19.09 // LOTTARE CONTRO L’IMPOSSIBILE E VINCERE

Nekane Txapartegi, l’attivista basca incarcerata a Zurigo dall’aprile del 2016, è stata scarcerata nella notte di venerdì sera – dopo più di diciotto mesi di prigione. Diciotto mesi di prigionia con una spada di Damocle pendente sulla testa, col rischio di essere estradata da un momento all’altro nello Stato spagnolo, quello stesso Stato che – per mano dei suoi cani da guardia, la Guardia Civil – l’ha torturata e stuprata nel 1999, al fine di farle confessare di essere una terrorista. E giovedì, dopo questi mesi angoscianti per Nekane, la sua famiglia e i suoi compagni, l’Audencia Nacional ha fatto cadere le accuse nei suoi confronti e la conseguente richiesta di estradizione.

Sembrava impossibile, ma l’attivismo, la determinazione e la mobilitazione dei compagni hanno sconfitto la macchina da guerra messa in moto dallo Stato spagnolo e la codardia e la connivenza dello Stato svizzero. Nekane – se non fosse fuggita nel 1999 – avrebbe dovuto scontare in carcere quasi sette anni, nelle mani dei suoi aguzzini, che nella più totale impunità le avrebbero fatto scontare ogni giorno della sua vita le denunce di tortura e stupro che Nekane fece a suo tempo. Ora è libera.

Cosa c’insegna questa importante vittoria? Sicuramente che solo la lotta paga, che ogni battaglia – anche quella che appare più improbabile, più difficile – vale la pena di essere combattuta. Come Fidel e il Che che con altri quindici compagni sulla Sierra Maestra sono riusciti a instaurare un movimento rivoluzionario, come le compagne e i compagni curdi che soli hanno liberato Kobane, bisogna lottare contro l’impossibile. E, qualche volta, vincere.

L’immobilismo, il pensare che questa lotta non valga la pena di essere combattuta o – ancora peggio – che ci saranno altri compagni capaci di portare avanti la battaglia, che il nemico da fronteggiare è troppo forte e potente per poterlo sconfiggere, rappresentano solo scuse. La verità è che solo combattendo ogni giorno – anche perdendo, subendo cocenti sconfitte, credendo che tutto sia perduto -, dedicando la propria vita alla mobilitazione, si può vincere.

La vittoria di Nekane è la vittoria di tutte le compagne e di tutti i compagni che non retrocedono di un passo, che non hanno mai smesso di crederci. Oggi si festeggia con e per Nekane, ma domani si dovrà ricominciare nuovamente a lottare, perché se Nekane è fuori dal carcere, altre centinaia di compagne e compagni languono imprigionati in ogni parte del mondo e bisogna combattere per ognuno di loro, perché nessuno va lasciato indietro. L’internazionalismo e la lotta per la giustizia sociale devono essere i pilastri su cui si deve basare il nostro sentire quotidiano.

Perché, come dice José Maria Lorenzo Espinosa: “La rivoluzione sarà possibile quando nessuno sarà indispensabile, ma tutti si comporteranno come se lo fossero”.

 

PER LA LIBERTÀ DI TUTTE LE COMPAGNE E DI TUTTI I COMPAGNI NELLE CARCERI, ORGANIZZARSI E LOTTARE.

19.05 // CONTRO I FASCISTI NON UN PASSO INDIETRO

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Settimana scorsa un gruppuscolo di estrema destra si è reso artefice di uno sgrammaticato e imbarazzante comunicato, infarcito di razzismo e  luoghi comuni, correlato da una svastica e da altri richiami all’ideologia a cui questi individui fanno capo. Resosi conto dell’eco avuto sui vari portali (online, stampa, radio e tv), il gruppo in questione ha ritenuto necessario rivendicarlo a nome dell'”Associazione Nuova Destra”.

Dopo una prima caccia al colpevole, una volta identificati i responsabili (i quali si sono del resto spontaneamente presentati in questura palesandosi sinceramente pentiti (sic!)), si è passati immediatamente a una minimizzazione dell’accaduto: nessuna presenza dell’estrema destra in Ticino, nessun rischio di violenza proveniente da questo tipo di ambiente. Una bravata di due ragazzi. Un ridimensionamento, questo, dovuto sicuramente anche al fatto che uno dei due è figlio di un noto esponente del Plr luganese che siede in Gran Consiglio.

Alla banalizzazione di quanto accaduto, però, rispondono da mesi gli stessi “camerati” dei due ragazzi di cui sopra, attraverso ripetute  aggressioni a sfondo nazista e razziale in diverse parti del Ticino, minacce costanti e vari atti intimidatori, croci celtiche e svastiche sui muri, anche in prossimità delle scuole. L’ultimo caso, probabilmente come reazione di fronte a gli ultimi avvenimenti, è successo a Biasca proprio in questi giorni.

Non ci sorprende più di tanto la volontà da parte di politici e media di nascondere l’esistenza di gruppi di estrema destra alle nostre latitudini: questi ultimi sono del resto il prodotto naturale dello stesso discorso politico che va per la maggiore in Ticino, fatto di populismo becero e razzista, di attacchi ai diritti e alle libertà fondamentali delle persone, di minacce alla diversità culturale. Non c’è da stupirsi, quindi, se il discorso dei politici e dei padroni assuma anche toni più violenti ed espliciti, come quelli palesati nel comunicato in questione.
Quel che ci preoccupa maggiormente, invece, è la risposta di buona parte della società di fronte alla simbologia fascista impiegata: con orrore,
abbiamo assistito ad un’accettazione e normalizzazione di quest’ultima, come se fosse ormai considerata acquisita e non costituisse un motivo
valido per il ripudio e l’indignazione. È proprio il silenzio e la complicità della classe politica e di buona parte della popolazione che ci allarma ulteriormente e ci sprona a rispondere su più livelli: dalla promozione di una cultura rivoluzionaria e antifascista, all’attacco diretto contro chi ha interesse a diffondere sentimenti di odio e intolleranza.

