15.07 // CONTRO LA VIOLENZA DELLE FRONTIERE

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Un confine non è qualcosa di naturale, immutabile ed eterno. Un confine è una costruzione sociale, uno strumento concepito dal genere umano che risponde a determinate finalità, le quali si costruiscono all’interno delle strutture di potere di una società. Analizzando il ruolo primario che hanno assunto nell’Europa di oggi, si arriva a una constatazione tanto semplice quanto spietata: attualmente i confini sono uno dei principali strumenti di esclusione sociale.
Da un lato essi servono a difendere, o meglio a costruire, delle identità nazionali o regionali che vengono sempre più percepite come qualcosa da salvaguardare di fronte all’intensificarsi dei flussi della globalizzazione, come se esse non siano – storicamente parlando – il risultato di un’ininterrotta sequenza di incontri e processi di ibridazione culturale; dall’altro essi giustificano e contribuiscono a riprodurre quell’ineguaglianza nello sviluppo su cui, da tempi immemori, si è costruito il disequilibrio globale. La loro funzione principale odierna si può riassumere così in tre semplici e allo stesso tempo brutali parole: difesa del privilegio.

È ciò che succede in Europa, dove si sono smantellati i confini interni in nome di un progetto di unione tra popoli e diritto a libertà di movimento (rivelatosi poi tutt’altra cosa, in quanto a spostarsi liberamente in realtà sono solo capitali e merci), ma al contempo si sono erette tutt’intorno cortine di muri e filo spinato, burocratiche ma anche fisiche, come deterrente per chi cerca di entrare per necessità di sopravvivenza. Evidentemente questi diritti funzionano a corrente alternata: per alcuni valgono, per altri no.
A Lampedusa, a Calais, a Ventimiglia, a Idomeni, eccetera stiamo assistendo all’espressione di queste diseguaglianze e queste contraddizioni, che si concretizzano in un conflitto tra chi vive il dramma della migrazione perché un luogo dove vivere non ce l’ha più e chi invece vuole mantenere il proprio status di privilegiato, su cui ha costruito il proprio benessere.

Questo conflitto in queste ore si sta manifestando anche in quelle poche centinaia di metri che separano Como dalla frontiera di Chiasso; stiamo parlando, è inutile dirlo, del respingimento dei migranti, che vogliono in gran parte raggiungere l’Europa del Nord ma che vengono fermati a Chiasso e rimandati in Italia a causa di una normativa assurda e disumana come quella della Convenzione di Dublino.
Il clima è quello di uno stato di polizia e di una criminalizzazione dei migranti che raramente si era respirato a queste latitudini; la situazione rasenta l’emergenzialità e scarseggiano i beni di prima necessità come le coperte, il cibo o la possibilità di provvedere alla propria igiene personale. Di fronte a questa situazione la risposta delle istituzioni cantonali ticinesi non ha tardato a farsi sentire ed è stata espressa dal consigliere di Stato Norman Gobbi attraverso un’ipotesi che non ci stupisce, ovvero quella di un dispiegamento delle forze militari sul confine con l’Italia, da aggiungere all’impressionante schieramento di forze dell’ordine che stanno già presidiando la zona e i cui effettivi sono stati moltiplicati negli ultimi tempi.

Norman Gobbi, insieme a Salvini, Le Pen e le formazioni della destra xenofoba che rappresentano, sono il ritratto perfetto di uno degli schieramenti di questo conflitto e le “soluzioni” che sono soliti proporre – prevalentemente composte da coercizione, manganelli e fogli di via – mostrano come tali forze siano disposte a tutto pur di salvaguardare lo status quo.

Dall’altra parte troviamo invece i migranti, portatori dell’esperienza dello sradicamento e dell’assenza di una prospettiva di vita accettabile e, accanto a loro, tutti coloro che con la loro complicità e la solidarietà cercano di decostruire queste dinamiche diseguali e di edificare dei percorsi di autonomia in cui costruire un approccio diverso da quello dominante, consapevoli che la lotta al razzismo e alla xenofobia non può non essere anche una lotta anticapitalista, dal momento che è dal dominio del capitale che queste dinamiche sono alimentate.
Proprio in queste ore si è attivata una rete di solidarietà sulla fascia di confine, con l’obiettivo di rispondere alle necessità primarie dei migranti e di manifestar loro la propria solidarietà. Invitiamo chiunque ne abbia la possibilità a raggiungere Como e Chiasso per fare altrettanto. Perché se i confini sono il luogo dove più di tutti si manifestano queste dinamiche, allora diventa fondamentale presidiarli: loro con guardie di confine ed elicotteri, noi con la forza della solidarietà.

