16.02 // NI OLVIDO, NI PERDON: IL FASCISMO NON PASSERÀ

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 Il 17 e il 18 febbraio, al Tribunale federale di Bellinzona, si svolgerà il processo a un terrorista neofascista svizzero, il quale è accusato di aver posto una bomba all’interno del centro sociale Reitschule di Berna. Questa premessa già di per sé spiega la scarsa attenzione dei media e di tutti i mezzi d’informazione cantonali: giacché si tratta di una persona svizzera e soprattutto di un attacco ai danni di un centro sociale autogestito, il fatto ha poca rilevanza, per i media e per l’opinione pubblica. Se la situazione fosse stata diversa, se avesse riguardato stranieri oppure autogestiti nelle vesti di carnefici, non stentiamo a credere che non mancherebbero titoloni da prima pagina e politici starnazzanti come oche impazzite, chiedendo più controlli e sicurezza. Il silenzio su questa vicenda è emblematico della situazione attuale e delle priorità dei politici e dei media.

Sabato 4 agosto 2007, alla Reitschule di Berna si sta svolgendo un Festival antifascista, nella Grosse Halle stanno suonando gli Oi Polloi davanti a un pubblico composto da 1’500-2’000 persone. Quasi per caso, un frequentatore del centro trova uno zaino imbevuto di benzina accanto alla consolle di mixaggio. La sicurezza si attiva tempestivamente e porta lo zaino all’esterno: al suo interno si scoprono delle bottiglie e dei cavi che conducono a un ordigno esplosivo. La sicurezza a quel punto riesce a far allontanare le persone, traendo tutti in salvo, giusto in tempo, poiché pochi istanti dopo la bomba esplode. L’esplosione raggiunge i 4-5 metri di altezza per un diametro di 9 metri: se fosse accaduto all’interno della Reitschule – come da programma – avrebbe sicuramente causato molte vittime.

Nel dicembre del 2009 tale K.S. inoltra una richiesta per un permesso di acquisto d’armi; la Polizia cantonale vuole vederci chiaro e richiede una valutazione di tale individuo al servizio d’informazione federale. Quest’organo appura che dal 2006 K.S. frequenta persone violente e gruppi di estrema destra, che nel 2008 è stato denunciato per dichiarazioni razziste all’interno del forum neonazista “Blood and Honour” e accusato di lesioni personali e atti di violenza assieme ad altri esponenti dell’estrema destra svizzera. A seguito della perquisizione domiciliare, la polizia trova in casa di K.S. un arsenale impressionante, composto fra gli altri, da fucili, Kalashnikov, pistole e taser. Inoltre, sono ritrovati diversi componenti molto simili, se non uguali, all’ordigno esploso alla Reitschule: a questo punto gli investigatori confrontano il Dna di K.S. con quello rinvenuto nello zaino-bomba e i risultati combaciano perfettamente. Nonostante le circostanze, K.S. non viene mai trattenuto in carcerazione preventiva: nel gennaio 2013 le autorità federali, a sorpresa, decidono di interrompere il processo contro di lui per i fatti della Reitschule e di perseguirlo penalmente unicamente per detenzione illecita di armi. Gli avvocati del centro autogestito non ci stanno e portano 11 prove istruttorie a loro favore; ma, di nuovo, le autorità giudiziali federali le respingono in toto. Nel gennaio del 2014 viene emesso un decreto di archiviazione sostenendo che, tra le altre cose, non è possibile stabilire come e quando K.S. abbia potuto lasciare il proprio Dna sui componenti della bomba e che nessuno può provare che tutto l’arsenale trovato in casa sua sia stato usato al di fuori dell’uso privato.

Argomentazioni assurde, al limite della presa in giro, soprattutto alla luce di processi e incarcerazioni avvenuti con maggiori incertezze giudiziarie e con molta più leggerezza. Di nuovo i legali della Reitschule non si accontentano e procedono al ricorso presso il Tribunale penale di Bellinzona.

La giustizia borghese vuole assolvere questa feccia della società, quasi a sottolineare che il fascismo non è punibile, incitando di fatto altra feccia ad attaccare compagni e migranti, perché non ci saranno conseguenze. Per questa ragione, durante questi due giorni saremo nelle piazze e nelle vie di Bellinzona per ribadire che il fascismo non passerà, che i compagni non perdonano e non dimenticano.