La pratica antifascista è un fattore ideologico e politico che si accompagna per sua stessa natura alle diverse lotte per il cambiamento radicale: dalla soppressione delle disuguaglianze sociali all’emancipazione degli ultimi e dei dimenticati, dall’abolizione dello sfruttamento sui posti di lavoro alla libertà di movimento per tutti e tutte. Ripudiamo il fascismo in quanto ideologia aberrante e in quanto braccio armato e strumentale del capitalismo nel processo di precarizzazione di lavoratori e disoccupati, di smantellamento delle assicurazioni sociali e di mistificazione della realtà a fini autoritari e imperialisti.

Del resto, la storia lo dimostra: il fascismo si è sempre schierato con i potenti, favorendo la perpetuazione di una società basata su disuguaglianze e ricchi sempre più ricchi sulle spalle dei lavoratori. Il fascismo ha sempre trasformato gli operai e i disoccupati in reietti della società capitalista, privi di qualsiasi diritto; ha distrutto i loro sindacati, li ha privati della libertà di sciopero, ha dilapidato i fondi delle loro assicurazioni sociali e ha trasformato le fabbriche e le officine in caserme nelle quali regnasse indisturbato l’arbitrio sfrenato dei padroni.
Non possiamo quindi dimenticare che il fascismo usa come arma i disagi sociali, mobilitando i lavoratori e gli sfruttati che nella sua ottica  non sono altro che mera carne da macello, per rafforzare il ruolo di  padroni e capitali, i quali sono i reali sostenitori di questa ideologia.

Non possiamo permettere che i fascisti si approprino delle lotte per distruggerle dall’interno, non possiamo accettare che la loro ideologia  venga considerata come accettabile in una società civile.

CONTRO FASCISMO E CAPITALE, ORGANIZZARSI E LOTTARE

18.04 // SU SCIOPERO DELLA FAME DEI PRIGIONIERI POLITICI PALESTINESI E NO ISRAEL DAY 2017

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Lunedì 17 aprile 2017, oltre 1200 prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri israeliane hanno iniziato uno sciopero della fame a oltranza. Altre centinaia di detenuti politici si sono aggiunti a questa iniziativa e oggi, a due giorni dall’inizio della protesta, sono già 2000 i prigionieri che aderiscono all’iniziativa.

Questo sciopero si pone diversi obiettivi: denunciare le pessime condizioni in cui sono costretti a vivere i prigionieri; protestare contro la prassi della detenzione amministrativa (secondo la quale i palestinesi possono essere arrestati indiscriminatamente dai militari israeliani e messi in prigione per anni senza un motivo e senza un processo); denunciare la cooperazione di sicurezza fra l’Autorità nazionale palestinese e Israele; rivendicare l’importanza della questione dei prigionieri politici nel processo di liberazione della Palestina.

Marwan Barghuthi, prigioniero politico e fra i promotori dello sciopero, ha motivato con queste parole la necessità impellente di uno sciopero della fame a oltranza: “Uno sciopero della fame di massa, iniziato oggi, che rivendica i bisogni fondamentali e i diritti dei detenuti, nel tentativo di porre fine alla pratica della detenzione amministrativa arbitraria, torture, maltrattamenti, processi iniqui, detenzione di bambini, negligenza medica, isolamento, trattamento degradante, la privazione dei diritti fondamentali, come le visite dei familiari, e il diritto all’istruzione “. Lo stesso Barghuthi verrà a breve processato in un “tribunale di disciplina” come punizione per il suo editoriale fatto uscire dal carcere e apparso in questi giorni sul New York Times, nel quale ha spiegato la lotta dei prigionieri politici palestinesi nelle carceri israeliane e le loro richieste.

Di fronte a questo sciopero della fame, la risposta da parte di Israele non si è fatta attendere e – come al solito – non ha esitato nel manifestare una grande pochezza a livello umano e nel ribadire che l’unico linguaggio conosciuto dall’entità sionista è quello della repressione e della rappresaglia. Molti scioperanti, in particolare coloro che si sono fatti promotori dell’iniziativa, sono stati posti in isolamento e puniti con ritorsioni corporali e torture, oltre che essere privati del sale, alimento fondamentale insieme all’acqua per la protezione dello stomaco durante il digiuno. Al contempo, il ministro israeliano della Pubblica sicurezza Gilad Erdan ha ordinato la realizzazione di un ospedale militare da campo per assicurarsi che i prigionieri palestinesi in sciopero non vengano trasferiti negli ospedali civili israeliani nelle prossime settimane, quando le loro condizioni peggioreranno. Ennesima dimostrazione di come il regime di apartheid in vigore nella Palestina occupata permei ogni settore della società.

Un altro punto cruciale che si ripropone di fronte a questo nuovo caso di protesta da parte dei prigionieri politici palestinesi, è quello dell’alimentazione forzata. In passato, Israele ha già violato la volontà e il diritto dell’individuo imponendo tale pratica. In questo caso, mentre la Corte suprema israeliana ha recentemente deciso che l’alimentazione forzata dei prigionieri in sciopero della fame debba essere costituzionale, i medici israeliani si sono schierati con l’etica medica riconosciuta a livello internazionale che considera tale pratica come una forma di tortura.
Il messaggio di libertà che da lunedì si propaga dalle carceri della Palestina occupata giunge forte e chiaro in ogni angolo del mondo, dove la solidarietà con la causa del popolo palestinese si declina in molteplici forme per un unico grande scopo: la libertà dall’oppressione sionista.
Come Collettivo Scintilla siamo a fianco dei popolo che lottano con ogni mezzo necessario per la libertà e per l’autodeterminazione.
La feccia sionista, purtroppo, è attiva anche alle nostre latitudini: l’Associazione Svizzera Israele, vergognosa combriccola di sostenitori dei crimini contro l’umanità e della pulizia etnica della Palestina, ha come ogni anno previsto un incontro per celebrare (!) l’anniversario della nascita di Israele(!).

