25.06 // GLI SFRUTTATI NON HANNO FRONTIERE

Corteo

 

Il 15 giugno 2015, centinaia di migranti e manifestanti ginevrini sono scesi nelle strade per denunciare le condizioni inaccettabili in cui i richiedenti l’asilo sono costretti a vivere nella facoltosa e poco ospitale terra elvetica. Motivo specifico del contendere, il fatto che in Svizzera, i migranti, a causa della presunta penuria di strutture d’accoglienza, siano spesso obbligati a vivere nei bunker antiatomici disseminati per le città e le campagne, molti metri sotto terra, senza aria fresca né luce solare. A Ginevra, dove gli uffici vuoti abbondano e dove la caserma dei Vernets rimane praticamente abbandonata, una quarantina di migranti, risiedenti nel Foyer des Tattes, avrebbero dovuto essere trasferiti in questi bunker della Protezione Civile. In risposta a questa decisione e grazie al sostegno determinato e organizzato dei militanti locali, la Maison des Arts du Grütli è stata occupata da migranti e dalla popolazione solidale, al fine di spostare l’attenzione su questa deprecabile maniera d’agire, in linea con la politica d’accoglienza indegna messa in atto in Svizzera. I fatti di Ginevra sono solo un esempio tra molti altri, che colgono rilevanza mediatica solo grazie all’intervento politico determinato e alla risposta popolare. A Losanna, la chiesa Saint Laurent è stata occupata da due mesi da cinque richiedenti l’asilo etiopi ed eritrei che, secondo gli assurdi accordi di Dublino, dovrebbero essere rimandati come pacchi postali nel primo Paese che li ha accolti, in questo caso l’Italia, le cui strutture sono inadatte e insufficienti per far fronte alla crescente pressione migratoria di questi ultimi mesi. La politica svizzera, che in altre occasioni si dimostra poco conciliante verso l’Unione europea, accetta con inusitato cinismo di sottostare a queste regole, fornendo prova della scarsa solidarietà e umanità che la contraddistingue da sempre.

Politiche d’accoglienza indegne e indifferenza cinica e spesso feroce sono quanto caratterizzano il pensiero predominante svizzero, mentre a poche centinaia di chilometri da noi, uomini, donne e bambini, per scappare da miseria e guerre, intraprendono terribili viaggi della speranza, che molto spesso hanno fini tragiche. Criminalizzati, maltrattati, molto spesso espulsi: queste le condizioni in cui devono vivere i pochi migranti che riescono a raggiungere la Svizzera, rei solamente di cercare un futuro migliore, scappando da Paesi depredati dall’Occidente e dilaniati da guerre imperialiste organizzate e finanziate dalle borghesie occidentali. Mentre imprese e banche svizzere approfittano di queste ricchezze, nascondendo i soldi di dittatori e criminali, e sfruttando le materie prime frutto del saccheggio, queste ultime pretendono di costruire muri per tenere lontana la miseria da loro generata.

Nel primo trimestre del 2015, solo a 1’670 persone è stato accordato l’asilo in Svizzera, mentre 3’320 sono state rifiutate e 2’633 migranti sono stati rinviati secondo gli Accordi di Dublino: queste le desolanti cifre che si possono leggere nelle statistiche della Segreteria di Stato della migrazione, dove si evince che, a differenza degli strepitanti proclami politici che allarmano su un’immaginaria invasione, la politica d’accoglienza svizzera è più risicata che mai.

Come Collettivo siamo vicini e solidali alla lotta di tutte e tutti i migranti, in Svizzera e all’estero, ed esigiamo il “diritto per tutti di poter restare”, la fine della criminalizzazione, dell’isolamento e della repressione. A Ginevra come a Losanna, l’organizzazione e la determinazione militante hanno permesso di impedire alcuni rinvii e di fare della situazione dei e delle migranti, i più vulnerabili tra gli sfruttati, un tema di attualità politica. Ci impegniamo a fare del nostro meglio per cogliere l’esempio e dinamizzare dinamiche analoghe in Ticino, dove il fascismo avanza e i migranti sono i primi a pagarne il prezzo.