La lotta dei migranti è anche la nostra lotta: è la lotta dei lavoratori che sui cantieri muoiono e che si auto-organizzano per costruire un’alternativa al sistema del lavoro salariato; è la lotta dei popoli oppressi che si battono per affrancarsi dall’imperialismo economico e culturale dei paesi occidentali; più in generale è la lotta di tutti coloro che hanno capito che al mondo esistono solo due razze, quella degli sfruttati e quella degli sfruttatori.
Continueremo ad opporci ai centri di detenzione per migranti, alle deportazioni e alle espulsioni forzate, ai controlli alle frontiere, manifestando la nostra solidarietà a chi è costretto a cercare un nuovo luogo in cui sopravvivere, perché da tempo abbiamo capito da che parte stare.
Potete rinchiudervi nelle vostre rassicuranti concezioni pasticciate e idealizzate di cultura e tradizione, potete inasprire le leggi sulla migrazione, potete pestare a sangue i migranti, potete bloccare le frontiere, ma presto vi accorgerete che i confini non possono arrestare il vento.

E il vento del cambiamento, che vi piaccia o no, si sta alzando.

Contro i controlli razziali
Contro razzismo e sfruttamento
Contro la violenza della frontiere

Organizzarsi e lottare.

05.06 // SI SCRIVE AMICIZIA, SI LEGGE APARTHEID

Il 5 giugno al Palazzo dei Congressi di Lugano si terrà la celebrazione del giorno di Israele, come ogni anno. Municipali, consiglieri di Stato e la “società bene” vi parteciperanno, come di consueto. Vi prenderanno parte elogiando la cooperazione fra popoli o l’unica democrazia del Medio Oriente. I giornalisti riporteranno. Dietro i loro sorrisi ipocriti e le loro frasi di circostanza, la realtà è però un’altra.

Lo Stato d’Israele non sorge dal nulla. Su quelle terre hanno vissuto per secoli i palestinesi, con le loro case, le loro famiglie e la loro società. In seguito, nel 1948, è arrivata la Nakba, la catastrofe: centinaia di villaggi arabi distrutti, milioni di palestinesi costretti col tempo a rifugiarsi dentro i campi profughi. Da allora sono trascorsi 68 anni. Intorno a Israele si nasce, si cresce, si ama, si muore dentro a dei campi profughi. Per una, due, tre e fra poco quattro generazioni. La Nakba non è stato un evento casuale, frutto di una catastrofe naturale avulsa da qualsiasi responsabilità umana, bensì un progetto ben ponderato di pulizia etnica, che vede un solo colpevole, il quale ha agito con la connivenza e l’appoggio degli Stati occidentali: stiamo parlando dello Stato sionista d’Israele,

Chi, fra il popolo palestinese, rimane in Cisgiordania, vive circondato da un muro, in territori che sono prigioni a cielo aperto con villaggi separati da vari checkpoint. Ogni tanto, i terreni della comunità vengono espropriati e le proprietà che vi sorgono rase al suolo per costruire nuove residenze per i coloni in arrivo. Troppo spesso, l’esercito spara e uccide impunemente, oppure incarcera ogni sospetto terrorista – bambini compresi – detenendolo in condizioni disumane, senza processo per un lungo periodo di tempo, spesso con pene ingiustificate e inumane. Gaza è un enorme prigione a cielo aperto, sovraffollata e distrutta dalle bombe dell’aviazione sionista. Del povero Davide, contro Golia, rimangono solo le macerie.

Lo Stato razzista israeliano si legittima attraverso l’orrore della Shoa. Chi si oppone al colonialismo israeliano e alle sue brutalità viene tacciato di antisemitismo. Lo stesso premier israeliano Netanyahu ha sostenuto che vi sia un legame fra la Shoa e l’oppressione della Palestina, asserendo pubblicamente che il genocidio del popolo ebraico è stato causato dai palestinesi, e non dai nazisti, mistificando la storia del suo stesso popolo, nel tentativo di giustificare gli orrori che ogni giorno sono compiuti in Palestina. Noi però siamo coscienti che Israele non rappresenta gli ebrei: uno è uno Stato, l’altra una confessione. Esistono ebrei e israeliani sensibili e coscienti che si rifiutano di servire l’esercito o si battono pubblicamente a fianco dei palestinesi per la fine del colonialismo, pagando un caro prezzo le loro azioni.

In tutto questo, il ruolo dell’Occidente resta fondamentale: complice, silente nel migliore dei casi oppure attivo, degli orrori compiuti in Palestina, in quanto a tutti fa comodo avere Israele quale cane da guardia degli interessi del capitalismo nella polveriera che è il Medio Oriente.

Yaakov Peri, il deputato della Knesset invitato come ospite d’onore durante la giornata che celebra l’amicizia con Israele, è il volto rispettabile dei nuovi carnefici. Parlamentare di centro, all’opposizione rispetto al governo, è stato a capo dei servizi segreti accusati di crimini di guerra. Inoltre, ha proposto una task-force contro il movimento d’opinione non violento BDS (boicotta, disinvesti e sanziona). Dietro alla sua immagine presentabile, si cela tutto il marcio delle violenze, degli orrori e della connivenza con quanto accade ogni giorno sul territorio palestinese.

Il diritto alla resistenza dei palestinesi è sacrosanto. I loro atti di ribellione, impossibili da paragonare, in quanto a mezzi e ferocia, alla violenza quotidiana dei colonizzatori sionisti, sono frutto solo della disperazione. Ma il tempo scorre, e con il supporto internazionale la disperazione può farsi speranza nel cambiamento.
No alla glorificazione di uno Stato fascista e razzista.

Per il diritto al ritorno dei profughi palestinesi.