Il 28 maggio 2017, nei salotti complici del Palazzo dei Congressi a Lugano, si terrà, come ogni anno, il cosiddetto “Israel Day”. Per l’occasione l’ospite illustre sarà Tzipi Livni, ex ministra degli Esteri israeliana in carica durante l’operazione Piombo Fuso a Gaza nel 2008-09. Un personaggio triste in linea con la tradizione di questa celebrazione dello sterminio che annualmente si svolge a Lugano: dopo essersi formata come spia nei servizi segreti israeliani e aver fatto suo il credo sionista secondo cui “è giusto uccidere per il bene di Israele”, Tzipi Livni ha saputo col tempo mettere in pratica quanto appreso, tanto che la Gran Bretagna ha emesso un mandato di cattura nei suoi confronti in quanto ritenuta responsabile di Crimini di guerra.

Questo personaggio, su cui grava il peso delle 1400 persone uccise a Gaza nel 2008/09, sarà dunque presente a Lugano nell’anno in cui ricorre il 50esimo anniversario dell’occupazione militare della Cisgiordania a seguito della Guerra dei Sei Giorni nel 1967 .

Non accetteremo che questa passerella del terrore avvenga indisturbata e siamo pronti a fare da eco al grido che in queste ore si alza dalle carceri della Palestina occupata. Ogni manifestazione del mostro sionista e dei suoi interessi imperialisti va denunciata e combattuta!

Per la liberazione della Palestina e di tutti i prigionieri politici, ORGANIZZARSI E LOTTARE

 

 

8.04 // POLITICA MIGRATORIA E DIRITTO AL LAVORO

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Ci permettiamo di riportare le parole del compagno Diego, pronunciate durante la manifestazione dell’8 aprile “vogliamo vivere e lavorare in un Paese democratico”.

 

Buenas tardes a todas y todos
Buona sera a tutte e tutti

È un piacere per me poter essere qui con voi. Poter parlare ed esprimermi rappresenta una piccola vittoria personale in un posto dove sono condannato all’anonimato, a non esistere. È un piacere essere qui insieme a persone ch, che partecipano, insieme a gente che è da parte dei diritti umani e non dei “diritti” che determina il capitale, che è dalla parte della giustizia sociale e non della “giustizia” che impone l’economia.

Mi chiamo Diego, il mio nome è importante, com’è importante il nome di ogni migrante. È importante perché non siamo braccia per lavorare, né un misero permesso. Il nome è il primo pilastro dell’identità, avere un nome significa riconoscere che quello che abbiamo davanti è una persona come tutti voi, con figli, famiglia e sogni.

Sono un lavoratore migrante disoccupato, ho 24 anni e faccio parte dello esercito di riserva del capitale. Sono emigrato in Svizzera 4 anni fa e fin ora tento di SOPRAVVIVERE in questo cantone, e rimarco sopravvivere. Perché una cosa è tener duro giorno dopo giorno per arrivare alla fine del mese è un altra ben distinta è vivere.

Emigrare è drammatico. Perché è drammatico accettare che la tua casa, la tua vita, la tua gente saranno differenti d’ora in poi. Accettare questo cambiamento e un percorso molto lungo che dura da anni e che io personalmente dopo 4 anni non ho ancora risolto.

Per farvi capire vi dico solo che io sono venuto qua per amore.
Sono arrivato in Svizzera senza permesso (turista). sono rimasto illegalmente finche ho trovato un lavoro estivo di vari mesi che mi ha permesso avere il permesso L (Finito il lavoro, finito il permesso), tornando di nuovo nella stessa situazione d’illegalità. Cosi son passati due lungi anni. Dopo questi anni senza lavoro e permesso sono dovuto tornare in spagna separandomi della mia compagna e sapendo che rimanere in Spagna non aveva senso. Per normalizzare la situazione ho richiesto un permesso B senza attività lucrativa. Per averlo devi farti avvallare con 2000 franchi al mese da un garante e firmare immediatamente numerosi documenti che tra ‘altro mi obbligavano a non chiedere mai un sussidio o aiuto. Per questo non ho mai chiesto quello di malattia, anche se lavoriamo per una miseria e non arriviamo a fine di mese per paura a vedere la revoca del nostro permesso di soggiorno.

Il b senza attività lucrativa ti permette di lavorare solo 12 ore a settimana, questo ti spinge a lavorare in nero, perche il resto delle ore non le puoi dichiarare, o dall’altra parte a non trovare lavoro perché il padrone onesto normalmente ha bisogno di più ore.

Per avere il tanto desiderato e ancora nelle mie mani permesso B normale dovevo trovare qualcuno che volesse assumermi per un anno, né 3 mesi né 6 né 11 e mezzo. Un anno. Io vi chiedo: chi assume una persona straniera a priori con un contratto di un anno? Nessuno. Dimostrando che questo requisito serve solo per impedirci di risiedere e lavorare in svizzera.

Ho avuto fortuna con una persona che mi ha fatto un contrato di un anno e ho lavorato esattamente un anno, ricevendo il permesso ma perdendo il lavoro giacche era a termine. Non era il lavoro che volevo fare era l’unico lavoro che potevo fare

4 anni ci sono voluti per normalizzare la mia situazione in questo paese e per fortuna sono nato in Europa e se venisse da più lontano? 4 anni di grosse sofferenze, alcune non posso raccontarle pubblicamente in questa sala, 4 anni di precarietà, di disperazione di paura a essere espulso, persino un incidente nel quale quasi perdo la mano destra.