CONTRO I BUNKER E LE FRONTIERE, PER LA SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALISTA : ORGANIZZARSI E LOTTARE

Per saperne di più:

http://www.desobeissons.ch/

https://renverse.ch/Geneve-Migrants-contre-bunkers-ca-continue-186

https://stopbunkers.wordpress.com/

19.06// LIBERTA PER MARCO CAMENISCH, DAVIDE ROSCI E TUTT* I/LE PRIGIONIERI RIVOLUZIONARI

Volantino distribuito da Scintilla durante Festate per le giornate di solidarietà con Marco Camenisch indette dal Soccorso Rosso Internazionale dal 20 al 22 giugno.Marcolibero

“La solidarietà è una legge della vita animale, non meno che la lotta” P. A. Kropotkin

“Marco Camenisch libero”: ancora una volta, senza chiederlo allo Stato e alle sue guardie, lo ribadiamo e lo rivendichiamo. Ancora una volta, ci stringiamo a fianco di Marco, prigioniero politico anarchico ostaggio nelle carceri italiane e svizzere dal 1991, e lo facciamo in occasione delle giornate internazionali indette in sua solidarietà dal Soccorso Rosso Internazionale per il 20-22 giugno 2015. Ancora una volta, parlare di Marco Camenisch è motivo per rimarcare le contraddizioni della società e del suo modello liberista e liberticida, fondato sulla paura e l’odio del diverso e sulla repressione di ogni obiezione di coscienza.
La storia personale di Marco Camenisch si intreccia nell’opposizione fra l’amore per la libertà, la natura e l’umanità, e l’odio verso chi in nome del profitto devasta i territori e incatena le persone. Attivo in prima linea nelle lotte ecologiste e antinucleari degli anni 70 in Svizzera, Marco viene arrestato per la prima volta nel 1980 per aver compiuto due attacchi contro degli elettrodotti. In linea con le tendenze repressive contro le lotte sociali e ecologiste di quegli anni, Marco subisce una pena spropositata e viene condannato a dieci anni di prigione. Insieme ad altri detenuti, l’anno successivo riesce a evadere e per dieci anni vive in clandestinità in Italia, finché, a seguito di uno scontro a fuoco con la polizia, viene arrestato nuovamente. Accusato dell’omicidio di una guardia carceraria in occasione della sua fuga (imputazione poi caduta in quanto fu provato che Camenisch non ebbe alcuna responsabilità), di innumerevoli attentati a sfondo ecologista e dell’omicidio di una guardia di confine a Brusio (accusa quest’ultima da sempre respinta dallo stesso Marco), lo Stato ha tentato negli anni di dipingerlo come un assassino sanguinario e lo ha colpito trasferendolo di carcere in carcere fra Italia e Svizzera, dove si trova da quando nel 2002 è stato estradato. Come se non bastasse, lo Stato tenta di attribuire un’etichetta psichiatrica alla sua lotta, con la chiara volontà di dichiararlo folle e di tenerlo rinchiuso anche dopo la fine della sua pena, prevista per il 2018. Da parte sua, Marco ha sempre respinto ogni attacco e ha sempre manifestato la sua integrità ideologica, collaborando attivamente da dentro con i movimenti fuori e dimostrando che nessuna istituzione totale può arrestare le lotte sociali e la sete di libertà. Schierarsi dalla parte di Marco significa fare breccia fra quelle mura che lo isolano fisicamente in quanto prigioniero politico ma che non riusciranno mai a scalfire la sua identità di rivoluzionario.

Rivendicare la libertà di Marco Camenisch significa infine indirizzarsi contro il carcere in quanto istituzione e rivolgersi alle prigioniere e ai prigionieri politici di ogni dove in quanto parte attiva delle lotte. La nostra solidarietà complice va così anche a tutti loro e in particolare a Davide Rosci, antifascista accusato di “devastazione e saccheggio” (sebbene nessuna prova di queste imputazioni sia stata prodotta in tal senso) per i fatti di Roma del 15 ottobre 2011, condannato a 6 anni di prigione e appena reincarcerato dopo che solo poche settimane fa era stato trasferito agli arresti domiciliari.
Davide, Marco e molti altri sono l’esempio di come il potere si accanisca contro singoli e ne voglia fare dei capri espiatori, colpevolizzandoli per una resistenza collettiva alle mostruosità del potere. Davide e Marco sono altresì l’esempio di compagni in galera che rimangono parte integrante dei movimenti e di come la solidarietà è un’arma che ci unisce nelle lotte.

Per scrivere a Marco: Marco Camenisch, Justizvollzugsanstalt Lenzburg; Postfach 75; 5600 Lenzburg; Svizzera
Per scrivere a Davide: Casa circondariale di Teramo, Strada Comunale Rotabile Castrogno ; 64100 Teramo (TE); Italia

Per la liberazione di Marco Camenisch, Davide Rosci e tutte le prigioniere e i prigionieri rivoluzionari