CONTRO FASCISMO E IMPUNITÀ

ORGANIZZARSI E LOTTARE

 

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9.11 // SOLO LA LOTTA PAGA: LARDI NON DORMIRE SONNI TRANQUILLI, L’AUTUNNO CALDO INIZIA ORA

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Il 9 novembre 2015 migliaia di lavoratori dell’edilizia stanchi dei soprusi del padronato sono scesi per le strade di Bellinzona, al fine di richiedere migliori condizioni per il rinnovo del contratto nazionale mantello del settore. Gli edili sono scesi in piazza in maniera massiccia, nonostante le pressioni fortissime subite da parte del padronato in queste ultime settimane: non solo minacce velate e frasi sibilline su a cosa si sarebbe andati incontro se si fosse deciso di aderire allo sciopero, questa volta i padroni si sono spinti più in là, facendo un autogol di dimensioni epiche, costringendo i lavoratori a firmare una petizione in cui questi dichiaravano di essere felici delle condizioni di lavoro attuali e facendo affiggere dei cartelloni della Ssic (Società svizzera degli impresari costruttori) dalle frasi altisonanti, sponsorizzando ad esempio il pensionamento dai 60 anni (e, de facto, rimettendo, nemmeno troppo velatamente, in questione il prepensionamento, punto cardine di questo sciopero).

I lavoratori hanno capito il gioco sporco e hanno aderito in massa al grande corteo che si è sviluppato per le vie di Bellinzona: girando durante la mattinata per i cantieri, la maggior parte di questi erano chiusi, talvolta con messaggi emblematici rivolti al padronato, come i caschetti da lavoro appoggiati su dei pali davanti al cancello, mentre nei pochi aperti, assistenti e padroni starnazzavano come oche impazzite alla ricerca del controllo ormai perso, minacciando e inveendo contro operai, impauriti ma risoluti nell’andarsene, e sindacato. Nonostante le pressioni, a fine mattina circa l’80% dei cantieri era chiuso e una fiumana di edili ha invaso le vie della capitale.

Il messaggio mandato dai lavoratori ai padroni è chiaro ed è stato scandito più volte durante il corteo: lotta dura senza paura. Basta con le pressioni, basta con le minacce di licenziamenti e vuoti contrattuali, basta con i profitti fatti sulle spalle dei lavoratori, basta con i tentativi di divisione della classe operaia: il vero nemico non conosce sudore, il vero nemico guadagna mentre gli edili lavorano sotto le intemperie, fino allo stremo delle forze, usurati prima del tempo da orari e mole di lavoro massacranti, per poi essere trattati come un paio di scarpe vecchie quando non sono più performanti e scattanti. E nessuno è più pronto ad accettare questo tipo di compromessi: da Chiasso ad Airolo i lavoratori l’hanno dimostrato ieri, mentre oggi e domani i loro compagni e fratelli svizzero-tedeschi e romandi lo specificheranno ancora meglio.

Partendo dalla base è possibile ricostruire quanto frazioni e politiche scellerate hanno tentato di cancellare in questi anni, una classe operaia forte e compatta contro soprusi e sfruttamento. Avanti così per la costruzione di un autunno caldo che gli impresari costruttori svizzeri difficilmente dimenticheranno.

DI SCIOPERO IN SCIOPERO,

CONTRO LARDI, CONTRO LA SSIC, CONTRO TUTTI I PADRONI, ORGANIZZARSI E LOTTARE!

 

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9.11 // IL 9 NOVEMBRE TUTTI A FIANCO DEI LAVORATORI

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Il 9 novembre 2015 in Ticino ci sarà un grande sciopero generale dell’edilizia, un appuntamento che ci permette di elaborare un’analisi su quanto sta accadendo ora nel mondo lavorativo ticinese.