Viviamo al limite, con il minimo, senza nessuna prospettiva di futuro, senza sapere cosa sarà di noi settima prossima. Senza sapere se finiremo dall’altra parte della ramina o in un programma occupazionale a lavorare gratis, se finiremo in una fabbrica come quella del signor Siccardi (medacta internacional) per 2000 franchi al mese a turno e sotto terra come mi hanno offerto. Viviamo con la paura di partecipare politicamente, viviamo al margine della società, senza lavoro o con appena risorse economiche non possiamo fare una vita normale. Andare al bar a prendere un caffe diventa un lusso. Vediamo come la società avanza con una marcia molto più forte della che noi possiamo avere, rimanendo sempre indietro e indietro, rinchiusi a casa, rinchiusi nei nostri problemi, senza esistere. Come vogliono che ci integriamo se continuamente siamo messi da parte in qualunque ambito. In piu con l accusa di essere ladri e approfittatori quando in realtà diamo molto di più di quello che riceviamo.

Ora mi trovo in un momento critico, da 8 mesi disoccupato dopo aver lavorato a tempo pieno per 2300 franchi e con la compagna che non lavora più al cento ma a meta tempo. Se non troverò lavoro in questi 4 mesi che mi rimangono ancora di diritto probabilmente sarò espulso.
Dovrò andare io ma anche la mia compagna svizzera, ci espelleranno entrambi direttamente o indirettamente. Una storia in più da aggiungere al lungo elenco della vergogna della politica migratoria svizzera e delle leggi che riguardano l’intero nostro collettivo.
Ho due mani, sono giovane, ho formazioni accademiche, esperienza, lingue…che sistema è questo dove non celavoro? Che sistema è questo dove la mia unica speranza è aspettare che il lavoro cada dal cielo qualche giorno? E se trovo il lavoro cosa succede con tutti gli altri? Lavorare è vivere, senza lavoro non c’è vita.

Non vogliamo compassione, vogliamo diritti e rispetto. Quello che ci sta capitando non è per sfortuna o perché dio l’abbia voluto, ha dei responsabili ben definiti nel paese di origine e quello di accoglienza e una popolazione complice.

Al migrante che ha fame lo si da da mangiare ma lo si vieta di lavorare per mangiare, al migrante li si da un aiuto economico ma li si impedisce accedere a una salario giusto. Questo non funziona, perché allora per lavorare, mangiare, vivere, dipenderemo sempre di qualcuno e non volgiamo questo rapporto schiavo. Vogliamo avere diritti come tutti gli alti perche è giusto e perche è l’unico modo per vivere liberi ed emancipati.

Chi pulisce?, lavora con anziani?, costruisce case, scava gellerie o spegne incendi?. Sono la maggior parte migranti. Persone che sono trattate come di seconda categoria per non dire a volte come animali. Non siamo venuti qua a rubare il lavoro e la casa a nessuno, prima perché il lavoro non è proprietà di nessuno e secondo perché è un diritto fondamentale del quale dovrebbe godere ogni essere umano.

Siamo ¼ della popolazione svizzera, non siamo una minoranza, siamo un pilastro fondamentale, siamo i vostri vicini, amici, i vostri lavoratori, il vostro futuro.

l’integrazione è un tema decisivo se si vuole costruire una società forte ed equilibrata.
Non possiamo pretendere dare una festa nella quale alcune persone sono sedute agli angoli, zitte, sole, senza risorse e con diritto a rimanere nella festa ma non a sedersi a tavola.

L’integrazione io credo sia come un albero. Se la terra non è buona noi, il seme, non cresceremmo o cresceremmo deboli e storti senza dare mai i pregiati frutti tanto aspettati che potremmo godere tutte e tutti. La terra dove crescono i buoni semi bisogna curarla, concimarla, ararla. Che non vi ingannino dicendo che se non ci integriamo è solo colpa nostra quando pretendono che mettiamo le radici nell’asfalto.

L’integrazione è riuscire a vivere tutte insieme essendo diversi, in armonia, in parità di obblighi ma soprattutto di opportunità.

Non possiamo accettare che fra operai e operaie ci incolpiamo delle nostre miserie, della mancanza di opportunità, delle ingiustizie delle proprie vite quotidiane. I veri colpevoli sono sopra, seduti in poltrone di consigli d’amministrazione, di banche, di alcuni partiti politici. Loro come noi non hanno patria, ma la loro patria non sono le persone, la loro patria sono i soldi.

Vorrei finire parafrasando al CAMARADA SALVADOR ALLENDE che diceva: LA HISTORIA ES NUESTRA Y LA HACEN LOS PUEBLOS: io vi chiedo di scrivere insieme una pagina che potremmo far leggere a tutti gli altri, fieri di sapere che quello che non volevamo per noi non l’abbiamo voluto per gli altri.

Vi chiedo di non chinare mai la testa davanti agli attacchi fascisti e xenofobi, fatelo per noi, per i vostri figli, per il futuro, per voi stessi

Preferisco essere espulso, andar via o non arrivare alla fine del mese che chinare la testa. Perche l’ultima cosa che voglio farmi rubare è la dignita come essere umano e l’ultima cosa che vorrei vendere sono le idee nelle quali credo

Come si dice dalle mie parti :

NO PASARAN !

23.3 // LO STATO SPAGNOLO TORTURA, LA SVIZZERA È COMPLICE

LO STATO SPAGNOLO TORTURA, LA SVIZZERA È COMPLICE!

NO ALL’ESTRADIZIONE DI NEKANE TXAPARTEGI!