Per la liberazione totale dell’uomo e della terra

Organizzarsi e Lottare

31.05 // CONTRO SIONISMO E RAZZISMO: NO ISRAEL DAY

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18.03 // PER LA DIFESA DEGLI SPAZI SOCIALI: ORGANIZZARSI E LOTTARE

Molino

Il Collettivo Scintilla rinnova la sua solidarietà al Centro Sociale Autogestito il Molino, a proposito dei continui attacchi subiti da parte dei politici di una certa corrente ideologica. Ancora una volta, cavalcando l’onda dei movimenti da torce e forconi contro il centro sociale, Bertini, bimbo d’oro della politica neoliberista, ripropone la chiusura del Molino come panacea di tutti i problemi, fiscali e non, che al momento attanagliano la città di Lugano. Invece di ammettere una gestione comunale che ha fatto acqua da tutte le parti, nella quale tutti hanno mangiato indistintamente, facendo i propri interessi, soprattutto sulle spalle dei lavoratori e delle lavoratrici, certi politici luganesi cercano di sviare l’attenzione facendo la voce grossa con il Molino, difendendo, una volta di più, il grande capitale, vero motore della crisi, cittadina e non. Stranamente questa mossa arriva oggi, a un mese dalle elezioni cantonali, evidenziando il fatto che, per una manciata di voti, certi politici sono pronti a tutto, anche a sostenere l’insostenibile.

Bertini, il quale riteneva “difficile” la decisione di licenziare i poliziotti che, massacrandolo di botte, hanno quasi ucciso un rumeno nel gennaio 2014, non dimostra la stessa disponibilità verso chi da più di vent’anni porta avanti un progetto culturale e di autogestione, definendolo un tentativo di “ricatto” a cui lui, duro e puro qual è, non è pronto a cedere. Un fatto di per se emblematico dell’ambiguità e dell’ipocrisia con la quale la tanto esaltata “legalità” istituzionale venga evocata con assoluta discrezione, a seconda del contesto e degli interessi in gioco.

Come già detto in precedenti occasioni, come Collettivo crediamo nell’importanza che gli spazi sociali ricoprono all’interno di questa società, sempre più volta alla disgregazione sociale e alla mercificazione del tempo libero: il centro sociale, motore culturale di una città che fa spesso dell’ovvietà e del qualunquismo la sua principale forza, propone eventi e tocca tematiche che, in sua assenza , sparirebbero all’interno del vasto oceano di mediocrità e conformiso intellettuale di cui sopra.

Il tutto nell’interesse di quella parte politica che costantemente (dis)informa sulle piccolezze, nascondendo sotto il tappeto i veri problemi che assillano la nostra società: è molto più facile pontificare sul “rispetto delle regole” in mancanza di un’abitudine allo spirito critico e alla conoscenza, perché un popolo ignorante è più facile da governare.

Indipendentemente dalla nostra stima e dalla solidarietà dovuta alle amiche e agli amici del Molino, tali politiche vanno combattute in quanto si iscrivono all’interno di una più ampia logica sistemica. Una logica che dietro a tanto retoriche quanto squallide formulette, come ad esempio “riqualificazione”, nasconde una pluralità di processi urbani e sociali che vanno dalla gentrificazione fino al controllo indiretto di ogni spazio intellettuale antagonistico.

Bertini può continuare a starnazzare i suoi deliri da inquisitore ed invocare l’intervento dei suoi amici sbirri, assumendo al contempo le contraddittorie veci di chi pretende di restituire “alla comunità” quello che probabilmente rappresenta l’unico spazio realmente comunitario esistente oggigiorno. La realtà parlerà sempre più forte di lui: l’esperienza insegna che la “riqualificazione” dei centri cittadini è sinonimo di imborghesimento e privilegio. Operazione attuata proprio partendo dallo sgombero di questi spazi da tutto ciò che non è destinato a facoltosi autoctoni o ai migranti “buoni”, siano essi sceicchi o capitalisti internazionali attirati dalla piazza finanziaria.

Al di là delle parole, la solidarietà fattuale al Molino deve essere oggi un elemento concreto e portato avanti da parte di tutte le forze (collettive e individuali) che vogliano legittimamente qualificarsi come “progressiste”.

Non cerchiamo forzatamente uno scontro frontale con le autorità. Ma in nessun caso saremo disposti a tirarci indietro qualora quest’eventualità dovesse manifestarsi. Alle parole dovrà seguire una pratica militante. Al soldo delle minacce da campagna elettorale sarebbe forse il caso che gli amanti della repressione e del suo squallido braccio armato si interroghino su questa semplice domanda: volete davvero creare un problema laddove non esiste?

 

Se ci togliete gli spazi, ci avrete nelle strade.

28.02 // LOTTA DI CLASSE: DI SCIOPERO IN SCIOPERO

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Da anni, oramai, in Ticino come nel resto d’Europa il padronato e le istituzioni ad esso organicamente legate attuano politiche massacranti nei confronti di chi crea la ricchezza su cui il padronato stesso si sorregge.
Non dobbiamo dunque meravigliarci quando, a seguito di eventi quali lo sblocco del cambio fisso, l’offensiva capitalista si scaglia con ancora più durezza verso lavoratori e lavoratrici: il gioco neoliberista, accettato purtroppo anche da quelle realtà della sinistra moderata convinte che un sistema basato sullo sfruttamento possa essere riformato, non dev’essere visto come un semplice terreno di lotta, ma come uno stato di cose da analizzare per poter sviluppare conflittualità al suo interno, sia essa sui posti di lavoro come nei restanti ambiti della società nel quale questo gioco si introduce.