Le premesse di questo sciopero si sono viste nel tempo, con un susseguirsi sempre più pressante di scioperi e malcontenti da parte della classe operaia in ogni settore, elemento nuovo nel contesto ticinese, ma assolutamente giustificato dai soprusi che il padronato ha messo in atto. Abbiamo già avuto modo di notare come con la scusa del franco forte, tramite l’abbandono della soglia minima del cambio franco/euro da parte della Banca nazionale svizzera nel gennaio 2015, la classe padronale (soprattutto nel settore industriale), una volta di più, abbia trovato una giustificazione per peggiorare ulteriormente le condizioni, salariali e di lavoro, degli operai, piangendo miseria e minacciando la delocalizzazione nel caso in cui le sue condizioni inaccettabili non fossero state accolte in pieno. Ore di lavoro supplementari non retribuite, abbassamenti salariali, licenziamenti, sono stati solo la punta dell’iceberg di quanto messo in atto. Praticamente, ci troviamo di fronte alla banalizzazione e approvazione di concetti che già erano inaccettabili due secoli fa, quali la settimana lavorativa di più di 40 ore oppure il lavoro non retribuito: il tutto con la spada di Damocle pendente della consapevolezza da parte dei lavoratori che se ciò non venisse accettato, dietro di loro la fila di ancor più disperati pronti ad accogliere condizioni così sfavorevoli si allunga di giorno in giorno.

E la politica in tutto ciò? Invece che castigare il padronato che abusa del suo potere e delle scuse fornite dall’economia, e assicurare che le condizioni di lavoro siano oneste, che a lavoro fornito ci sia la giusta remunerazione, applica la politica del divide et impera. Nel più bieco e disgustoso dei metodi, mettendo i lavoratori gli uni contro gli altri. Facendo credere ai lavoratori “residenti” che il loro vero e unico problema siano i “frontalieri” e i “migranti”, i feroci usurpatori pronti a distruggere tutto quanto guadagnato. Attraverso questa politica s’impedisce dunque l’individuazione del vero nemico da combattere, che con questa politica ingrassa e goda: il padronato. Una politica pagante, il risultato alle urne parla da sé, ma completamente assurda: si è creata una guerra fratricida fra operai, sempre più poveri e sfruttati, mentre il padrone intasca i proventi di questa politica. Infatti, mentre i “residenti” vedono nei “frontalieri” il solo nemico, votando leggi create ad hoc, che comunque non intaccano in nessuna maniera gli introiti che il lavoro del frontalierato porta nelle tasche dei padroni, creando un divario nella classe lavoratrice fra “noi” e “loro” e accettando condizioni di lavoro sfavorevoli onde non perdere il posto di lavoro in favore dei non residenti, il padronato gode dei frutti di questo conflitto.

Grazie a questa lotta fratricida, vediamo la fioritura di tutta una serie di nuovi status lavorativi oppure il rinforzo di altre condizioni di lavoro che una volta avevano un carattere provvisorio. Primo fra tutti, è quella degli “interinali”: i lavoratori assunti tramite le agenzie di prestito del personale in qualsiasi settore. Rispetto al passato, dove gli operai venivano assunti come interinali in maniera transitoria, fintanto che non si fosse trovato un lavoro a tempo indeterminato presso una ditta, ora questo status si sta trasformando in una condizione lavorativa a lungo termine. Fondamentalmente, la condizione del lavoratore interinale è quella del precario costante, con tutte le aggravanti e gli strascichi sociali del caso, che si protraggono sino e dopo il pensionamento. In Svizzera, questo status lavorativo non si è ancora fortemente radicato, a differenza di altri Paesi europei (uno su tutti la vicina Italia), però la situazione non è fra le più rosee e tutto fa presupporre che più presto che tardi si arriverà all’insediamento del precario costante sul territorio. Infatti, secondo i dati della Segreteria di Stato dell’economia, dai 5’391 lavoratori interinali del 2003 si è passati a 10’830 interinali nel 2013, mentre le ore di prestazioni fornite da loro sono passate dall’essere 2’310’625 nel 2003 a 6’526’547 nel 2013 [1]. La proporzione di questi lavoratori è quindi più che raddoppiata, mentre le ore fornite da loro sono quasi triplicate, e il fenomeno non pare volersi arrestare.

