un parlamento da sempre governato da una maggioranza di destra, quindi pronto a ritardare o a moderare l’applicazione di eventuali iniziative contrarie agli interessi delle classi dominanti.

Per finire, il lancio di un’iniziativa comporta un importante investimento in termini di energie e risorse per la raccolta delle 100’000 firme e per la campagna che precede il voto, spesso dovendo far fronte a un avversario molto organizzato e con dei mezzi ben più importanti.

La conclusione dell’Etincelle è quindi che un’iniziativa popolare dovrebbe essere utilizzata solo quando può essere integrata in un “programma socialista” rivelandosi al contempo utile per migliorare la coscienza di classe e il grado di organizzazione dei e delle giovani e dei e delle salariate, quando, insomma, ha un’azione più o meno profondamente strutturale.

La riflessione dell’Etincelle ha il merito di fornire un punto di vista lucido su una questione fondamentale per chiunque svolga lavoro politico in Svizzera. Sebbene possa essere in buona parte sottoscritta, rimane comunque incompleta.

Se da un lato l’analisi dell’Etincelle si pronuncia nell’assoluto sui criteri per il sostegno a un’iniziativa popolare come strumento di lotta del movimento operaio, omette di prendere in considerazione gli attuali rapporti di forza, in particolare per quanto riguarda la capacità e le risorse che i differenti protagonisti possono investire in una simile campagna. Inoltre, non si interroga sul risultato di un investimento equivalente nella costruzione di altre lotte, costruite all’esterno degli strumenti della “democrazia” borghese.

Tanto nelle campagne relative alle iniziative “Stop all’immigrazione di massa”[31] e “1/12”, così come nella campagna per il salario minimo, si è potuto costatare l’esistenza di un divario tra proletariato e borghesia che rende praticamente impossibile la costruzione di un sostegno popolare maggioritario a un’iniziativa volta a ottenere una conquista significativa per il movimento operaio. Questo divario può essere spiegato esaminando tre questioni: le organizzazioni di classe, le risorse economiche e il controllo dei luoghi di produzione del sapere.

Per quanto riguarda le organizzazioni di classe, la borghesia dispone oggi di solidi strumenti organizzativi. Le banche, le piccole e medie imprese, le grandi multinazionali, … ogni settore della borghesia dispone oggi della sua organizzazione, la maggior parte di esse pronte a seguire i dettami dell’associazione mantello Economie Suisse, cane da guardia degli interessi della borghesia responsabile di coordinare l’intervento della classe nelle campagne politiche. Il movimento operaio invece non può opporre che la forza dei sindacati social-democratici principalmente organizzati nell’USS[32]. Si tratta però di organizzazioni verticiste, raramente in grado di proporre un punto di vista di classe e realmente internazionalista e maggioritariamente inclini a prediligere la pace sociale e la negoziazione con il padronato quale soluzione ai conflitti sui luoghi di lavoro. Per quanto riguarda i partiti social-democratici e socialisti, il loro carattere di partiti di classe è oggi perlomeno dubbio[33]. Inoltre questi dispongono in generale di una forza militante quasi-insignificante. Per quanto riguarda infine le organizzazioni della sinistra rivoluzionaria, la loro incidenza effettiva è oggi totalmente ininfluente sul risultato di una votazione vista l’incapacità attuale di interagire con settori rilevanti del proletariato.

Il secondo punto riguarda la disparità evidente di risorse economiche che possono essere investite in una campagna dalle diverse classi. A titolo di esempio, fronte a circa un milione di franchi investiti dai sindacati nella campagna sul salario minimo, campagna considerata probabilmente come decisiva e quindi giustificando un investimento particolarmente elevato, le associazioni padronali hanno risposto con una somma dieci volte superiore e avrebbero certamente potuto investire somme ben superiori se non avessero avuto la consapevolezza di una vittoria assicurata. Grazie a questi ingenti risorse finanziarie e all’intensa campagna di propaganda, gli oppositori sono riusciti a ribaltare drasticamente un’opinione pubblica inizialmente favorevole all’iniziativa. Nelle sei settimane che hanno preceduto il voto, quando la campagna padronale ha raggiunto la massima intensità, i no sono passati dal 52%[34] al 76% dimostrando la capacità del padronato di spostare in poche settimane un quarto dell’elettorato. Una campagna talmente offensiva che il presidente del partito socialista ticinese non ha esitato a definirla “terroristica”. Queste risorse e la loro effettiva capacità a spostare in poche settimane oltre un quarto dell’elettorato sono attestano che,

Il terzo punto riguarda il controllo dei luoghi di produzione del sapere e dell’ideologia, sempre più concentrati tra le mani dei settori più reazionari della borghesia e di fronte ai quali, con l’eccezione di alcuni giornali sindacali, la sinistra non dispone di alcun mezzo per produrre un sapere funzionale agli interessi del proletariato. La situazione è destinata a peggiorare con la privatizzazione strisciante delle Università e l’offensiva lanciata dalla borghesia negli atenei contro le facoltà non funzionali ai suoi interessi.