Questa conflittualità, come ci insegna la storia dai tempi più lontati ad oggi, è sviluppabile unicamente attraverso una lotta portata avanti da chi subisce le naturali angherie del sistema del Capitale. A darcene riprova ancora una volta sono stati in questi giorni i lavoratori della Exten SA, coscienti che le richieste non vengono accettate solo perché formulate, ma vanno conquistate attraverso azioni che si muovano su questo piano conflittuale.

Grazie alla loro lotta, il volto del padronato è stato svelato per l’ennesima volta. Un padronato il cui esclusivo interesse è costituito dall’incremento delle proprie capacità di accumulazione di ricchezza. Non dovrebbe infatti sorprenderci l’attitudine messa in pratica per conseguire un tale fine: Speculazioni rischiose, attuate sulle spalle dei lavoratori. Un modo di fare a dir poco rappresentativo della logica stessa del capitalismo finanziario: Chi realmente crea valore paga gli “sbagli” di chi detiene i mezzi di produzione. I guadagni vengono privatizzati, ma le perdite, invece, vanno socializzate. Tanto emblematica quanto ipocrita in questo senso è la frase di rito che accompagna gli annunci di un qualsiasi peggioramento nelle condizioni della classe lavoratrice (sia da parte dei padroni quando erodono i diritti dei propri dipendenti, che dalle istituzioni quando tagliano sui servizi) “dobbiamo fare tutti dei sacrifici per rimetterci in sesto”. Ecco, questa è la madre delle cazzate.
La sopracitata volontà di lotta dei lavoratori Exten dimostra come questa retorica si dimostri fragile ogni qualvolta individui della stessa classe sfruttata decidono di dire basta, decidono, insomma, di rispondere duramente al padronato attraverso l’interruzione della produzione. E questa interruzione ha portato un ottimo risultato: la riapertura delle trattative, la possibilità, quindi, di mettere in questione con forza, secondo quanto permettono le condizioni oggettive, le scelte che il padronato, per la sua superficialità, la sua incapacità e la sua arroganza, ha deciso di attuare.

Benché ridotto grazie al corretto comportamento dei lavoratori, un taglio degli stipendi non è comunque escluso. Non dobbiamo dimenticare che, compreso all’interno di quella che può essere definita una “vittoria” (difensiva), tale atto andrebbe in ogni caso ad iscriversi all’interno di quell’attacco di classe generalizzato portato avanti dal sopracitato neoliberalismo.
Se questo sciopero ha avuto il merito di dimostrare empiricamente il fatto che “la lotta è l’unico cammino”, andando in parte a cozzare contro il mito ideologico specificamente elvetico della “pace del lavoro”, esso ha allo stesso tempo evidenziato i limiti oggettivi imposti dalle condizioni esistenti. Non è questo il momento per brindare alla calma ritrovata. Al contrario: questo è il momento in cui è più che mai necessario trarre i giusti insegnamenti dalle giornate appena trascorse. Non smorzare la conflittualità creata ma renderla operativa e funzionale. Questo approccio non è “estremista” o “autoreferenziale”, esso rappresenta l’unica strada percorribile: Organizzare le forme di “resistenza” rispetto al prossimo attacco che non tarderà a manifestarsi. Ad una “pace” del lavoro, padronale, cerchiamo di opporre una “guerra”, di classe, realmente democratica.

25.02 // SCIOPERO ALLA EXTEN: LOTTA, RESISTENZA E SOLIDARIETÀ

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Il seguente testo è stato diffuso dal Collettivo Scintilla sul territorio in sostegno alla lotta dei lavoratori e delle lavoratrici della Exten di Mandrisio.

SCIOPERO ALLA EXTEN
Lotta, Resistenza, Solidarietà

Da giovedì mattina i lavoratori e le lavoratrici della Exten di Mendrisio sono scesi in sciopero in risposta ai tagli dei salari, fino al 26%, imposti dalla direzione.
Queste misure di risparmio sono state imposte sotto ricatto convocando singolarmente o a piccoli gruppi i/le lavoratori di fronte a diversi membri della direzione; siamo davanti alla solita forma di aut-aut “o così, o a casa”.

Nonostante la piena disponibilità degli operai e del sindacato a entrare in discussione sui tagli, la direzione ha fermamente ribadito la propria posizione, rifiutando con forza ogni discussione collettiva.
I lavoratori e le lavoratrici hanno coraggiosamente respinto tutte le aggressioni rivolte a loro e alle loro famiglie, arrivando persino a votare lo sciopero ad oltranza davanti alla direzione.

