1.03 // MORTE ACCIDENTALE DI UN MIGRANTE

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“Io non credo nei confini, nelle barriere, nelle bandiere. Credo che apparteniamo tutti, indipendentemente dalle latitudini e dalle longitudini, alla stessa famiglia, che è la famiglia umana” (Vittorio Arrigoni)

In questi giorni si è esaurito l’ennesimo dramma che ha insanguinato le coscienze di tutti noi: un ragazzo, probabilmente per evitare i controlli e riuscire ad attraversare quella maledetta frontiera che distrugge i sogni di chi arriva pieno di speranze, è rimasto folgorato contro i cavi della ferrovia ed è morto.
L’ennesimo morto, l’ennesima strage che la fortezza Europa si porta sulla coscienza.
Il flusso migratorio che specialmente in quest’ultimo anno ha interessato le coste europee non è frutto di una casualità, non è frutto della cupidigia dei migranti accorsi in massa per rubarci casa e lavoro. È frutto – invece – di secoli di sfruttamento e di guerre che il capitalismo ha creato e rimpolpato negli anni, per derubare le risorse naturali e sfruttare il capitale umano, distruggendo prospettive e futuro di intere generazioni.
Dopo aver esportato guerra e terrore in nome di profitto e sviluppo, l’Occidente volta ora le spalle alle masse di persone che sono costrette all’esilio. Per gestire quella che è stata definita come un’ “emergenza migranti”, gli Stati europei hanno proceduto a una vera e propria militarizzazione dei territori, hanno innnalzato barriere e presidiato i confini immaginari con energumeni in divisa a cui è stato arrogato il diritto di decidere chi è meritevole di accoglienza e chi no. Se nella maggior parte dei casi i muri hanno impedito la mobilità a tutte le persone migranti, in altre occasioni sono state introdotte categorie arbitrarie e classificazioni frutto delle ennesime menzogne. Infatti, secondo l’infame mentalità che si è creata – e che si ritrova anche spesso e volentieri nei discorsi della socialdemocrazia – solo chi è bombardato da mattina a sera ha – forse – il diritto a ricercare una vita migliore. Chi invece non ha nulla, nemmeno la speranza di un futuro in quanto il sistema capitalista l’ha spogliato di qualunque opportunità, è un migrante economico, un clandestino, e quindi dev’essere rispedito da dove è arrivato. Magari facendogli prima pagare il prezzo dei Centri di identificazione ed espulsione, dove violenze, torture e soprusi sono all’ordine del giorno.
Il capitalismo ha da sempre negato la possibilità di costruire un futuro di giustizia, libertà e autodeterminazione alle popolazioni vittime dell’imperialismo degli Stati occidentali e dei giochi di potere internazionali: l’ha fatto e lo fa tuttora massacrando con le bombe e con la creazione d’instabilità politiche oppure trucidando con povertà e devastazione dei territori. Per questa ragione non è possibile dividere, classificare o discriminare in nessun modo la dignità delle persone migranti e il loro diritto alla libertà di movimento.
Ancora una volta appare chiaro come lo Stato e il suo sistema economico capitalista abbiano interesse a sfruttare le disgrazie di alcune loro vittime per seminare odio fra le persone, nascondendo dietro a queste guerre fratricide l’unico vero artefice delle tragedie che quotidianamente viviamo sulla nostra pelle: il capitalismo stesso, questo sistema assassino basato sullo sfruttamento e che ogni giorno si lascia alle spalle una lunga striscia di sangue. L’unica soluzione è debellarlo fino alle radici, e per farlo ogni mezzo è legittimo e necessario.

CON CHI SCAPPA DA GUERRA E POVERTÀ, CONTRO LE FRONTIERE E IL CAPITALISMO, ORGANIZZARSI E LOTTARE

Polizia e abusi di potere

Sequestriamo, picchiamo e abbandoniamo il potere

 

Nella notte del 27 marzo 2013, un enorme abuso di potere e violenza è stato messo in atto da parte di due agenti ticinesi nei confronti di un cittadino rumeno, la cui unica colpa, a dire dei poliziotti, è stata quella di trovarsi ubriaco alla stazione di Lugano. Infatti, pur non avendo riscontrato alcuna irregolarità, i due agenti decisero di fermarlo e caricarlo in macchina. Una volta in macchina invece di portarlo in centrale, giacché sarebbe stato un viaggio inutile data l’estraneità della vittima a qualsiasi accusa, i due agenti lo portarono ad Arogno, dove lo picchiarono di santa ragione e lo abbandonarono, ferito ed esanime nella neve. Neve che avrebbe anche potuto uccidere la vittima per ipotermia, se un passante non lo avesse soccorso.

Le accuse a carico dei due poliziotti sembravano quindi adeguate al reato commesso: pesanti.

Il 24 gennaio 2014 è stata però emessa la sentenza: diciotto mesi sospesi con la condizionale. Praticamente niente, una reprimenda, una pacca sulla spalla, e via di nuovo con la propria vita come se niente fosse successo, con la possibilità di rientrare in servizio un domani, sebbene questo passo sia ancora incerto.

Eppure le accuse contestategli erano gravi: si legge nella sentenza che le loro colpe sono state riconosciute come tali, perché colpevoli del reato di abuso di autorità, lesioni semplici (con arma) e omissione di soccorso e “perché con l’arroganza della divisa se la sono presa con un debole che non poteva fare nulla, la vittima poteva anche morire”.

E invece… diciotto mesi sospesi con la condizionale.

Il metodo difensivo assunto dai due agenti è stato quello di mostrarsi contriti davanti alla corte, dispiaciuti del gesto compiuto, ma che si spiega a fronte dello stress e della frustrazione vissuta in quei giorni, a causa di un furto avvenuto in casa de uno dei due accusati, “probabilmente a opera di un rumeno”. Secondo questa logica quindi, tutti i rumeni erano diventati obiettivi da colpire, il che dovrebbe rendere le accuse a suo carico ancora più gravi. Eppure ai due sono state riconosciute come attenuanti il sincero pentimento mostrato, il percorso psicologico intrapreso e la collaborazione nell’inchiesta. John Noseda, procuratore pubblico a carico di questa inchiesta, sottolinea come la legge sia uguale per tutti. Per poi proporre due anni di carcere e non opporsi alla sospensione di questi ultimi.

A fronte di migliaia di compagni ingiustamente rinchiusi nelle carceri con pene esageratamente lunghe rispetto al reato commesso, vivendo qualsiasi tipo di restrizione immaginabile, questa sentenza urla di tutto ma non certo che la legge è uguale per tutti. Rileva invece come la legge si muova su due binari, il binario repressivo che punisce, ferocemente, i comportamenti ritenuti pericolosi per l’esistenza di questo stato borghese e che lo mettono in discussione fin dalla base e il binario bonario, che punisce, quasi con un moto di simpatia, reati che non ledono alla pace di nessuno nella paciosa Svizzera. I colpevoli sono due agenti ticinesi, la vittima è un cittadino rumeno: in fondo non importa a nessuno la fine che quest’ultimo avrebbe fatto perché, secondo logica popolare, “se ne fosse rimasto a casa sua e non gli sarebbe successo nulla”.

E così è archiviato l’ennesimo abuso di potere compiuto dalla polizia, in questo cantone come nel mondo, senza che nessuno si ponga l’importante quesito su cosa sarebbe successo ad assioma capovolto, con due rumeni che sequestrano, picchiano e abbandonano un agente: diciotto mesi con la condizionale? Copertura mediatica minima? Partiti politici in silenzio?

Chissà perché, ma nutriamo forti dubbi in merito…

Volantino Polizia