Nekane Txapartegi è stata arrestata il 6 aprile 2016 in Svizzera, dopo essere stata identificata dai servizi segreti spagnoli, i quali hanno agito su territorio estero illegalmente in quanto neppure le autorità elvetiche ne erano a conoscenza.
Dal giorno del suo arresto è rimasta pendente – come una spada di Damocle – una richiesta di estradizione da parte dello Stato spagnolo. Richiesta che se soddisfatta avrebbe significato rimettere Nekane nelle mani di chi a suo tempo l’aveva torturata e violentata. La polizia dello Stato spagnolo, nel 1998 aveva infatti già arrestato Nekane, accusandola di aver partecipato a una riunione con attivisti baschi a Parigi e di aver fornito due passaporti a presunti membri di ETA. Come accade a tutti i prigionieri politici accusati dall’Ordinamento legislativo iberico di “terrorismo”, Nekane è stata trattenuta per giorni dai servizi paramilitari della Guardia Civil in un stato di completo isolamento, nell’impossibilità di avere qualsiasi tipo di contatto con l’esterno o con un/a avvocato. In quel buco nero dell’isolamento totale, oggi come allora, lo Stato spagnolo tortura i dissidenti politici. Come accaduto a tante compagne e tanti compagni prima e dopo di lei, Nekane in quel buco nero dove tutto può accadere è stara brutalmente seviziata e stuprata da quattro militari. La condanna che pende sulla sua testa è frutto di quanto avvenuto in quelle ore e si basa su una dichiarazione estorta con la tortura.
Dopo nove mesi di carcere, rilasciata in attesa di processo, Nekane è fuggita in Svizzera.
Oggi la Svizzera ha dato il via libera alla sua estradizione.
Quella Svizzera che si erge a culla dei diritti umani, oggi ha deciso che Nekane non è stata in grado di rendere verosimili le sue torture e le rinfaccia la “colpevolezza” di non aver impugnato le sentenze dinanzi alla Corte suprema spagnola e alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Paradossalmente, la Svizzera dei salotti democratici borghesi e dei suoi soldi sporchi, delle armi vendute ai governi corrotti impegnati in guerre imperialiste, delle violazioni contro i/le migranti che provano ad attraversare il suo territorio, accusa un’attivista incarcerata e torturata di non aver fatto appello alle sedi di quella stessa “giustizia” che è responsabile delle gravissime violazioni perpetrate contro la sua persona e la sua integrità.
La Svizzera è complice: quella Svizzera che, nonostante le centinaia di denunce – anche da parte di organismi riconosciuti internazionalmente – non ritiene lecito presumere che nello Stato spagnolo si faccia sistematico ricorso alla tortura; quella Svizzera che come da tradizione nasconde la testa sotto la sabbia per non compromettere le sue relazioni politiche e commerciali con gli altri Paesi, macchiandosi dei loro stessi crimini contro l’umanità; quella Svizzera che rispedisce così Nekane nelle mani dei suoi aguzzini, consapevole che i torturatori della Guardia Civil le faranno pagare giorno dopo giorno il prezzo per aver denunciato pubblicamente le sevizie subite.

CONTRO L’ESTRADIZIONE DI NEKANE, PER LA SUA LIBERTÀ E QUELLA DI TUTT* I/LE PRIGIONIER* POLITIC*, ORGANIZZARSI E LOTTARE!

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1.03 // MORTE ACCIDENTALE DI UN MIGRANTE

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“Io non credo nei confini, nelle barriere, nelle bandiere. Credo che apparteniamo tutti, indipendentemente dalle latitudini e dalle longitudini, alla stessa famiglia, che è la famiglia umana” (Vittorio Arrigoni)

In questi giorni si è esaurito l’ennesimo dramma che ha insanguinato le coscienze di tutti noi: un ragazzo, probabilmente per evitare i controlli e riuscire ad attraversare quella maledetta frontiera che distrugge i sogni di chi arriva pieno di speranze, è rimasto folgorato contro i cavi della ferrovia ed è morto.
L’ennesimo morto, l’ennesima strage che la fortezza Europa si porta sulla coscienza.
Il flusso migratorio che specialmente in quest’ultimo anno ha interessato le coste europee non è frutto di una casualità, non è frutto della cupidigia dei migranti accorsi in massa per rubarci casa e lavoro. È frutto – invece – di secoli di sfruttamento e di guerre che il capitalismo ha creato e rimpolpato negli anni, per derubare le risorse naturali e sfruttare il capitale umano, distruggendo prospettive e futuro di intere generazioni.
Dopo aver esportato guerra e terrore in nome di profitto e sviluppo, l’Occidente volta ora le spalle alle masse di persone che sono costrette all’esilio. Per gestire quella che è stata definita come un’ “emergenza migranti”, gli Stati europei hanno proceduto a una vera e propria militarizzazione dei territori, hanno innnalzato barriere e presidiato i confini immaginari con energumeni in divisa a cui è stato arrogato il diritto di decidere chi è meritevole di accoglienza e chi no. Se nella maggior parte dei casi i muri hanno impedito la mobilità a tutte le persone migranti, in altre occasioni sono state introdotte categorie arbitrarie e classificazioni frutto delle ennesime menzogne. Infatti, secondo l’infame mentalità che si è creata – e che si ritrova anche spesso e volentieri nei discorsi della socialdemocrazia – solo chi è bombardato da mattina a sera ha – forse – il diritto a ricercare una vita migliore. Chi invece non ha nulla, nemmeno la speranza di un futuro in quanto il sistema capitalista l’ha spogliato di qualunque opportunità, è un migrante economico, un clandestino, e quindi dev’essere rispedito da dove è arrivato. Magari facendogli prima pagare il prezzo dei Centri di identificazione ed espulsione, dove violenze, torture e soprusi sono all’ordine del giorno.
Il capitalismo ha da sempre negato la possibilità di costruire un futuro di giustizia, libertà e autodeterminazione alle popolazioni vittime dell’imperialismo degli Stati occidentali e dei giochi di potere internazionali: l’ha fatto e lo fa tuttora massacrando con le bombe e con la creazione d’instabilità politiche oppure trucidando con povertà e devastazione dei territori. Per questa ragione non è possibile dividere, classificare o discriminare in nessun modo la dignità delle persone migranti e il loro diritto alla libertà di movimento.
Ancora una volta appare chiaro come lo Stato e il suo sistema economico capitalista abbiano interesse a sfruttare le disgrazie di alcune loro vittime per seminare odio fra le persone, nascondendo dietro a queste guerre fratricide l’unico vero artefice delle tragedie che quotidianamente viviamo sulla nostra pelle: il capitalismo stesso, questo sistema assassino basato sullo sfruttamento e che ogni giorno si lascia alle spalle una lunga striscia di sangue. L’unica soluzione è debellarlo fino alle radici, e per farlo ogni mezzo è legittimo e necessario.