La situazione alla Exten si inserisce, ancora una volta, nel quadro generale dell’attacco del capitale verso la classe operaia; ciò dimostra come gli interessi degli operai e delle operaie non sono, ne saranno mai, conciliabili con quelli dei padroni e che l’unica via percorribile è quella della lotta per i diritti e per una società più giusta.

Il collettivo scintilla si unisce alla solidarietà dimostrata in questi giorni dai lavoratori e dalle lavoratrici delle fabbriche della zona e dalla gente che abita il territorio, e invita tutti e tutte a fare lo stesso.

 

CONTRO L’ARROGANZA PADRONALE
ORGANIZZARSI E LOTTARE!

12.01// PAESE BASCO: IL TERRORISMO È DI STATO

Thousands march behind a banner reading "Repatriate all Basque Prisoners" during an annual nationalist demonstration in Bilbao

Mentre tutto il mondo occidentale e i suoi capi di Stato piangono la strage avvenuta nella redazione del settimanale “Charlie Hebdo”, facendo altisonanti proclami a favore della libertà di stampa ed espressione e contro il terrorismo, nel Paese Basco, una volta ancora, si perpetua la repressione contro la struttura di solidarietà che combatte in favore dei diritti civili delle prigioniere e dei prigionieri politici. Ancora una volta, la macchina oppressiva di Madrid si è messa in moto affinché non ci siano dubbi sul fatto che cercherà di fermare la lotta degli indipendentisti baschi con qualsiasi mezzo. Sedici persone legate a organizzazioni della sinistra indipendentista basche, fra cui dodici avvocati impegnati nella difesa dei diritti dei prigionieri politici, sono state arrestate lunedì 12 gennaio, nel corso di una maxi-operazione ordita dalla Guardia Civil, e accusate di crimini di tipo fiscale , oltre all’intramontabile reato di “integrazione in organizzazione terroristica”. Manovra avvenuta a poche ore dalla marcia che ha visto a Bilbao 80’000 persone scendere in piazza, per l’ennesima volta, al fine di esigere il rispetto dei diritti delle prigioniere e dei prigionieri politici baschi. Dimostrazioni che non hanno nessun effetto su Rajoy e il suo sistema giudiziario, che imperterriti proseguono nella loro personale “lotta al terrorismo”. La chiamano lotta al terrorismo, quando è più che evidente che l’unico terrorismo è quello operato da Madrid contro i diritti civili della propria classe operaia e l’indipendentismo di sinistra basco: attraverso la prosecuzione dell’uso della detenzione in incommunicado, che permette alla Guardia Civil di trattenere una persona sospettata di terrorismo fino a 13 giorni senza che costui possa parlare con un avvocato, un medico o alla famiglia, con l’utilizzo sistematico della tortura durante gli interrogatori e di un uso brutale della forza durante delle manifestazioni pacifiche. Inutile che il primo ministro Rajoy marci a Parigi per il rispetto delle libertà sopraccitate, quando è il primo a non voler rispettare i diritti dei propri cittadini: inutile scandalizzarsi degli atti brutali effettuati dal “nemico comune”, l’integralismo islamico, quando giorno dopo giorno, nel silenzio e l’indifferenza internazionale, la Guardia Civil e il governo dello Stato spagnolo commettono efferate e brutali violazioni, altrettanto gravi e intimidatorie nei confronti del movimento popolare e in particolare dei suoi settori più coscienti e organizzati.

Il Collettivo Scintilla si unisce alle denunce contro le intimidazioni e le violazioni dei diritti fondamentali attuati dallo Stato spagnolo verso le compagne e i compagni baschi e solidarizza con le prigioniere e i prigionieri politici sparsi per tutto il Paese. Venerdì 23 gennaio sarà organizzata una cena in solidarietà col Paese Basco alle ore 20.00 al Bar dal Giovann a Osogna . Vi aspettiamo numeros*.

 

LA LOTTA È L’UNICO CAMMINO!

BORROKA DA BIDE BAKARRA!

MOLTI PAESI, UNA SOLA LOTTA!

HAMAIKA HERRI BORROKA BAKARRA!

Solidarietà al CSOA Molino

Il Collettivo Scintilla vuole esprimere la sua solidarietà al Molino a proposito degli attacchi volti solamente a raccattare voti con polemiche sterili e infondate espresse da Foletti e Bertini in primis.

Come Collettivo crediamo nell’importanza che gli spazi sociali ricoprono all’interno di questa società sempre più volta alla disgregazione sociale e alla mercificazione del tempo libero.

Ovviamente non ci attendiamo che tali discorsi vengano accettati da chi promuove come contenuto politico l’anticultura e l’ignoranza costante; tutto ció perché è molto più facile governare nell’assenza di un’abitudine allo spirito critico piuttosto che impegnarsi in un progetto di autogestione delle nostre vite.