Per la fine del razzismo interno, delle violenze e dei soprusi dello Stato d’Israele.

Per una convivenza fra i popoli che non sia dominio ma pace, basata sull’uguaglianza.

Per una Palestina libera e per la libertà di tutti i popoli oppressi.

ORGANIZZARSI E LOTTARE

08.05 // NO ALL’ESTRADIZIONE DI NEKANE TXPARTEGI

Rueda de prensa ofrecida en Hernani por Toturaren Aurkako Taldea (TAT) en relación a la detención por parte de la Guardia Civil de Sebas Bedouret cuando se dirigía al acto pro amnistía del velódromo del pasado 6 de enero y su denuncia de haber sido torturado. En la imagen, Nekane Txapartegi, víctima de la tortura.

Nekane Txapartegi, giornalista basca e militante della sinistra indipendentista, ex consigliera comunale della città di Asteasu, è stata arrestata dalle autorità svizzere e incarcerata a Zurigo l’8 aprile 2016, a seguito di una domanda di estradizione depositata dallo Stato spagnolo.

Nel 1999, Nekane è stata arrestata e incarcerata una prima volta dalla Guardia Civil, corpo paramilitare della polizia spagnola, incaricato delle “operazioni antiterroriste”. Durante i primi giorni di detenzione, lei e un altro prigioniero sono state rinchiusi in isolamento (incomunicacion), pratica nella quale le detenute e i detenuti accusati di “terrorismo” scompaiono in un buco nero per giorni, senza poter aver contatti con l’esterno, neppure un avvocato, subendo un utilizzo quasi sistematico della tortura durante gli interrogatori. In quell’occasione Nekane è stata violentemente torturata dai militari spagnoli è ha subito uno stupro da parte dei suoi torturatori. Ciò che ha dovuto patire in carcere è stato denunciato poche settimane più tardi. Dopo una rapida archiviazione della denuncia da parte delle autorità spagnole, gli avvocati di Nekane sono riusciti a fare riaprire la procedura qualche anno più tardi, prima che il caso fosse definitivamente insabbiato. Nonostante numerosi certificati medici che dimostrano che Nekane sia uscita dall’incomunicacion con numerosi ematomi su tutto il corpo e nonostante testimonianze di compagni di cella indicando che una volta giunta in carcere Nekane fosse in stato di shock e non riusciva né a camminare, né a muovere le mani, i magistrati spagnoli hanno rifiutato di identificare i suoi aguzzini. Solo uno di loro è stato finalmente sentito, per video conferenza e in forma anonima, senza però rispondere alle domande della difesa. Così come in decine di altri casi, che hanno portato alla condanna della Spagna da parte di organi internazionali, la denuncia è stata archiviata dalle autorità spagnole e i torturatori di Nekane sono rimasti impuniti.

Dopo nove mesi di detenzione preventiva, Nekane è stata rilasciata su cauzione e nel 2007 è fuggita dallo Stato spagnolo per evitare una nuova incarcerazione basata unicamente sulle testimonianze ottenuta sotto tortura. Infatti, durante il maxiprocesso contro numerose organizzazioni della sinistra indipendentista basca, denominato “Sumario 18/98”, è stata condannata a una pena di sei anni e nove mesi con l’accusa di appartenenza in prima istanza, e di collaborazione in appello, con un’ ”organizzazione terrorista” (ETA). Nel corso di questo processo Nekane ha nuovamente denunciato quanto ha dovuto subire in carcere nel 1999 (video: https://www.youtube.com/watch?v=8Y67p5TR4pM) e, come massima ignominia, ha dovuto pure confrontarsi con uno dei suoi torturatori, intervenuto in tribunale in qualità di “esperto”. Le colpe principali che le sono state imputate sono quelle di aver partecipato a una riunione con degli attivisti indipendentisti baschi a Parigi e di aver consegnato due passaporti a dei membri di ETA.

A partire dal momento della sua fuga, le autorità dello Stato spagnolo le hanno dato la caccia, affinché raggiungesse i 390 prigioniere e prigionieri politici baschi già incarcerati nelle prigioni spagnole e francesi, scomparendo in qualche carcere a centinaia di kilometri da dove risiedono la sua famiglia, i suoi amici e compagni.

Non è possibile che Nekane sia riconsegnata ai suoi torturatori. In Svizzera è già stato creato il gruppo di solidarietà “Free Nekane”, un gruppo aperto alle persone e ai collettivi che voglio dimostrare la propria solidarietà e sostenere Nekane e la sua famiglia. L’obiettivo di questo gruppo è impedire la sua estradizione in Spagna, sostenere Nekane e la famiglia durante la procedura e informare sulle violazioni dei diritti dei prigionieri e esiliati politici baschi.