In assenza di un lavoro importante e efficace per colmare il divario su questi tre assi presi nel loro insieme, impresa ragionevolmente impossibile sul breve medio termine, per lo meno per quanto riguarda le lotte offensive[35], scegliere di combattere il padronato nelle urne significa perdere in partenza.

La seconda lezione che traiamo dal 18 maggio 2014, è che usare le iniziative costituzionali per portare delle lotte offensive significa lottare per perdere.

Riportare la lotta sui luoghi di produzione

Diceva lo stratega cinese Sun tzu: Conosci il tuo nemico e conosci te stesso: la tua vittoria non sarà compromessa. Conosci il terreno e il cielo: la tua vittoria sarà totale. Se per quanto riguarda le lotte offensive, il terreno delle urne è un terreno funzionale soprattutto agli interessi della borghesia, un discorso diverso può essere tenuto riguardo al terreno che meglio conosciamo: i luoghi di produzione.

Sviluppare la lotta nei luoghi di produzione materiale (industrie, cantieri, …), di di servizi (uffici, assicurazioni, settore pubblico) o di sapere (scuole e università) significa innanzitutto poter rivolgersi al proletariato nella sua grande maggioranza, senza essere limitati dalla nazionalità e dall’eventuale diritto di voto.

Significa inoltre giocare in una situazione dove il rapporto di forza potenziale è favorevole poiché i destinatari del messaggio sono tutti oggettivamente membri della classe e l’ostacolo principale e decisivo alla vittoria di una lotta offensiva è la presa di coscienza da parte della maggioranza delle persone coinvolte permettendogli così di diventare soggetti politici, costruire una tradizione di contropotere, tessere una rete di contatti concreti e preparare il terreno per una lotta politica.

A questo si aggiunge che buona parte del proletariato in Svizzera, e in particolare i suoi settori più precarizzati, non vota poiché non può[36] o perché sceglie di non votare[37]. Scegliere di combattere una lotta sul terreno delle urne significa scegliere di combatterla senza coinvolgere i settori maggiormente sfruttati, rendendoli così semplici spettatori. Privarsi di una simile forza e staccarsi dalla classe significa presentarsi allo scontro con un rapporto di forze evidentemente sfavorevole. Scegliendo invece di spostare la lotta sui luoghi di produzione significa rivolgersi al proletariato nel suo insieme.

Inoltre, portando la lotta sui luoghi di produzione significa, per certi versi, giocare in casa. Infatti, essendo i e le militanti politiche tutte attive su questi diversi luoghi di produzione, il controllo delle dinamiche interne è maggiore, così come la capacità d’influenza rispetto ai luoghi della “democrazia” borghese, strutture concepite per essere funzionali agli interessi della classe dominante. Sarà, infatti, più facile fare prendere coscienza ai nostri colleghi e colleghe della necessità di lottare per il miglioramento delle loro condizioni materiali, inteso come primo passo verso la costruzione di una lotta politica, che cercare di convincere un elettore o un’elettrice leghista a votare un’iniziativa dei sindacati o di un’organizzazione di “sinistra”.

Il rischio che presenta una simile scelta strategica, rischio però condiviso anche da certe iniziative costituzionali, è quello di limitarsi a sviluppare lotte settoriali, funzionali unicamente a un luogo di produzione o a un settore specifico della classe, che portino ad un miglioramento relativo. Inoltre questo miglioramento si produrrà soprattutto tra quei settori più dinamici e organizzati della classe, ampliando così il divario tra chi è già organizzato e cosciente (es. l’edilizia che ha un miglior contratto collettivo) rispetto a chi, per ragioni oggettive o per mancanza di organizzazione, si trova in una condizione molto più precario e frammentata (es. ristorazione).

Di fronte ad un padronato che cerca costantemente di separare la classe tramite l’adozione di CCL sempre più specifici e tramite il sostegno ai discorsi razzisti e anti-frontalieri, sarà quindi prioritario, al momento di dinamizzare le lotte offensive nei luoghi di produzione, inserire queste lotte in un discorso di unità di classe, oltre le divisioni di settore o di nazionalità. L’unità di classe è infatti una condizione indispensabile per migliorare il rapporto di forza e assicurarsi nuove conquiste.

Alle due lezioni che traiamo dal voto del 18 maggio 2014, ovvero : L’esistenza della lotta di classe in Svizzera, che si manifesta essenzialmente come una lotta di classe dall’alto e l’inadeguatezza dell’iniziativa costituzionale come strumento per sviluppare delle lotte offensive. Sulla base di queste due lezioni proponiamo quindi di adottare un’ipotesi come linea strategica per il futuro : per essere vincenti le lotte offensive andranno sviluppate nei luoghi di produzione.