È necessario dunque trovare dei rimedi prima che questo fenomeno si consolidi e diventi abituale: se così non fosse, col passare del tempo vi si potrà solo porre un freno e non si potrà evitare che questo status lavorativo si radichi in maniera permanente sul territorio. Una possibilità potrebbe essere quella di limitare l’assunzione dei lavoratori tramite agenzie interinali: il problema in questo caso è la scarsa considerazione nei confronti dei lavoratori da parte della legislatura svizzera (Legge sul lavoro e codice delle obbligazioni); anche se un cambiamento avvenisse in tal senso, e ciò al momento attuale appare abbastanza improbabile se non inserito nelle singole convenzioni collettive di lavoro, sarebbe necessario che anche i lavoratori coinvolti attuino una presa di coscienza dei loro rinnovati diritti, al fine di potersi contrapporre alle scappatoie che il padronato sicuramente cercherebbe di prendere. La soluzione è dunque quella di ragionare e agire su due fronti: da una parte su quello legislativo e dall’altra su quello della classe operaia. Bisogna dunque riuscire a fornire ai lavoratori interinali gli strumenti necessari per combattere una possibile futura condizione di precariato e un supporto volto all’analisi di tale meccanismo: è necessario partire dalla base affinché questo avvenga, analizzando le necessità concrete dei lavoratori per poter mettere in atto una strategia che combatta in maniera determinata le dinamiche di sfruttamento e di precarietà che nascono da tali condizioni lavorative.

Basta dunque con proclami altisonanti completamente distaccati dalla realtà, senza interrogarsi a fondo su cosa vogliano gli operai, come troppo spesso è stato fatto dalla sinistra. Ripartire dalla base, per consolidare un fronte operaio che combatta assieme il vero nemico. Frontalieri, residenti, interinali, uniti contro il padrone. Perché non devono esistere divisioni fra i lavoratori, così facendo si fa solo il gioco di potenti e padronato. La guerra da combattere è lunga e tortuosa, ma non permettiamo che paura, minacce e intimidazioni distruggano il nostro futuro.

Il Collettivo Scintilla invita dunque tutti a unirsi alla grande mobilitazione dell’edilizia a partire dalle ore 9 di lunedì 9 novembre all’Espocentro di bellinzona (programma completo: http://ticino.unia.ch/fileadmin/user_upload/ticino/Edilizia_congiunto_manif._9_11_2015.pdf)

CONTRO PADRONI E MINACCE

DI SCIOPERO IN SCIOPERO

ORGANIZZARSI E LOTTARE

[1] Annuario statistico ticinese 2015, http://www3.ti.ch/DFE/DR/USTAT/allegati/volume/161441annuario_2015_20150312.pdf

23.10 // SOLIDARIETÀ CON I PRIGIONIERI POLITICI

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Dopo l’iniziativa lanciata nel dicembre del 2013 a sostegno delle compagne e dei compagni rinchiuse/i nelle carceri dal sistema repressivo dello Stato in ragione della loro attività politica, il Collettivo Scintilla torna a occuparsi di quanti sono ingiustamente imprigionati, spesso sottoposti a regime di carcere duro, trasferimenti continui, allungamento delle pene, rifiuto della libertà condizionale ecc., tutte modalità atte a fiaccarne la resistenza.

Dall’Italia allo Stato spagnolo, dagli Stati Uniti alla Turchia, a Israele, alla Francia, fino alla democraticissima Svizzera, migliaia di compagni e compagne languono nelle prigioni, in attesa di una giustizia che lo Stato borghese non è e non sarà in grado di dare. Tanto si mostra debole di fronte ai padroni e ai potenti, quanto la struttura repressiva dello Stato si mostra spietata nei confronti di chi sogna e lotta per un mondo diverso, migliore, dove non esistano più sfruttatori e sfruttati. Ma le compagne e i compagni resistono nelle carceri, senza piegarsi e senza rinnegare la loro identità politica, negandosi alle sirene che vorrebbero vedere abiurati i propri principi in favore di facilitazioni carcerarie e una libertà agevolata, libertà che sarebbe vana una volta sconfessata l’integrità rivoluzionaria che dà un senso alla loro esistenza.

A fronte del rafforzamento della repressione da parte dello Stato, che vede sempre più compagni privati della propria libertà, riteniamo che ora sia necessario allargare la solidarietà a tutti coloro che restano nelle carceri: il nostro scopo è lottare finché nessuna compagna e compagno resti detenuto.

Le cartoline con le quali scrivere ai compagni e alle compagne saranno disponibili alla nostra bancarella oppure scrivendoci un messaggio.

 

CONTRO LE CARCERI E LO STATO REPRESSIVO, ORGANIZZARSI E LOTTARE!

LIBERARE TUTT* VUOL DIRE LOTTARE ANCORA!