Per chi volesse scrivere a Nekane può farlo a:

Nekane TXAPARTEGI NIEVE,
Gefängnis Zürich,
Rotwandstrasse 21,
8004 Zürich

Per chi volesse versare dei soldi a sostegno delle spese legali di Nekane, può farlo a:

Euskal Herriaren Lagunak Schweiz
3001 Bern
PC: 60-397452-5
IBAN: CH27 0900 0000 6039 7452 5
BIC: POFICHBEXXX

Con la nota: “Free Nekane”

http://www.noisaremotutto.org/2016/05/08/no-allestradizione-di-nekane-txapartegi/

16.02 // NI OLVIDO, NI PERDON: IL FASCISMO NON PASSERÀ

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 Il 17 e il 18 febbraio, al Tribunale federale di Bellinzona, si svolgerà il processo a un terrorista neofascista svizzero, il quale è accusato di aver posto una bomba all’interno del centro sociale Reitschule di Berna. Questa premessa già di per sé spiega la scarsa attenzione dei media e di tutti i mezzi d’informazione cantonali: giacché si tratta di una persona svizzera e soprattutto di un attacco ai danni di un centro sociale autogestito, il fatto ha poca rilevanza, per i media e per l’opinione pubblica. Se la situazione fosse stata diversa, se avesse riguardato stranieri oppure autogestiti nelle vesti di carnefici, non stentiamo a credere che non mancherebbero titoloni da prima pagina e politici starnazzanti come oche impazzite, chiedendo più controlli e sicurezza. Il silenzio su questa vicenda è emblematico della situazione attuale e delle priorità dei politici e dei media.

Sabato 4 agosto 2007, alla Reitschule di Berna si sta svolgendo un Festival antifascista, nella Grosse Halle stanno suonando gli Oi Polloi davanti a un pubblico composto da 1’500-2’000 persone. Quasi per caso, un frequentatore del centro trova uno zaino imbevuto di benzina accanto alla consolle di mixaggio. La sicurezza si attiva tempestivamente e porta lo zaino all’esterno: al suo interno si scoprono delle bottiglie e dei cavi che conducono a un ordigno esplosivo. La sicurezza a quel punto riesce a far allontanare le persone, traendo tutti in salvo, giusto in tempo, poiché pochi istanti dopo la bomba esplode. L’esplosione raggiunge i 4-5 metri di altezza per un diametro di 9 metri: se fosse accaduto all’interno della Reitschule – come da programma – avrebbe sicuramente causato molte vittime.

Nel dicembre del 2009 tale K.S. inoltra una richiesta per un permesso di acquisto d’armi; la Polizia cantonale vuole vederci chiaro e richiede una valutazione di tale individuo al servizio d’informazione federale. Quest’organo appura che dal 2006 K.S. frequenta persone violente e gruppi di estrema destra, che nel 2008 è stato denunciato per dichiarazioni razziste all’interno del forum neonazista “Blood and Honour” e accusato di lesioni personali e atti di violenza assieme ad altri esponenti dell’estrema destra svizzera. A seguito della perquisizione domiciliare, la polizia trova in casa di K.S. un arsenale impressionante, composto fra gli altri, da fucili, Kalashnikov, pistole e taser. Inoltre, sono ritrovati diversi componenti molto simili, se non uguali, all’ordigno esploso alla Reitschule: a questo punto gli investigatori confrontano il Dna di K.S. con quello rinvenuto nello zaino-bomba e i risultati combaciano perfettamente. Nonostante le circostanze, K.S. non viene mai trattenuto in carcerazione preventiva: nel gennaio 2013 le autorità federali, a sorpresa, decidono di interrompere il processo contro di lui per i fatti della Reitschule e di perseguirlo penalmente unicamente per detenzione illecita di armi. Gli avvocati del centro autogestito non ci stanno e portano 11 prove istruttorie a loro favore; ma, di nuovo, le autorità giudiziali federali le respingono in toto. Nel gennaio del 2014 viene emesso un decreto di archiviazione sostenendo che, tra le altre cose, non è possibile stabilire come e quando K.S. abbia potuto lasciare il proprio Dna sui componenti della bomba e che nessuno può provare che tutto l’arsenale trovato in casa sua sia stato usato al di fuori dell’uso privato.

Argomentazioni assurde, al limite della presa in giro, soprattutto alla luce di processi e incarcerazioni avvenuti con maggiori incertezze giudiziarie e con molta più leggerezza. Di nuovo i legali della Reitschule non si accontentano e procedono al ricorso presso il Tribunale penale di Bellinzona.

La giustizia borghese vuole assolvere questa feccia della società, quasi a sottolineare che il fascismo non è punibile, incitando di fatto altra feccia ad attaccare compagni e migranti, perché non ci saranno conseguenze. Per questa ragione, durante questi due giorni saremo nelle piazze e nelle vie di Bellinzona per ribadire che il fascismo non passerà, che i compagni non perdonano e non dimenticano.

CONTRO FASCISMO E IMPUNITÀ

ORGANIZZARSI E LOTTARE

 

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9.11 // IL 9 NOVEMBRE TUTTI A FIANCO DEI LAVORATORI

Edilizia 2015

Il 9 novembre 2015 in Ticino ci sarà un grande sciopero generale dell’edilizia, un appuntamento che ci permette di elaborare un’analisi su quanto sta accadendo ora nel mondo lavorativo ticinese.