CON CHI SCAPPA DA GUERRA E POVERTÀ, CONTRO LE FRONTIERE E IL CAPITALISMO, ORGANIZZARSI E LOTTARE

8.01 // ZORIONAK NEKANE

ZORIONAK NEKANE! BUON COMPLEANNO NEKANE!

Oggi 8 gennaio è il compleanno di Nekane Txapartegi, la quale festeggerà il suo compleanno in carcere. Facciamole sentire la nostra solidarietà scrivendo a:

Nekane Txapartegi
Gefängnis Zürich
Rotwandstrasse 21,
Postfach
8036 Zürich

La sua lotta è la nostra lotta!

 

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02.09 // QUANDO L’INGIUSTIZIA DIVENTA LEGGE, LA RESISTENZA DIVENTA DOVERE

La questione dell’agire nella piena legalità, troppo spesso viene ritenuta una questione imprescindibile, senza la quale non si entra nemmeno in discussione di una qualsivoglia azione o idea.
Questo è un grosso limite, che fin dalla nostra infanzia, ci viene inculcato senza margine di dissenso. Le regole son regole e non si discutono: un dogma.
Il fatto è che la legalità non fa rima per forza di cose con giustizia. Il nostro apparato legale non è “opera divina”, bensì lo specchio dei principi su cui si basa il pensiero dominante di una società qui e ora.
Con ciò non si sta dicendo che tutte le leggi siano ingiuste, ma solamente, che i margini da esse date non sono per forza basate su principi di uguaglianza e giustizia sociale, in quanto la nostra società è colma di discriminazioni verso chi ha meno mezzi o chi si trova in una situazione diversa dalla media.
Si arriva così a vivere situazioni (sia in prima persona che no) che per forza di cose si scontrano con quanto legiferato e che non hanno soluzione altra se non nell’illegalità, perché sono proprio le regole che gli stati stessi si danno a causare situazioni invivibili e inaccettabili. Non si sta parlando evidentemente della bravata di un ragazzino, bensì di scelte difficili, a volte con possibili pesanti conseguenze, ma che sono per molti l’unica possibilità.

Tanti dei diritti conquistati, non sarebbero mai stati ottenuti agendo nei margini della legge: basti pensare a chi si è opposto all’apartheid in Sudafrica, a chi ha combattuto il nazifascismo, alle varie conquiste dell’indipendenza delle popolazioni degli Stati che furono colonizzati… Per quanto riguarda la Svizzera: gli scioperi e le mobilitazioni (anche soffocati nel sangue, come lo sciopero generale del 1918) che ci hanno portato a ottenere diritti come la pensione, le assicurazioni in caso di infortuni o malattia, le “8” ore di lavoro,…oppure di tutti quei cittadini che hanno rischiato e si sono impegnati per far passare le famiglie di ebrei e gli oppositori politici ai regimi nazifascisti durante la Seconda guerra mondiale, quando il Consiglio federale adottò il respingimento sistematico al confine (1942, quando le notizie degli stermini protratti dalla Germania nazista erano già più che note).

Oppure uno degli esempi più recenti nel tempo: negli anni ’70, migliaia di svizzeri, fra cui centinaia di ticinesi, sono stati “passatori” di esuli cileni che fuggivano dalla dittatura sanguinaria di Pinochet e che si sono visti rifiutare l’entrata legale in Svizzera. Attraverso il movimento “Azioni Posti Liberi”, questi svizzeri hanno sfidato l’autorità elvetica e le sue leggi, quelle stessi leggi di cui oggi tutti si riempiono la bocca, anche chi dovrebbe ricordarsi di un passato non troppo lontano. Eludendo e violando queste leggi, centinaia di ticinesi hanno pagato il viaggio, fatto attraversare illegalmente il confine e ospitato nelle loro case centinaia di compagne e compagni cileni. Salvando loro la vita.

Quando l’ingiustizia diventa legge, ribellarsi è un dovere. Il nostro sostegno va a tutte le persone che di fronte a un’ingiustizia non possono e non vogliono girarsi dall’altra parte. Riempirsi la bocca di tante belle parole, ma ritrarsi appena qualcosa mette in pericolo la comoda sedia di broccato su cui da troppo tempo si è seduti, ormai dimentichi della vera ragione per la quale si fa politica, non fa onore a nessuno e rende evidente il fallimento di un partito ormai ideologicamente decadente, che fa del legalismo ossequioso il suo unico vanto.

I migranti e le migranti di oggi, sono i compagni e le compagne cileni di ieri. Si è lottato ieri, si lotta oggi e si lotterà domani, perché i nostri sogni non saranno fermati né da confini immaginari né da leggi ingiuste istituite da uno Stato capitalista e borghese.

CONTRO MURI E IPOCRISIA, ORGANIZZARSI E LOTTARE.

01.09 // SU FERTILITY DAY E PATRIARCATO

“Finché la famiglia e il mito della famiglia e il mito della maternità e l’istinto materno non saranno soppressi, le donne saranno oppresse” (Simone de Beauvoir).