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[1] Alain Badiou, L’hypothèse communiste, Nouvelles éditions Lignes 2009, p. 11.

[2] Intendiamo qui il concetto d’ipotesi comunista come l’asserzione che sia necessario e possibile costruire un’alternativa al capitalismo inteso come una superabile fase storica dell’umanità basata sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, l’egoismo di classe la competitività individualista e le guerra internazionali (Badiou). Il comunismo si presenta da un lato come una « critica radicale di tutto ciò che esiste » (Hardt) e il « movimento reale che abolisce lo stato di cose presente » sulla base delle condizioni che « risultano dal presupposto ora esistente » (Marx) e in parallelo la costruzione e sviluppo di una società senza classi, con un’economia che risponda a bisogni reali e non alla ricerca del profitto.

[3] Mao Tse-Tung, citato in Franco Matarrese, Come risolvere le contraddizioni, Edizioni Dedalo 1974, p. 194.

[4] Il tasso di partecipazione è stato del 56%, particolarmente elevato poiché la partecipazione media si situa attorno al 44%.

[5] Carlo Formenti, Utopie letali, Jaca Book 2014, p. 71.

[6] Idem.

[7] Come dice giustamente Sarah Abdelnour, Les nouveaux prolétaires, Editions Textuels 2012, p. 50 : « il pericolo delle analisi in termini di fine della classe operaia o di fine del proletariato è di non vedere che le forme del malessere operaio si sono rinnovate, ma esistono ancora ».

[8] In questo senso, resta attuale la definizione bipolare data da Marx, che distingueva tra classe in se, ovvero la classe definita sulla base delle similitudini oggettive delle situazioni economiche e classe per se, ovvero la classe che ha preso coscienza della sua situazione e della necessità di una lotta in comune per migliorarla.

[9] Luciano Gallino, intervista con Paola Borgna, la lotta di classe dopo la lotta di classe, Laterza 2012, p. 8.

[10] La lotta economica migliora le condizioni di vita ma non mette in discussione l’esistenza dello sfruttamento del proletariato. La lotta economica è da considerare come il primo passo verso la lotta di classe politica perché contribuisce a far sorgere la coscienza di classe e politicizza i soggetti.

[11] Luciano Gallino, op. cit. pp. 11-12.

[12] Nonostante il tasso ufficiale di disoccupazione si situi intorno al 3 %, il tasso di disoccupazione reale è di molto superiore. Infatti, i dati ufficiali non tengono conto delle persone che non hanno più diritto alle indennità di disoccupazione, delle persone che cercano un’impiego per la prima volta e delle persone che cercano lavoro « in nero ».

[13] La ricchezza pro capite media era, nel 2013, di CHF 466’000.- secondo il Credit Suisse Global Wealth Report.

[14] Nel 2009 il deficit mensile medio di queste famiglie era di CHF 650.-. Visto l’aumento del costo della vita, in particolare dei costi legati all’assicurazioni malattia (+20% tra il 2010 e il 2013), e la stagnazione dei salari il deficit mensile delle famiglie più povere è certamente superiore. Particolarmente problematica è la situazione dei “sans-papiers”. In un rapporto del 2005 si stimavano a 90’000, di cui almeno 2’000 in Ticino, le persone straniere in situazione irregolare. Il salario medio era di CHF 1’500.-.

[15] Nel 2009, a queste famiglie non restavano che CHF 245.- al mese, una volta pagate le spese. Oggi questa somma è certamente inferiore.

[16] 25% delle persone non-salariate in Svizzera, secondo le statistiche 2013.

[17] Nell’anno 2011/2012 vi erano in Svizzera circa 1.5mio di studenti e studentesse. Non tutti sono proletari, come ad esempio gran parte di chi è iscritto in una scuola privata (6.1.%). Si tratta però certamente dei 46’500 che hanno potuto ottenere una borsa di studio nel 2012. Sul ruolo degli studenti e delle loro lotte come “fattore fondamentale della lotta di classe” : Carlo Formenti, Utopie letali, Jaca Book 2014, pp. 93-97.

[18] Nel 2013, le persone incarcerate in Svizzera erano circa 7’000 .

[19] Si possono citare come esempi l’occupazione della fabbrica Boillat di Réconviller nel 2006 e delle Officine di Bellinzona nel 2008 ; i più recenti scioperi alla LATI di Sant’antonino del 2012, all’ospedale « La Providence » di Neuchâtel nel 2013 ; il lungo sciopero dei lavoratori e delle lavoratrici di Gate Gourmet all’aeroporto di Ginevra.