A questo tipo di personaggi viene spontaneo prestare il fianco  alla speculazione piuttosto che sostenere la ricchezza culturale e l’accessibilità a tutte le fasce sociali, soprattutto di chi è meno abbiente, di spazi come il Molino.

Al fianco dei compagni del Molino contro ogni attacco strumentale, ORGANIZZARSI E LOTTARE.

4-5.12 // LA CONFERENZA DEI MINISTRI DELL’OCSE E IL CONFLITTO IN UCRAINA

parte 3Lo striscione del Collettivo Scintilla insieme ad altri striscioni alla manifestazione contro l’OCSE.

 

La resistenza contro le aggressioni imperialiste è anche qui

L’OCSE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) è conosciuta dai più come un’organizzazione imparziale che lavora per la pace, la sicurezza e la democrazia. In realtà questa falsa immagine che l’organizzazione ama dare di sé rappresenta un consapevole inganno. Dirsi imparziali in una situazione sostanziale di rapporti di potere asimmetrici, può essere soltanto frutto di un’irriflessa coscienza dei rapporti di forza o – per l’appunto – di una volontà ingannatrice volta soltanto a perseguire i propri interessi e/o a conservare lo status quo. È evidente che all’interno dell’OCSE si rispecchiano gli stessi rapporti di potere che troviamo anche nelle sfere dell’economica e del potere militare. A stabilire la direzione politica dell’OCSE, sono infatti gli Stati più ricchi e più aggressivi (Stati Uniti, Germania, Francia). A conferma di ciò il fatto che i rappresentanti di tali Stati siano molto più numerosi degli altri.

Se poi diamo un’occhiata agli Stati membri dell’organizzazione dell’OCSE troviamo i maggiori guerrafondai ed esportatori di armi del mondo. Come essi riescano a far credere alla maggioranza della popolazione che si occupino di pace è dunque un gande mistero. Inoltre, l’OCSE si fa portavoce della cosiddetta “lotta contro il terrorismo,” di cui abbiamo potuto vedere i risultati nei casi della guerra in Iraq, di quella in Siria e nella cooperazione militare con Israele.

Le sorprese però non finiscono qui. L’OCSE non è soltanto uno strumento ideologico a servizio delle forze imperialiste e guerrafondaie della NATO, degli USA e dell’UE, essa collabora anche con l’agenzia europea per il controllo delle frontiere Frontex, che, attraverso la militarizzazione dei confini, ogni anno si rende partecipe della morte di migliaia di rifugiati.

L’OCSE inoltre dichiara di volere favorire il clima di investimento degli Stati membri. Tradotto per i profani ciò significa voler promuovere politiche neoliberiste a scapito della classe lavoratrice, sicché nella logica capitalista la promozione di un clima di investibilità è possibile solo mediante privatizzazioni, tagli al sociale, dumping e riduzione dei salari.

Come abbiamo cercato di dimostrare, obiettivi come “pace” e “sicurezza” che l’OCSE dichiara di volere perseguire, sono in realtà pace e sicurezza soltanto per un numero ristretto di persone e di Stati. A chi non fa parte del club, spettano invece guerra, precarizzazione, repressione e violenza.

Inoltre, è importante sottolineare il fatto che non può esistere pace e sicurezza all’interno di un sistema capitalista e che ogni tentativo di voler realizzare una situazione che persegue queste finalità è fin dall’inizio destinato al fallimento, se non vengono prima messi in discussione i rapporti di produzione. Questo perché il capitalismo è un sistema fondato sullo sfruttamento, sulla divisione della società in classi antagoniste e pieno di contraddizioni. L’imperialismo, inoltre, non è altro che una fase di sviluppo del capitalismo, dettata dalle logiche interne del sistema. Il capitale, costretto a crescere, deve infatti trovare sempre nuove materie prime e nuovi mercati per estendere il proprio raggio di investimenti economici e la propria “sfera d’influenza”. Ciò può avvenire in diversi modi: attraverso la mercificazione di sempre più ambiti dell’attività umana, attraverso i processi di gentrificazione delle città o – più classicamente – attraverso l’annessione imperialista di nuovi Paesi, Stati, territori. L’industria delle armi e della guerra inoltre, gioca un ruolo fondamentale in tutto questo, essa non è solo terreno di grandi interessi e investimenti economici, ma contribuisce in modo sostanziale a intensificare il potere militare di chi ne ha il controllo e dunque a consolidare i rapporti di forza dominanti. L’unica soluzione per fermare in modo duraturo l’infinita tendenza alla guerra dell’imperialismo, è quella di risolvere le contraddizioni del sistema capitalista alla sua base e ciò non significa altro che: lotta di classe. Ogni lotta di classe contro le forze del capitale e i suoi rappresentanti (nelle strade, nelle fabbriche, nelle città, nelle scuole, tra le mura domestiche, negli apparati ideologici) contribuisce dunque a cambiare i rapporti di forza e di produzione esistenti e a fermare la tendenza alla guerra del capitalismo avanzato.