20.9 // LIBERTÀ PER MEHMET, LIBERTÀ PER TUTTI I PRIGIONIERI POLITICI

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Dopo essere stato imprigionato e torturato nel suo Paese, Mehmet Yesilçali ha ottenuto lo status di rifugiato politico in Svizzera.
Mehmet è un militante della Confederazione dei Lavoratori di Turchia in Europa (Atik), organizzazione sindacale criminalizzata dalla macchina repressiva di Erdogan, ma assolutamente legale alle nostre latitudini.
Agendo in qualità di cane da guardia del governo turco, “l’umanissima” Germania ha agito su mandato di quest’ultimo, giungendo all’arresto di 12 compagni turchi sul territorio europeo.
Fra questi Mehmet, accusato di aver preso parte a cinque riunioni dell’opposizione turca su suolo tedesco, senza che la benché minima prova di un’attività illecita sia stata avanzata dal procuratore pubblico.
Dallo scorso mese di aprile Mehmet è incarcerato a Friborgo. Il 19 giugno, in violazione della convenzione di Ginevra, della pratica giuridica elvetica, del diritto internazionale e di tutti gli altri strumenti istituzionali di cui la Svizzera è una fervente sostenitrice, il Dipartimento Federale di giustizia e polizia ha deciso di estradare il militante turco verso la Germania, senza passare per i tribunali nazionali.
Le ragioni per le quali Mehmet ha ottenuto lo statuto di rifugiato politico sono oggettivamente le stesse ragioni per le quali oggi s’intende procedere alla sua estradizione.

Indipendentemente dalla legittimità giuridica di tali azioni, questo fatto ci mostra come la presunta neutralità elvetica non sia altro che un ipocrita specchio per allodole, destinato a mantenere intatta la pretesa verginità politica di uno Stato che strutturalmente si colloca dalla parte sbagliata della lotta di classe, agendo come alleato oggettivo dell’imperialismo.

Libertà d’autorganizzazione politica per i rifugiati, i migranti, per TUTTI.
Solidarietà alle compagne e ai compagni turchi.
Solidarietà a tutte le minoranze oppresse di Turchia.
Liberare Mehmet, liberare TUTTI i prigionieri politici.

31.05 // PRESIDIO NO ISRAEL DAY

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Domenica 31 maggio 2015, al Palazzo dei Congressi di Lugano, si terrà l’ incontro denominato “Israel Day”, organizzato dall’Associazione Svizzera – Israele, per “celebrare i 66 anni di relazioni tra la Svizzera e Israele e il 67esimo anniversario d’Indipendenza d’Israele”.

Ospite d’onore sarà il “filosofo” francese Bernard-Henri Lévy, strenuo difensore e propagandista degli interessi dello Stato sionista, nonché paladino dei diritti umani a fasi alterne (è stato la testa di ponte ideologica per bombardare la Libia e uno strenuo sostenitore del colpo di Stato ucraino). Ogni massacro perpetrato da Israele e dal suo esercito viene sistematicamente difeso da Lévy e da quelli che la pensano come lui, in nome della fantomatica “necessità di difendersi” dell’ “unica democrazia del Medio Oriente”. Così, bambini dodicenni diventano pericolosi terroristi in grado di intimidire uno degli eserciti meglio armati al mondo, grazie al sostegno degli Stati Uniti, e dunque si può colpirli senza pietà o metter loro un proiettile nel cranio; studenti che manifestano per il loro diritto all’autodeterminazione sarebbero gravi minacce alla sicurezza israeliana e potrebbero quindi essere torturati e imprigionati senza processo; donne che salgono sui tetti per difendere la propria casa dai bombardamenti sarebbero « scudi umani » e quindi « bersagli legittimi » dei bombardamenti.

Israele devasta, tortura e massacra e nonostante questo, merita di essere celebrato. Questa l’opinione di una parte della borghesia luganese che ha scelto di esprimere pubblicamente il suo sostegno all’apartheid contro i palestinesi. Non sorprende che accanto all’estrema destra sionista, il 31 maggio siederà l’estrema destra ticinese, rappresentata da Norman Gobbi e Marco Borradori.

Ma c’è chi non vuole tacere di fronte a quest’autocelebrazione: c’è chi ricorda i corpi dilaniati dopo i bombardamenti su Gaza, che non può chiudere gli occhi di fronte al razzismo di uno Stato che vuole distruggere un popolo in nome di un “diritto superiore”, che non può dimenticare che un genocidio è in corso e che quindi non c’è nulla da festeggiare. La politica di apartheid e il sistematico genocidio operato contro la popolazione palestinese vanno denunciati e combattuti, con ogni mezzo necessario.