È di questi giorni la geniale campagna promossa del Ministero della salute italiano: ovverossia, la proposta di festeggiare il “fertility day”, il giorno della fertilità. Ci teniamo a precisare che se fosse per l’iniziativa in sé, il livello di idiozia sarebbe tale da non entrare nemmeno in argomento, il problema è il contesto in cui è stata promossa e il fatto che dia nuovamente prova di quanto un certo tipo di politica si muova su piani a dir poco surreali, dimostrando una completa ignoranza (o meglio una noncuranza) delle condizioni e le problematiche vissute soprattutto da parte delle classi popolari.

All’alba del 2017, mentre mezzo mondo occidentale si scaglia contro Islam e islamici, rei di essere “degli oppressori di donne”, in Italia, dove le critiche in questo senso sono feroci, lo Stato decide che è giunta l’ora d’istituire una giornata in cui la fertilità verrà esaltata come valore assoluto. E lo fa tramite aberranti cartelloni che veicolano un messaggio medievale che fa solo accapponare la pelle (oltre ad essere un’inutile spesa pubblica): la rappresentazione della donna unicamente come madre, una sorta di incubatrice ambulante che come unico scopo nella vita deve avere quello di sfornare quanti più figli possibili, al fine di sconfiggere la denatalità imperante che affligge il mondo occidentale. Novella Giovanna d’Arco gravida, sfiderà a colpi di parto l’annoso problema della crescita zero.

Discorsi dal sapore di Ventennio, che in un baleno svelano la triste realtà: per quanto si voglia affermare come progredito, questo mondo occidentale è ancorato alla medesima insopportabile retorica maschilista di un secolo fa. Il fertility day, con i suoi messaggi nemmeno tanto subliminali, fa intendere solo una cosa: la donna dev’essere madre, chi non lo è va contro il suo destino naturale. Poi forse potrà essere anche qualcos’altro, ma quel qualcos’altro non sarà che un comprimario nella vita della donna, poiché il ruolo di attore principale può essere attribuito solo ed esclusivamente alla maternità. E, soprattutto, meglio se la gravidanza accada quanto prima: passata la trentina, la donna sarà additata come essere socialmente inadeguato, che non si sta realizzando totalmente, o peggio ancora, come un’egoista, viziata che non è in grado, o non ha voglia, di assumersi le proprie responsabilità dettate dall’”evoluzione” biologica del proprio corpo, preferendo gli svaghi alla sana prosecuzione della specie. Un essere a metà, su cui buttare ogni genere di pressione sociale e culturale. Emblematico in tal senso è uno dei cartelloni atti a promuovere il fertility day: una clessidra, che riporta lo slogan “La bellezza non ha età. La fertilità sì”. Più chiaro di così. Quello che si aspetta dunque la società è che queste “donne a metà”, ultratrentenni e, orrore, senza figli, si giustifichino di continuo, facendo fronte a una persecuzione, nemmeno troppo metaforicamente parlando, che va dal commentino sprezzante, alla battuta salace, al disprezzo ostentato. Dimostrando di fatto che, questo mondo occidentale così evoluto, così illuminato a fronte di un mondo arabo giurassico, è attaccato allo stesso insopportabile retaggio culturale cattointegralista e maschilista di sempre che, in maniera più o meno sottile, influenza le nostre vite.

Il vero problema del fertility day, oltre alla retorica intollerabile, è il non tenere conto di alcuni fattori essenziali. Pur ribadendo il concetto che si può essere madre o non esserlo attraverso una scelta consapevole, ci sono donne che madri lo diventerebbe pure volentieri, ma che non lo possono fare in quanto il contesto in cui vivono non si presta a questo tipo di scelta. Erosione dei diritti, disoccupazione, lavori sottopagati, sfruttamento,… sono all’ordine del giorno nella società odierna, capitalista e fiera d’esserlo. Ma sono anche fattori che impediscono a donne e uomini di costruirsi un futuro secondo i propri ideali e le proprie aspirazioni di vita. Donne che vivono una doppia discriminazione: il confronto con il giudizio di valore rispetto alla loro condizione personale e la mancanza di mezzi per poter prendere serenamente una decisione di questo tipo. Ma questo la campagna promossa dal Ministero della salute del governo Renzi, noto gioppino che dello smantellamento dei diritti dei lavoratori e della prosecuzione della politica dei tagli alla spesa pubblica, in particolare al welfare, ha fatto il suo punto di forza, si guarda ben dal dirlo. È molto più facile biasimare una donna che non vuole o non può essere madre, piuttosto che rimettere in questione tutto un sistema che pur facendo acqua da tutte le parti, per molti appare come “il migliore dei mondi possibili”. Dopo un’estate passata a disquisire su come combattere l’oppressione della donna, ma solo dal giogo musulmano, bien sûr, la vera natura del capitalismo fa prepotentemente capolino, mostrandosi in tutta la sua forza arcaica e oppressiva. Una società che ormai si considera avanzata solo per i centimetri di pelle che, ci permette di mostrare, dimenticandosi gli stupri, i maltrattamenti, le disparità salariali, i licenziamenti in bianco (i quali, in un assurdo gioco all’incoerenza, avvengono in caso di gravidanza), la maternità decisamente insufficiente e tutte le amenità che noi donne siamo costrette a subire ogni giorno. Una società che tenta, ancora una volta, di entrare nella sfera più privata della donna, quella della gestione del proprio corpo.

A noi, di decostruire quest’immagine della donna, attaccando strutture più grandi, affrancandoci a delle lotte che vanno al di là della sola liberazione della donna: perché non ci sarà liberazione della donna, finché non si abbatterà il capitalismo, vero e unico cuore pulsante di tutte le inuguaglianza nel mondo.