Il 4 e il 5 dicembre si è tenuta a Basilea la conferenza dei ministri dell’OCSE. È importante ricordare che questa conferenza è un vertice. Nei vertici, personalità a capo di potenze e Paesi capitalisti, si incontrano a porte chiuse per discutere di politica internazionale e prendono decisioni a favore degli interessi delle potenze mondiali e del capitale finanziario globale escludendo la stragrande maggioranza della popolazione. All’incontro di Basilea erano presenti, oltre ai 1200 delegati dei 57 Paesi membri, personalità come: John Kerry (segretario di stato degli Stati Uniti), Pavlo Klimkin (ministro degli Esteri ucraino filo-EU), Mevlüt Çavuşoğlu (ministro per gli Affari europei del governo Erdoğan), Didier Burkhalter (presidente della confederazione, PLR), Frank-Walter Steinmeier (deputato e capogruppo del SPD al Bundestag ed ex ministro degli Esteri della Germania durante il governo di grande coalizione di Angela Merkel), Philip Hammond (ex segretario di Stato degli Affari esteri del Partito conservatore del Regno Unito), Sergej Lavrov (ministro russo degli Affari esteri).

Migliaia di poliziotti da tutti i cantoni e un numero ancora maggiore di militari sono stati mobilitati per garantire che i ministri potessero incontrarsi senza essere disturbati. Attorno alla zona dove si è tenuta la conferenza è stata inoltre allestita una “zona rossa” inespugnabile e fortemente sorvegliata. Zona dalla quale le persone “indesiderate” come per esempio i mendicanti o i manifestanti sono state allontanate (anche con l’impiego di pallottole di gomma e lacrimogeni). Il dispositivo di sicurezza (munito di elicotteri e droni) messo in atto per presentare Basilea come città internazionale a disposizione dei ricchi e dei potenti è costato alla popolazione 7,4 milioni di franchi. Questo grande impiego di forze repressive la dice tutta sul carattere politico dell’evento e delle forze repressive stesse, entrambi asserviti al volere del capitale globale e ai suoi rappresentanti.

Quest’anno, la conferenza dei ministri dell’OCSE si è occupata in modo particolare della situazione in Ucraina. Viste le forze militari, economiche e politiche che determinano la direzione politica dell’OCSE, non è sorprendente venire a sapere che la maggior parte dei ministri partecipanti al vertice ha sostenuto posizioni favorevoli al governo filo NATO e filo-UE di Poroshenko e ostili nei confronti dei “terroristi” separatisti della Nuova Russia e delle politiche filo-russe che destabilizzerebbero la sicurezza europea (ovvero il clima di investimento negli interessi del capitale USA e UE e il clima di espansione del potere militare della NATO). Per rendersi conto della complessità del conflitto tra filo-USA/UE e filo-russi si pensi al fatto che secondo la posizione dei sostenitore del governo di Kiev a essere illegali sarebbero la resistenza delle milizie popolari contro la giunta di Kiev e la presenza di truppe russe in Crimea, mentre per i filo-russi a essere illegittimo è l’attuale governo di Kiev, affermatosi con un vero e proprio colpo di Stato finanziato da organizzazioni filo-USA/UE. Soltanto il ministro russo Sergej Lavrov, si è espresso in difesa della popolazione del Donbass e sul pericolo del neonazismo in Ucraina. Non c’è invece da sorprendersi se l’avanzare dei neonazisti non rappresenti alcun problema per il ministro ucraino Pavlo Klimkin. Per il governo di Kiev al momento ogni mezzo è buono per mandare soldati antirussi e anticomunisti a combattere i “terroristi” separatisti del Donbass: anche la creazione di battaglioni di ideologia neonazista e la legalizzazione di simboli nazisti. Il tutto viene addirittura fatto passare come una missione umanitaria di lotta contro il terrorismo. Il pericolo che rappresentano e rappresenteranno i neonazisti (armati e addestrati) non sembra destare preoccupazioni.

Da un punto di vista di classe è interessante notare che né Lavrov né altri ministri hanno speso una sola parola sulla presenza di battaglioni proletari, antifascisti e comunisti tra le milizie popolari delle repubbliche popolari del Lugansk e del Donetsk o sulla collettivizzazione di alcune fabbriche della regione. Queste omissioni non sono per niente sorprendenti: è chiaro che una risposta di classe alla crisi e alla guerra in Ucraina disturbi sia gli interessi del capitale UE/USA sia quelli del capitale russo.