Denunciamo l’occupazione sionista della Palestina e l’inaccettabile sostegno complice delle autorità comunali e cantonali. Esprimiamo la nostra solidarietà incondizionata alle vittime delle politiche disumane dello stato israeliano.

Nel nome dell’internazionalismo e della lotta al razzismo, chiamiamo tutte le organizzazioni e singoli a presenziare al presidio che si terrà il 31 maggio 2015 alle 17.00 in Piazza Indipendenza, a Lugano. Vi aspettiamo In piazza con bandiere e striscioni inerenti alla situazione palestinese.

1.05 // 1° MAGGIO 2015 LUGANO – SPEZZONE ANTICAPITALISTA

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“Eppure, tutta la storia dell’industria moderna mostra che il capitale, se non gli vengono posti dei freni, lavora senza scrupoli e senza misericordia per precipitare tutta la classe operaia a questo livello della più profonda degradazione”. Questo scriveva Karl Marx nel 1865 e quanto sta succedendo ora in Ticino, come nel resto del mondo, ne è solamente la riprova. Attraverso l’ultima, strumentale, scusante, il franco forte, la classe dirigente continua a fare quello che le riesce meglio: sfruttare gli operai al fine di ricavarne il maggior profitto possibile. Accompagnata dal pietismo insopportabile del “tutti sono chiamati a fare dei sacrifici”, come se, specularmente, quando gli introiti sono copiosi, tutti i benefici fossero ridistribuiti. Ridistribuiti sì, ma nelle tasche del padronato, con bonus e salari da capogiro, mentre alla classe lavoratrice spettano, donate con magnanimità, solo le briciole.

Gli esponenti della classe politica, invece di chinarsi sulla problematica e cercare di risolverla, rimettendo in discussione il capitalismo esasperante, lo esaltano come unico sistema economico fattibile che promuove, a loro dire, la ricchezza per tutti. Starnazzando nel frattempo come oche impazzite contro migranti e frontalieri, capro espiatorio di tutti i mali del Ticino. Attacchi funzionali a mettere i lavoratori gli uni contro gli altri in una guerra fratricida senza quartiere: noi contro loro, due facce della stessa medaglia a darsi battaglia, mentre chi s’ingrassa e gode di questa situazione è sempre e solo il padronato. Dinamica questa, quella di cercare di gerarchizzare la classe operaia fra lavoratori di serie a e di serie b, che appare evidente anche nella vicina Penisola, e che certo trarrà nuovo respiro dalle conseguenze dello smantellamento dei diritti dei lavoratori in atto in Italia, sia con il Jobs Act, sia con la legittimazione del lavoro gratuito inaugurata dall’Expo di Milano, con la complicità dei sindacati concertativi in Italia.

Gli scioperi di questi mesi in Ticino hanno dimostrato che il sistema scricchiola, che i lavoratori non sono disposti a essere strumentalizzati per questi fini politici. Dalla Exten alla Smb Sa, e da tutte le fabbriche in cui i lavoratori hanno incrociato le braccia, il messaggio che ne esce è chiaro: i diritti devono esserci e per tutti, non esiste differenza fra noi e loro, tutti uniti contro il vero nemico, il capitale.

Il 1° maggio dev’essere questo, l’unione dei lavoratori contro capitale e padronato, non la triste passeggiata sindacale con cui si è trasformata negli anni la ricorrenza a Lugano. Per queste ragioni, il Collettivo Scintilla invita tutte e tutti a partecipare allo spezzone anticapitalista, che partirà dal padiglione Conza fino in centro, per ribadire che la conflittualità sui posti di lavoro è la via da percorrere e ricordare nel contempo la determinazione di chi ha deciso di non abbassare la testa di fronte alle scuse di un padronato troppo sicuro di sé.

Chi vede nella normalizzazione, nella concertazione o nel riformismo, una soluzione allo sfruttamento del capitale, non è nient’altro che complice di questo sistema.

CONTRO SFRUTTAMENTO E PADRONATO, ORGANIZZARSI E LOTTARE.