Le premesse di questo sciopero si sono viste nel tempo, con un susseguirsi sempre più pressante di scioperi e malcontenti da parte della classe operaia in ogni settore, elemento nuovo nel contesto ticinese, ma assolutamente giustificato dai soprusi che il padronato ha messo in atto. Abbiamo già avuto modo di notare come con la scusa del franco forte, tramite l’abbandono della soglia minima del cambio franco/euro da parte della Banca nazionale svizzera nel gennaio 2015, la classe padronale (soprattutto nel settore industriale), una volta di più, abbia trovato una giustificazione per peggiorare ulteriormente le condizioni, salariali e di lavoro, degli operai, piangendo miseria e minacciando la delocalizzazione nel caso in cui le sue condizioni inaccettabili non fossero state accolte in pieno. Ore di lavoro supplementari non retribuite, abbassamenti salariali, licenziamenti, sono stati solo la punta dell’iceberg di quanto messo in atto. Praticamente, ci troviamo di fronte alla banalizzazione e approvazione di concetti che già erano inaccettabili due secoli fa, quali la settimana lavorativa di più di 40 ore oppure il lavoro non retribuito: il tutto con la spada di Damocle pendente della consapevolezza da parte dei lavoratori che se ciò non venisse accettato, dietro di loro la fila di ancor più disperati pronti ad accogliere condizioni così sfavorevoli si allunga di giorno in giorno.

E la politica in tutto ciò? Invece che castigare il padronato che abusa del suo potere e delle scuse fornite dall’economia, e assicurare che le condizioni di lavoro siano oneste, che a lavoro fornito ci sia la giusta remunerazione, applica la politica del divide et impera. Nel più bieco e disgustoso dei metodi, mettendo i lavoratori gli uni contro gli altri. Facendo credere ai lavoratori “residenti” che il loro vero e unico problema siano i “frontalieri” e i “migranti”, i feroci usurpatori pronti a distruggere tutto quanto guadagnato. Attraverso questa politica s’impedisce dunque l’individuazione del vero nemico da combattere, che con questa politica ingrassa e goda: il padronato. Una politica pagante, il risultato alle urne parla da sé, ma completamente assurda: si è creata una guerra fratricida fra operai, sempre più poveri e sfruttati, mentre il padrone intasca i proventi di questa politica. Infatti, mentre i “residenti” vedono nei “frontalieri” il solo nemico, votando leggi create ad hoc, che comunque non intaccano in nessuna maniera gli introiti che il lavoro del frontalierato porta nelle tasche dei padroni, creando un divario nella classe lavoratrice fra “noi” e “loro” e accettando condizioni di lavoro sfavorevoli onde non perdere il posto di lavoro in favore dei non residenti, il padronato gode dei frutti di questo conflitto.

Grazie a questa lotta fratricida, vediamo la fioritura di tutta una serie di nuovi status lavorativi oppure il rinforzo di altre condizioni di lavoro che una volta avevano un carattere provvisorio. Primo fra tutti, è quella degli “interinali”: i lavoratori assunti tramite le agenzie di prestito del personale in qualsiasi settore. Rispetto al passato, dove gli operai venivano assunti come interinali in maniera transitoria, fintanto che non si fosse trovato un lavoro a tempo indeterminato presso una ditta, ora questo status si sta trasformando in una condizione lavorativa a lungo termine. Fondamentalmente, la condizione del lavoratore interinale è quella del precario costante, con tutte le aggravanti e gli strascichi sociali del caso, che si protraggono sino e dopo il pensionamento. In Svizzera, questo status lavorativo non si è ancora fortemente radicato, a differenza di altri Paesi europei (uno su tutti la vicina Italia), però la situazione non è fra le più rosee e tutto fa presupporre che più presto che tardi si arriverà all’insediamento del precario costante sul territorio. Infatti, secondo i dati della Segreteria di Stato dell’economia, dai 5’391 lavoratori interinali del 2003 si è passati a 10’830 interinali nel 2013, mentre le ore di prestazioni fornite da loro sono passate dall’essere 2’310’625 nel 2003 a 6’526’547 nel 2013 [1]. La proporzione di questi lavoratori è quindi più che raddoppiata, mentre le ore fornite da loro sono quasi triplicate, e il fenomeno non pare volersi arrestare.

È necessario dunque trovare dei rimedi prima che questo fenomeno si consolidi e diventi abituale: se così non fosse, col passare del tempo vi si potrà solo porre un freno e non si potrà evitare che questo status lavorativo si radichi in maniera permanente sul territorio. Una possibilità potrebbe essere quella di limitare l’assunzione dei lavoratori tramite agenzie interinali: il problema in questo caso è la scarsa considerazione nei confronti dei lavoratori da parte della legislatura svizzera (Legge sul lavoro e codice delle obbligazioni); anche se un cambiamento avvenisse in tal senso, e ciò al momento attuale appare abbastanza improbabile se non inserito nelle singole convenzioni collettive di lavoro, sarebbe necessario che anche i lavoratori coinvolti attuino una presa di coscienza dei loro rinnovati diritti, al fine di potersi contrapporre alle scappatoie che il padronato sicuramente cercherebbe di prendere. La soluzione è dunque quella di ragionare e agire su due fronti: da una parte su quello legislativo e dall’altra su quello della classe operaia. Bisogna dunque riuscire a fornire ai lavoratori interinali gli strumenti necessari per combattere una possibile futura condizione di precariato e un supporto volto all’analisi di tale meccanismo: è necessario partire dalla base affinché questo avvenga, analizzando le necessità concrete dei lavoratori per poter mettere in atto una strategia che combatta in maniera determinata le dinamiche di sfruttamento e di precarietà che nascono da tali condizioni lavorative.