Il presidente della Confederazione svizzera Didier Burkhalter, presidente di turno dell’OCSE, ha chiamato in causa la Russia per i suoi atti “illegali”, dichiarando inoltre che Berna stanzierà altri due milioni di franchi in favore della missione degli osservatori OCSE nell’Ucraina orientale. Di quale carattere saranno queste missioni è ancora tutto da scoprire. È interessante ricordare un fatto piuttosto dubbio riguardante una missione dell’OCSE in Ucraina: verso la fine dell’aprile 2014, 13 persone, tutte appartenenti a Stati della NATO, sono state sequestrate in Ucraina orientale mentre erano a bordo di un pullman dell’OCSE, nonostante nessuna di queste persone fosse mai stata attiva all’interno della suddetta organizzazione. Il capo della delegazione si è rivelato poi essere un ufficiale tedesco della NATO, cosa che fa pensare che questa fosse in realtà una missione della NATO sotto la copertura dell’OCSE. Se si tiene conto di questo fatto diventa difficile pensare che le prossime missioni dell’OCSE avranno un carattere pacifista, diviene invece legittimo immaginare che esse si svolgeranno per architettare la prossima aggressione filo-USA/UE.

Per protestare contro il meeting dei ministri dell’OCSE e contro il carattere filo-imperialista dell’organizzazione, il collettivo “OSZE angreifen” ha organizzato una manifestazione tenutasi venerdì sera nelle strade di Basilea, a cui hanno partecipato circa 1’000 manifestanti. Il Collettivo Scintilla era presente con uno striscione riportante la scritta “SOLIDARIETÀ CON L’UCRAINA ANTINAZISTA. AGGRESSIONI IMPERIALISTE, NATO, NEONAZISTI: NO PASARAN!”. Con esso si è voluto tematizzare il conflitto in Ucraina e dimostrarsi solidali con le tendenze di sinistra e comuniste presenti sul territorio ucraino, oltre che con la resistenza antifascista delle milizie popolari del Donbass.

Risposte “dal basso” come la manifestazione contro l’OCSE di venerdì sono importanti per dimostrare che il fronte tra resistenza popolare e aggressioni imperialiste, che attualmente troviamo in forma acuta nel Donbass, può essere portato anche a qualche passo da casa nostra, se siamo capaci di individuarlo, di organizzarci e di lottare. Non dobbiamo dimenticare che il capitale globale (e tutti i suoi vizietti imperialisti) cresce di giorno in giorno anche sulla nostra schiena e proprio per questo abbiamo il potere di fermarlo. Contro guerra e crisi il nostro compito consiste nel costruire una risposta di classe e avviare un processo rivoluzionario.

CONTRO L’IMPERIALISMO, ORGANIZZARSI E LOTTARE

 

 

Fonti

Articoli interessanti sulla situazione in Ucraina

26-28.12 // UN FIORE CHE NON MUORE PTE. 2

 

fiore2-1

 

Al CSOA il Molino, il Collettivo Scintilla organizza tre giorni di festa, lotta e controcultura, dove si toccheranno svariati temi e realtà.

Il programma sarà il seguente:


VENERDÌ 26. 12 // LOTTE OPERAIE

10.00 Pratiche di lotta operaia: sciopero, sabotaggio, occupazione, autodifesa ( G. Dunghi)
12.00 Pranzo Popolare
14.00 Presentazione del libro “Scioperi e contestazioni operaie in Svizzera tra il 1969 e il 1979” di Frédérich Deshusses
16.30 Proiezione “L’arte della guerra”, documentario sull’innse di Silvia Luzi e Luca Bellini
19.00 Cena Popolare Benefit Associazione Aiuti alle Famiglie di Vittime sul Lavoro
21.30 Trash Party: Colonna Anti Cultura & Dj Zoccolo

SABATO 27.12 // ANTIREP

14.00 Atelier di Sicurezza Informatica: portate il vostro pc!
16.00 Presentazione e dibattito sulla repressione dei movimenti sociali in Italia
18.00 Film: “Diaz- non pulite quel sangue” (2012, D. Vicari)
20.00 Cena Popolare
21.30 Concerti:

– Mannaja- Punk Rock Lecco
– La Freakmachine- Streetpunk Osogna
– Senza Frontiere- Punk Oi! Milano
A seguire Dj Set ( Ska Rocksteady Oi! Punk Reggae) con Dj Hurly Burly

DOMENICA 28.12 // LOTTE FEMMINISTE

14.00/ 17.00 Lotte di Donne- Parte e particolarità della Lotta di classe con Revolutionärer Aufbau
19.00 Cena popolare kurda
21.00 Documentario: “Primavera in Kurdistan” ( 2006, Stefano Savona)

Vi Aspettiamo Numeros*!