30.03 // PER UNA SOLIDARIETÀ SENZA FRONTIERE

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Il Collettivo Scintilla esprime la propria solidarietà agli occupanti dell’Ufficio della migrazione di Lucerna.
Lunedì 23 marzo il gruppo “AKTION WÜRDE STATT HÜRDE” ha infatti occupato il suddetto ufficio al fine di rimarcare il disservizio delle politiche riguardanti l’asilo vigenti ora in Svizzera. Gli eventi scatenanti l’azione dei manifestanti sono stati due tentativi di suicidio da parte di asilanti all’interno di quello che dovrebbe essere il soccorso d’emergenza.
Purtroppo, i richiedenti l’asilo sono costretti, sempre di più, a vivere in condizioni disumane. La continua discriminazione e criminalizzazione nei loro confronti si aggiungono alle pessime e precarie condizioni di vita alle quali i richiedenti l’asilo sono legati per anni, in attesa di una risposta da parte delle autorità svizzere. Risposta dalla quale dipende tutto, molto spesso lo stesso diritto alla vita, rendendo quindi ancora più gravosa l’attesa. Nel frattempo, gli asilanti sono costretti a vivere con pochi franchi al giorno, stipati all’inverosimile in appartamenti d’emergenza, col divieto sia di lavorare che di seguire una formazione, senza possibilità di spostarsi e con il continuo terrore di essere incarcerati, solo ed unicamente per mancanza di documenti validi.

L’azione diretta delle compagne e dei compagni di Lucerna ha il merito di inserire la “questione migrante” all’interno di una dinamica di conflittualità sociale concreta. Allo stesso tempo l’occupazione momentanea di uno spazio altamente simbolico ha non solo il merito di ricusare in toto le politiche messe in atto dalle istanze borghesi della Confederazione, ma anche quello di identificarle indirettamente come parte fondamentale del problema.
Queste forme d’intervento politico militante vanno valorizzate, nella misura in cui portano avanti un discorso di rottura rispetto alla retorica “dirittoumanitaria” tanto cara a certe frange delle sedicenti democrazie liberali: Non si tratta oggi di mendicare degli aiuti più o meno ingenti in un’ottica puramente assistenzialista. Si tratta di intervenire quotidianamente nell’edificazione di un’alternativa radicale, capace di mettere in discussione le cause stesse della miseria che troppo spesso è alla base della condizione migrante; siano esse identificabili nello sfruttamento della “periferia” da parte del “centro” industrializzato all’epoca della globalizzazione capitalista dei mercati, oppure all’imperialismo che questo modello di sviluppo comporta.
E’ in questo senso che gli eventi tragici descritti qui sopra possono essere considerati come dei tentati omicidi. E’ in questo senso che ad una “carità” statale è necessario rispondere con una solidarietà internazionalista.

Il Collettivo Scintilla si unisce a tali rivendicazioni perché nessun essere umano è illegale! Da Brescia a Lucerna e in ogni luogo, permessi subito!

Per una solidarietà senza frontiere: organizzarsi e lottare.

25.02 // SCIOPERO ALLA EXTEN: LOTTA, RESISTENZA E SOLIDARIETÀ

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Il seguente testo è stato diffuso dal Collettivo Scintilla sul territorio in sostegno alla lotta dei lavoratori e delle lavoratrici della Exten di Mandrisio.

SCIOPERO ALLA EXTEN
Lotta, Resistenza, Solidarietà

Da giovedì mattina i lavoratori e le lavoratrici della Exten di Mendrisio sono scesi in sciopero in risposta ai tagli dei salari, fino al 26%, imposti dalla direzione.
Queste misure di risparmio sono state imposte sotto ricatto convocando singolarmente o a piccoli gruppi i/le lavoratori di fronte a diversi membri della direzione; siamo davanti alla solita forma di aut-aut “o così, o a casa”.

Nonostante la piena disponibilità degli operai e del sindacato a entrare in discussione sui tagli, la direzione ha fermamente ribadito la propria posizione, rifiutando con forza ogni discussione collettiva.
I lavoratori e le lavoratrici hanno coraggiosamente respinto tutte le aggressioni rivolte a loro e alle loro famiglie, arrivando persino a votare lo sciopero ad oltranza davanti alla direzione.

La situazione alla Exten si inserisce, ancora una volta, nel quadro generale dell’attacco del capitale verso la classe operaia; ciò dimostra come gli interessi degli operai e delle operaie non sono, ne saranno mai, conciliabili con quelli dei padroni e che l’unica via percorribile è quella della lotta per i diritti e per una società più giusta.