Basta dunque con proclami altisonanti completamente distaccati dalla realtà, senza interrogarsi a fondo su cosa vogliano gli operai, come troppo spesso è stato fatto dalla sinistra. Ripartire dalla base, per consolidare un fronte operaio che combatta assieme il vero nemico. Frontalieri, residenti, interinali, uniti contro il padrone. Perché non devono esistere divisioni fra i lavoratori, così facendo si fa solo il gioco di potenti e padronato. La guerra da combattere è lunga e tortuosa, ma non permettiamo che paura, minacce e intimidazioni distruggano il nostro futuro.

Il Collettivo Scintilla invita dunque tutti a unirsi alla grande mobilitazione dell’edilizia a partire dalle ore 9 di lunedì 9 novembre all’Espocentro di bellinzona (programma completo: http://ticino.unia.ch/fileadmin/user_upload/ticino/Edilizia_congiunto_manif._9_11_2015.pdf)

CONTRO PADRONI E MINACCE

DI SCIOPERO IN SCIOPERO

ORGANIZZARSI E LOTTARE

[1] Annuario statistico ticinese 2015, http://www3.ti.ch/DFE/DR/USTAT/allegati/volume/161441annuario_2015_20150312.pdf

10.08 // NESSUNA CARTA BIANCA A ISRAELE

Volantino Festival

25.06 // GLI SFRUTTATI NON HANNO FRONTIERE

Corteo

 

Il 15 giugno 2015, centinaia di migranti e manifestanti ginevrini sono scesi nelle strade per denunciare le condizioni inaccettabili in cui i richiedenti l’asilo sono costretti a vivere nella facoltosa e poco ospitale terra elvetica. Motivo specifico del contendere, il fatto che in Svizzera, i migranti, a causa della presunta penuria di strutture d’accoglienza, siano spesso obbligati a vivere nei bunker antiatomici disseminati per le città e le campagne, molti metri sotto terra, senza aria fresca né luce solare. A Ginevra, dove gli uffici vuoti abbondano e dove la caserma dei Vernets rimane praticamente abbandonata, una quarantina di migranti, risiedenti nel Foyer des Tattes, avrebbero dovuto essere trasferiti in questi bunker della Protezione Civile. In risposta a questa decisione e grazie al sostegno determinato e organizzato dei militanti locali, la Maison des Arts du Grütli è stata occupata da migranti e dalla popolazione solidale, al fine di spostare l’attenzione su questa deprecabile maniera d’agire, in linea con la politica d’accoglienza indegna messa in atto in Svizzera. I fatti di Ginevra sono solo un esempio tra molti altri, che colgono rilevanza mediatica solo grazie all’intervento politico determinato e alla risposta popolare. A Losanna, la chiesa Saint Laurent è stata occupata da due mesi da cinque richiedenti l’asilo etiopi ed eritrei che, secondo gli assurdi accordi di Dublino, dovrebbero essere rimandati come pacchi postali nel primo Paese che li ha accolti, in questo caso l’Italia, le cui strutture sono inadatte e insufficienti per far fronte alla crescente pressione migratoria di questi ultimi mesi. La politica svizzera, che in altre occasioni si dimostra poco conciliante verso l’Unione europea, accetta con inusitato cinismo di sottostare a queste regole, fornendo prova della scarsa solidarietà e umanità che la contraddistingue da sempre.

Politiche d’accoglienza indegne e indifferenza cinica e spesso feroce sono quanto caratterizzano il pensiero predominante svizzero, mentre a poche centinaia di chilometri da noi, uomini, donne e bambini, per scappare da miseria e guerre, intraprendono terribili viaggi della speranza, che molto spesso hanno fini tragiche. Criminalizzati, maltrattati, molto spesso espulsi: queste le condizioni in cui devono vivere i pochi migranti che riescono a raggiungere la Svizzera, rei solamente di cercare un futuro migliore, scappando da Paesi depredati dall’Occidente e dilaniati da guerre imperialiste organizzate e finanziate dalle borghesie occidentali. Mentre imprese e banche svizzere approfittano di queste ricchezze, nascondendo i soldi di dittatori e criminali, e sfruttando le materie prime frutto del saccheggio, queste ultime pretendono di costruire muri per tenere lontana la miseria da loro generata.

Nel primo trimestre del 2015, solo a 1’670 persone è stato accordato l’asilo in Svizzera, mentre 3’320 sono state rifiutate e 2’633 migranti sono stati rinviati secondo gli Accordi di Dublino: queste le desolanti cifre che si possono leggere nelle statistiche della Segreteria di Stato della migrazione, dove si evince che, a differenza degli strepitanti proclami politici che allarmano su un’immaginaria invasione, la politica d’accoglienza svizzera è più risicata che mai.