 
CONTRO PATRIARCATO E CAPITALISMO, ORGANIZZARSI E LOTTARE

15.07 // CONTRO LA VIOLENZA DELLE FRONTIERE

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Un confine non è qualcosa di naturale, immutabile ed eterno. Un confine è una costruzione sociale, uno strumento concepito dal genere umano che risponde a determinate finalità, le quali si costruiscono all’interno delle strutture di potere di una società. Analizzando il ruolo primario che hanno assunto nell’Europa di oggi, si arriva a una constatazione tanto semplice quanto spietata: attualmente i confini sono uno dei principali strumenti di esclusione sociale.
Da un lato essi servono a difendere, o meglio a costruire, delle identità nazionali o regionali che vengono sempre più percepite come qualcosa da salvaguardare di fronte all’intensificarsi dei flussi della globalizzazione, come se esse non siano – storicamente parlando – il risultato di un’ininterrotta sequenza di incontri e processi di ibridazione culturale; dall’altro essi giustificano e contribuiscono a riprodurre quell’ineguaglianza nello sviluppo su cui, da tempi immemori, si è costruito il disequilibrio globale. La loro funzione principale odierna si può riassumere così in tre semplici e allo stesso tempo brutali parole: difesa del privilegio.

È ciò che succede in Europa, dove si sono smantellati i confini interni in nome di un progetto di unione tra popoli e diritto a libertà di movimento (rivelatosi poi tutt’altra cosa, in quanto a spostarsi liberamente in realtà sono solo capitali e merci), ma al contempo si sono erette tutt’intorno cortine di muri e filo spinato, burocratiche ma anche fisiche, come deterrente per chi cerca di entrare per necessità di sopravvivenza. Evidentemente questi diritti funzionano a corrente alternata: per alcuni valgono, per altri no.
A Lampedusa, a Calais, a Ventimiglia, a Idomeni, eccetera stiamo assistendo all’espressione di queste diseguaglianze e queste contraddizioni, che si concretizzano in un conflitto tra chi vive il dramma della migrazione perché un luogo dove vivere non ce l’ha più e chi invece vuole mantenere il proprio status di privilegiato, su cui ha costruito il proprio benessere.

Questo conflitto in queste ore si sta manifestando anche in quelle poche centinaia di metri che separano Como dalla frontiera di Chiasso; stiamo parlando, è inutile dirlo, del respingimento dei migranti, che vogliono in gran parte raggiungere l’Europa del Nord ma che vengono fermati a Chiasso e rimandati in Italia a causa di una normativa assurda e disumana come quella della Convenzione di Dublino.
Il clima è quello di uno stato di polizia e di una criminalizzazione dei migranti che raramente si era respirato a queste latitudini; la situazione rasenta l’emergenzialità e scarseggiano i beni di prima necessità come le coperte, il cibo o la possibilità di provvedere alla propria igiene personale. Di fronte a questa situazione la risposta delle istituzioni cantonali ticinesi non ha tardato a farsi sentire ed è stata espressa dal consigliere di Stato Norman Gobbi attraverso un’ipotesi che non ci stupisce, ovvero quella di un dispiegamento delle forze militari sul confine con l’Italia, da aggiungere all’impressionante schieramento di forze dell’ordine che stanno già presidiando la zona e i cui effettivi sono stati moltiplicati negli ultimi tempi.

Norman Gobbi, insieme a Salvini, Le Pen e le formazioni della destra xenofoba che rappresentano, sono il ritratto perfetto di uno degli schieramenti di questo conflitto e le “soluzioni” che sono soliti proporre – prevalentemente composte da coercizione, manganelli e fogli di via – mostrano come tali forze siano disposte a tutto pur di salvaguardare lo status quo.

Dall’altra parte troviamo invece i migranti, portatori dell’esperienza dello sradicamento e dell’assenza di una prospettiva di vita accettabile e, accanto a loro, tutti coloro che con la loro complicità e la solidarietà cercano di decostruire queste dinamiche diseguali e di edificare dei percorsi di autonomia in cui costruire un approccio diverso da quello dominante, consapevoli che la lotta al razzismo e alla xenofobia non può non essere anche una lotta anticapitalista, dal momento che è dal dominio del capitale che queste dinamiche sono alimentate.
Proprio in queste ore si è attivata una rete di solidarietà sulla fascia di confine, con l’obiettivo di rispondere alle necessità primarie dei migranti e di manifestar loro la propria solidarietà. Invitiamo chiunque ne abbia la possibilità a raggiungere Como e Chiasso per fare altrettanto. Perché se i confini sono il luogo dove più di tutti si manifestano queste dinamiche, allora diventa fondamentale presidiarli: loro con guardie di confine ed elicotteri, noi con la forza della solidarietà.

La lotta dei migranti è anche la nostra lotta: è la lotta dei lavoratori che sui cantieri muoiono e che si auto-organizzano per costruire un’alternativa al sistema del lavoro salariato; è la lotta dei popoli oppressi che si battono per affrancarsi dall’imperialismo economico e culturale dei paesi occidentali; più in generale è la lotta di tutti coloro che hanno capito che al mondo esistono solo due razze, quella degli sfruttati e quella degli sfruttatori.
Continueremo ad opporci ai centri di detenzione per migranti, alle deportazioni e alle espulsioni forzate, ai controlli alle frontiere, manifestando la nostra solidarietà a chi è costretto a cercare un nuovo luogo in cui sopravvivere, perché da tempo abbiamo capito da che parte stare.
Potete rinchiudervi nelle vostre rassicuranti concezioni pasticciate e idealizzate di cultura e tradizione, potete inasprire le leggi sulla migrazione, potete pestare a sangue i migranti, potete bloccare le frontiere, ma presto vi accorgerete che i confini non possono arrestare il vento.

E il vento del cambiamento, che vi piaccia o no, si sta alzando.

Contro i controlli razziali
Contro razzismo e sfruttamento
Contro la violenza della frontiere

Organizzarsi e lottare.