Il collettivo scintilla si unisce alla solidarietà dimostrata in questi giorni dai lavoratori e dalle lavoratrici delle fabbriche della zona e dalla gente che abita il territorio, e invita tutti e tutte a fare lo stesso.

 

CONTRO L’ARROGANZA PADRONALE
ORGANIZZARSI E LOTTARE!

13.02 // Libertà per Lina Khattab e per tutti i prigionieri politici

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Lunedì 16 febbraio 2015 la studentessa diciottenne Lina Khattab verrà processata dalle autorità israeliane alla corte militare di Ofer, nella Palestina occupata. Arrestata nel dicembre 2014 per aver partecipato a una manifestazione studentesca che chiedeva la liberazione dei prigionieri politici palestinesi, è accusata di aver lanciato delle pietre contro i soldati israeliani: la pena per questo genere di “reati” va dai 6 mesi ai 20 anni di carcere.

Il caso di Lina si aggiunge a quello dei “Cinque di Hares”: cinque ragazzi arrestati in marzo 2013 e da due anni rinchiusi nelle prigioni israeliane. I loro processi sono in programma in queste settimane nella corte militare di Salem, Palestina occupata. Sotto tortura, i cinque ragazzi hanno confessato di aver lanciato dei sassi sulla Road 5 che costeggia il villaggio, provocando l’incidente di un’auto israeliana che si stava recando nell’insediamento illegale di Yakir. I Cinque di Hares sono accusati di tentato omicidio e rischiano una pena che va dai 20 anni all’ergastolo. Una campagna internazionale (https://haresboys.wordpress.com/) è stata lanciata al fine di affermare l’innocenza dei ragazzi e al contempo denunciare le condizioni di detenzione dei prigionieri politici palestinesi nelle carceri israeliane. Ad oggi, più di 6’500 palestinesi sono rinchiusi nelle carceri israeliane: tra loro vi sono più di 160 minorenni con età che variano fra i 12 e i 17 anni. Dal momento dell’arresto in avanti, i palestinesi sono sottoposti a sistematiche torture da parte delle forze armate israeliane: insulti, percosse, minacce di morte rivolte ai famigliari, privazioni del sonno, elettroshock, reclusione per settimane in celle di isolamento prive di finestre e di spazio vitale. Inoltre, nella maggior parte dei casi i prigionieri non conoscono la ragione dell’incarcerazione e i loro famigliari non vengono informati per giorni sul luogo in cui sono detenuti. La dispersione dei prigionieri nelle carceri israeliane à illegale secondo la Legge Internazionale (la Quarta Convenzione di Ginevra, art. 76, vieta infatti a uno Stato occupante di trasferire i detenuti in carceri situate sul proprio territorio) e rappresenta un grande ostacolo per le visite dei famigliari, le quali subiscono altresì numerose restrizioni nella durata e nella frequenza. La detenzione e la tortura di oltre il 20% della popolazione palestinese da parte dello Stato occupante è parte integrante della strategia repressiva israeliana, che mira a colpire la resistenza e a sradicarla fin dalle basi. I palestinesi, da parte loro, rispondono a ogni attacco perpetrato dall’avanzata israeliana rafforzando il sentimento d’appartenenza comune e l’inarrestabile aspirazione alla libertà.

Il Collettivo Scintilla esprime la propria solidarietà a tutti i prigionieri politici palestinesi rinchiusi nelle prigioni dello Stato terrorista di Israele e prende parte alla campagna di denuncia contro la multinazionale britannica della sicurezza privata G4S (http://www.addameer.org/gatesdivest), la quale assicura la protezione delle carceri israeliane e si rende così complice delle innumerevoli torture perpetrate all’interno delle mura oltre che della pulizia etnica della Palestina. Nella convinzione che l’unica forma di sicurezza possibile sia quella favorita dal rispetto e dalla convivenza fra i popoli, il Collettivo Scintilla ribadisce l’importanza di sviluppare una lotta internazionalista contro ogni tipo di fascismo e colonialismo e contro il sistema capitalista che vi sta alle spalle.

Contro ogni carcere

Contro ogni muro

Per la liberazione della Palestina

Organizzarsi e Lottare

Collettivo Scintilla