Come Collettivo siamo vicini e solidali alla lotta di tutte e tutti i migranti, in Svizzera e all’estero, ed esigiamo il “diritto per tutti di poter restare”, la fine della criminalizzazione, dell’isolamento e della repressione. A Ginevra come a Losanna, l’organizzazione e la determinazione militante hanno permesso di impedire alcuni rinvii e di fare della situazione dei e delle migranti, i più vulnerabili tra gli sfruttati, un tema di attualità politica. Ci impegniamo a fare del nostro meglio per cogliere l’esempio e dinamizzare dinamiche analoghe in Ticino, dove il fascismo avanza e i migranti sono i primi a pagarne il prezzo.

CONTRO I BUNKER E LE FRONTIERE, PER LA SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALISTA : ORGANIZZARSI E LOTTARE

Per saperne di più:

http://www.desobeissons.ch/

https://renverse.ch/Geneve-Migrants-contre-bunkers-ca-continue-186

https://stopbunkers.wordpress.com/

19.06// LIBERTA PER MARCO CAMENISCH, DAVIDE ROSCI E TUTT* I/LE PRIGIONIERI RIVOLUZIONARI

Volantino distribuito da Scintilla durante Festate per le giornate di solidarietà con Marco Camenisch indette dal Soccorso Rosso Internazionale dal 20 al 22 giugno.Marcolibero

“La solidarietà è una legge della vita animale, non meno che la lotta” P. A. Kropotkin

“Marco Camenisch libero”: ancora una volta, senza chiederlo allo Stato e alle sue guardie, lo ribadiamo e lo rivendichiamo. Ancora una volta, ci stringiamo a fianco di Marco, prigioniero politico anarchico ostaggio nelle carceri italiane e svizzere dal 1991, e lo facciamo in occasione delle giornate internazionali indette in sua solidarietà dal Soccorso Rosso Internazionale per il 20-22 giugno 2015. Ancora una volta, parlare di Marco Camenisch è motivo per rimarcare le contraddizioni della società e del suo modello liberista e liberticida, fondato sulla paura e l’odio del diverso e sulla repressione di ogni obiezione di coscienza.
La storia personale di Marco Camenisch si intreccia nell’opposizione fra l’amore per la libertà, la natura e l’umanità, e l’odio verso chi in nome del profitto devasta i territori e incatena le persone. Attivo in prima linea nelle lotte ecologiste e antinucleari degli anni 70 in Svizzera, Marco viene arrestato per la prima volta nel 1980 per aver compiuto due attacchi contro degli elettrodotti. In linea con le tendenze repressive contro le lotte sociali e ecologiste di quegli anni, Marco subisce una pena spropositata e viene condannato a dieci anni di prigione. Insieme ad altri detenuti, l’anno successivo riesce a evadere e per dieci anni vive in clandestinità in Italia, finché, a seguito di uno scontro a fuoco con la polizia, viene arrestato nuovamente. Accusato dell’omicidio di una guardia carceraria in occasione della sua fuga (imputazione poi caduta in quanto fu provato che Camenisch non ebbe alcuna responsabilità), di innumerevoli attentati a sfondo ecologista e dell’omicidio di una guardia di confine a Brusio (accusa quest’ultima da sempre respinta dallo stesso Marco), lo Stato ha tentato negli anni di dipingerlo come un assassino sanguinario e lo ha colpito trasferendolo di carcere in carcere fra Italia e Svizzera, dove si trova da quando nel 2002 è stato estradato. Come se non bastasse, lo Stato tenta di attribuire un’etichetta psichiatrica alla sua lotta, con la chiara volontà di dichiararlo folle e di tenerlo rinchiuso anche dopo la fine della sua pena, prevista per il 2018. Da parte sua, Marco ha sempre respinto ogni attacco e ha sempre manifestato la sua integrità ideologica, collaborando attivamente da dentro con i movimenti fuori e dimostrando che nessuna istituzione totale può arrestare le lotte sociali e la sete di libertà. Schierarsi dalla parte di Marco significa fare breccia fra quelle mura che lo isolano fisicamente in quanto prigioniero politico ma che non riusciranno mai a scalfire la sua identità di rivoluzionario.

Rivendicare la libertà di Marco Camenisch significa infine indirizzarsi contro il carcere in quanto istituzione e rivolgersi alle prigioniere e ai prigionieri politici di ogni dove in quanto parte attiva delle lotte. La nostra solidarietà complice va così anche a tutti loro e in particolare a Davide Rosci, antifascista accusato di “devastazione e saccheggio” (sebbene nessuna prova di queste imputazioni sia stata prodotta in tal senso) per i fatti di Roma del 15 ottobre 2011, condannato a 6 anni di prigione e appena reincarcerato dopo che solo poche settimane fa era stato trasferito agli arresti domiciliari.
Davide, Marco e molti altri sono l’esempio di come il potere si accanisca contro singoli e ne voglia fare dei capri espiatori, colpevolizzandoli per una resistenza collettiva alle mostruosità del potere. Davide e Marco sono altresì l’esempio di compagni in galera che rimangono parte integrante dei movimenti e di come la solidarietà è un’arma che ci unisce nelle lotte.