[20] Come esempio di lotta di classe offensiva va menzionato lo sciopero vittorioso dell’edilizia nel 2006 che ha permesso di inserire il pre-pensionamento a 60 anni nel Contratto collettivo di lavoro.

[22] Circa 330’000 persone lavorano in Svizzera con dei salari inferiori a quelli rivendicati dall’iniziativa.

[23] Unione svizzera delle arti e mestieri, organizzazione che rappresenta 300’000 piccole e medie imprese, presieduta da Jean-François Rime, consigliere nazionale e ex-vice-presidente del gruppo parlamentario UDC.

[24] Organizzazione di categoria che raggruppa 41 associazioni padronali regionali e 39 associazioni padronali settoriali oltre a imprese individuali. In totale l’UPS rappresenta più di 100’000 piccole, medie e grandi imprese che impiegano oltre a 1’500’000 salariati e salariate.

[25] Organizzazione che rappresenta 3’000 imprese, per la maggior parte alberghi ma anche ristoranti, casinò e altre imprese attive nel turismo.

[26] Corrente marxista nella Gioventù socialista e nel sindacato Unia, sezione svizzera dell’International Marxist Tendency. Nonostante il nome e certe affinità personali e politiche, non esiste un legame strutturale tra Collettivo Scintilla e Etincelle.

[27] L’Etincelle, Perspectives pour la lutte des classes en Suisse, febbraio 2014, pp. 9-10.

[28] Iniziativa popolare per introdurre nella costituzione una differenza massima dei salari nella stessa azienda di 1/12, rifiutata il 24 novembre 2014 dal 65% dei e delle votanti e che, in Ticino, ha raccolto 49% dei consensi.

[29] La Gioventù socialista, all’origine dell’iniziativa, ha affermato che la campagna avrebbe permesso di raddoppiare il numero dei suoi militanti.

[30] L’iniziativa, lanciata dalla Gioventù socialista, prevede di obbligare la Confederazione a « combattere la speculazione sulle materie prime agricole e sulle derrate alimentari ».

[31] Passata con il 51% dei voti. Per più dettagli rimandiamo a Collettivo Scintilla, Riflessioni sul voto del 9 febbraio: i limiti di una lettur razzista e l’esigenza di una risposta internazionale di classe (http://collettivoscintilla.org/informazione/riflessioni-sul-voto-del-9-febbraio/).

[32] Unione sindacale svizzera.

[33] Nonostante lo statuto del Partito socialista svizzero ponga tra i suoi obiettivi il superamento del capitalismo e nonostante al suo interno, soprattutto tra i giovani, esiste una rilevante corrente che porta avanti un’analisi di classe, la maggioranza dei quadri e degli elettori non condividono oggi questa visione. Su questa questione consigliamo di leggere la tesi di Daniel Oesch e Line Rennwald, Ladisparition du vote ouvrier ? Le vote de classe et les partis de gauche en Suisse, Département de Science Politique, Université de Genève, 2009.

[34] Sondaggio dell’istituto gfs.bern su un campione di 1’209 persone con diritto di voto, ripartite in tutte le regioni linguistiche della Svizzera, tra il 29 marzo e il 4 aprile.

[35] Un discorso diverso può essere fatto per quanto riguarda le lotte difensive ovvero i referendum che si oppongono a delle misure votate dal parlamento e contrarie agli interessi del proletariato. In questo senso, lo stesso 18 maggio 2014, le urne hanno espresso un rifiuto al taglio dei sussidi alla cassa malati (sul piano cantonale) e all’investimento di oltre tre miliardi di franchi per l’acquisto di nuovi aerei da guerra (sul piano federale), lotte che erano però condivise da una parte più importante della popolazione e nelle quali le classi dominanti hanno fatto un’opposizione per molti versi ridicola e contradditoria.

[36] Nel 2012 circa il 23% della popolazione residente non aveva la nazionalità svizzera e quindi non poteva votare, tranne qualche rara eccezione sul piano comunale e cantonale. A questi devono aggiungersi le centinaia di migliaia di persone che risiedono nei paesi limitrofi (Italia, Francia, Germania, Austria) ma che si rendono quotidianamente in Svizzera per lavorare. Come già indicato in precedenza, la popolazione senza nazionalità svizzera e, particolarmente, quella senza un permesso valido costituiscono i settori più precari e sfruttati della classe.

[37] In Svizzera il tasso di astensione è particolarmente alto e la partecipazione media si situa attorno al 45%. Nel 55% di persone che scelgono di astenersi troviamo maggiormente rappresentati i giovani e le persone senza formazione, mentre le persone anziane e meglio formate partecipano molto più spesso. Per questo motivo, gli interessi delle classi popolari e in particolare dei settori più precari della società, all’esclusione probabile delle questioni riguardanti la terza età, sono sotto rappresentati nel corpo elettorale.

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