Per scrivere a Marco: Marco Camenisch, Justizvollzugsanstalt Lenzburg; Postfach 75; 5600 Lenzburg; Svizzera
Per scrivere a Davide: Casa circondariale di Teramo, Strada Comunale Rotabile Castrogno ; 64100 Teramo (TE); Italia

Per la liberazione di Marco Camenisch, Davide Rosci e tutte le prigioniere e i prigionieri rivoluzionari

Per la liberazione totale dell’uomo e della terra

Organizzarsi e Lottare

31.05 // CONTRO SIONISMO E RAZZISMO: NO ISRAEL DAY

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18.03 // PER LA DIFESA DEGLI SPAZI SOCIALI: ORGANIZZARSI E LOTTARE

Molino

Il Collettivo Scintilla rinnova la sua solidarietà al Centro Sociale Autogestito il Molino, a proposito dei continui attacchi subiti da parte dei politici di una certa corrente ideologica. Ancora una volta, cavalcando l’onda dei movimenti da torce e forconi contro il centro sociale, Bertini, bimbo d’oro della politica neoliberista, ripropone la chiusura del Molino come panacea di tutti i problemi, fiscali e non, che al momento attanagliano la città di Lugano. Invece di ammettere una gestione comunale che ha fatto acqua da tutte le parti, nella quale tutti hanno mangiato indistintamente, facendo i propri interessi, soprattutto sulle spalle dei lavoratori e delle lavoratrici, certi politici luganesi cercano di sviare l’attenzione facendo la voce grossa con il Molino, difendendo, una volta di più, il grande capitale, vero motore della crisi, cittadina e non. Stranamente questa mossa arriva oggi, a un mese dalle elezioni cantonali, evidenziando il fatto che, per una manciata di voti, certi politici sono pronti a tutto, anche a sostenere l’insostenibile.

Bertini, il quale riteneva “difficile” la decisione di licenziare i poliziotti che, massacrandolo di botte, hanno quasi ucciso un rumeno nel gennaio 2014, non dimostra la stessa disponibilità verso chi da più di vent’anni porta avanti un progetto culturale e di autogestione, definendolo un tentativo di “ricatto” a cui lui, duro e puro qual è, non è pronto a cedere. Un fatto di per se emblematico dell’ambiguità e dell’ipocrisia con la quale la tanto esaltata “legalità” istituzionale venga evocata con assoluta discrezione, a seconda del contesto e degli interessi in gioco.

Come già detto in precedenti occasioni, come Collettivo crediamo nell’importanza che gli spazi sociali ricoprono all’interno di questa società, sempre più volta alla disgregazione sociale e alla mercificazione del tempo libero: il centro sociale, motore culturale di una città che fa spesso dell’ovvietà e del qualunquismo la sua principale forza, propone eventi e tocca tematiche che, in sua assenza , sparirebbero all’interno del vasto oceano di mediocrità e conformiso intellettuale di cui sopra.

Il tutto nell’interesse di quella parte politica che costantemente (dis)informa sulle piccolezze, nascondendo sotto il tappeto i veri problemi che assillano la nostra società: è molto più facile pontificare sul “rispetto delle regole” in mancanza di un’abitudine allo spirito critico e alla conoscenza, perché un popolo ignorante è più facile da governare.

Indipendentemente dalla nostra stima e dalla solidarietà dovuta alle amiche e agli amici del Molino, tali politiche vanno combattute in quanto si iscrivono all’interno di una più ampia logica sistemica. Una logica che dietro a tanto retoriche quanto squallide formulette, come ad esempio “riqualificazione”, nasconde una pluralità di processi urbani e sociali che vanno dalla gentrificazione fino al controllo indiretto di ogni spazio intellettuale antagonistico.

Bertini può continuare a starnazzare i suoi deliri da inquisitore ed invocare l’intervento dei suoi amici sbirri, assumendo al contempo le contraddittorie veci di chi pretende di restituire “alla comunità” quello che probabilmente rappresenta l’unico spazio realmente comunitario esistente oggigiorno. La realtà parlerà sempre più forte di lui: l’esperienza insegna che la “riqualificazione” dei centri cittadini è sinonimo di imborghesimento e privilegio. Operazione attuata proprio partendo dallo sgombero di questi spazi da tutto ciò che non è destinato a facoltosi autoctoni o ai migranti “buoni”, siano essi sceicchi o capitalisti internazionali attirati dalla piazza finanziaria.

Al di là delle parole, la solidarietà fattuale al Molino deve essere oggi un elemento concreto e portato avanti da parte di tutte le forze (collettive e individuali) che vogliano legittimamente qualificarsi come “progressiste”.

Non cerchiamo forzatamente uno scontro frontale con le autorità. Ma in nessun caso saremo disposti a tirarci indietro qualora quest’eventualità dovesse manifestarsi. Alle parole dovrà seguire una pratica militante. Al soldo delle minacce da campagna elettorale sarebbe forse il caso che gli amanti della repressione e del suo squallido braccio armato si interroghino su questa semplice domanda: volete davvero creare un problema laddove non esiste?

 

Se ci togliete gli spazi, ci avrete nelle strade.