23.3 // LO STATO SPAGNOLO TORTURA, LA SVIZZERA È COMPLICE

LO STATO SPAGNOLO TORTURA, LA SVIZZERA È COMPLICE!

NO ALL’ESTRADIZIONE DI NEKANE TXAPARTEGI!

Nekane Txapartegi è stata arrestata il 6 aprile 2016 in Svizzera, dopo essere stata identificata dai servizi segreti spagnoli, i quali hanno agito su territorio estero illegalmente in quanto neppure le autorità elvetiche ne erano a conoscenza.
Dal giorno del suo arresto è rimasta pendente – come una spada di Damocle – una richiesta di estradizione da parte dello Stato spagnolo. Richiesta che se soddisfatta avrebbe significato rimettere Nekane nelle mani di chi a suo tempo l’aveva torturata e violentata. La polizia dello Stato spagnolo, nel 1998 aveva infatti già arrestato Nekane, accusandola di aver partecipato a una riunione con attivisti baschi a Parigi e di aver fornito due passaporti a presunti membri di ETA. Come accade a tutti i prigionieri politici accusati dall’Ordinamento legislativo iberico di “terrorismo”, Nekane è stata trattenuta per giorni dai servizi paramilitari della Guardia Civil in un stato di completo isolamento, nell’impossibilità di avere qualsiasi tipo di contatto con l’esterno o con un/a avvocato. In quel buco nero dell’isolamento totale, oggi come allora, lo Stato spagnolo tortura i dissidenti politici. Come accaduto a tante compagne e tanti compagni prima e dopo di lei, Nekane in quel buco nero dove tutto può accadere è stara brutalmente seviziata e stuprata da quattro militari. La condanna che pende sulla sua testa è frutto di quanto avvenuto in quelle ore e si basa su una dichiarazione estorta con la tortura.
Dopo nove mesi di carcere, rilasciata in attesa di processo, Nekane è fuggita in Svizzera.
Oggi la Svizzera ha dato il via libera alla sua estradizione.
Quella Svizzera che si erge a culla dei diritti umani, oggi ha deciso che Nekane non è stata in grado di rendere verosimili le sue torture e le rinfaccia la “colpevolezza” di non aver impugnato le sentenze dinanzi alla Corte suprema spagnola e alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Paradossalmente, la Svizzera dei salotti democratici borghesi e dei suoi soldi sporchi, delle armi vendute ai governi corrotti impegnati in guerre imperialiste, delle violazioni contro i/le migranti che provano ad attraversare il suo territorio, accusa un’attivista incarcerata e torturata di non aver fatto appello alle sedi di quella stessa “giustizia” che è responsabile delle gravissime violazioni perpetrate contro la sua persona e la sua integrità.
La Svizzera è complice: quella Svizzera che, nonostante le centinaia di denunce – anche da parte di organismi riconosciuti internazionalmente – non ritiene lecito presumere che nello Stato spagnolo si faccia sistematico ricorso alla tortura; quella Svizzera che come da tradizione nasconde la testa sotto la sabbia per non compromettere le sue relazioni politiche e commerciali con gli altri Paesi, macchiandosi dei loro stessi crimini contro l’umanità; quella Svizzera che rispedisce così Nekane nelle mani dei suoi aguzzini, consapevole che i torturatori della Guardia Civil le faranno pagare giorno dopo giorno il prezzo per aver denunciato pubblicamente le sevizie subite.

CONTRO L’ESTRADIZIONE DI NEKANE, PER LA SUA LIBERTÀ E QUELLA DI TUTT* I/LE PRIGIONIER* POLITIC*, ORGANIZZARSI E LOTTARE!

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1.03 // MORTE ACCIDENTALE DI UN MIGRANTE

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“Io non credo nei confini, nelle barriere, nelle bandiere. Credo che apparteniamo tutti, indipendentemente dalle latitudini e dalle longitudini, alla stessa famiglia, che è la famiglia umana” (Vittorio Arrigoni)

In questi giorni si è esaurito l’ennesimo dramma che ha insanguinato le coscienze di tutti noi: un ragazzo, probabilmente per evitare i controlli e riuscire ad attraversare quella maledetta frontiera che distrugge i sogni di chi arriva pieno di speranze, è rimasto folgorato contro i cavi della ferrovia ed è morto.
L’ennesimo morto, l’ennesima strage che la fortezza Europa si porta sulla coscienza.
Il flusso migratorio che specialmente in quest’ultimo anno ha interessato le coste europee non è frutto di una casualità, non è frutto della cupidigia dei migranti accorsi in massa per rubarci casa e lavoro. È frutto – invece – di secoli di sfruttamento e di guerre che il capitalismo ha creato e rimpolpato negli anni, per derubare le risorse naturali e sfruttare il capitale umano, distruggendo prospettive e futuro di intere generazioni.
Dopo aver esportato guerra e terrore in nome di profitto e sviluppo, l’Occidente volta ora le spalle alle masse di persone che sono costrette all’esilio. Per gestire quella che è stata definita come un’ “emergenza migranti”, gli Stati europei hanno proceduto a una vera e propria militarizzazione dei territori, hanno innnalzato barriere e presidiato i confini immaginari con energumeni in divisa a cui è stato arrogato il diritto di decidere chi è meritevole di accoglienza e chi no. Se nella maggior parte dei casi i muri hanno impedito la mobilità a tutte le persone migranti, in altre occasioni sono state introdotte categorie arbitrarie e classificazioni frutto delle ennesime menzogne. Infatti, secondo l’infame mentalità che si è creata – e che si ritrova anche spesso e volentieri nei discorsi della socialdemocrazia – solo chi è bombardato da mattina a sera ha – forse – il diritto a ricercare una vita migliore. Chi invece non ha nulla, nemmeno la speranza di un futuro in quanto il sistema capitalista l’ha spogliato di qualunque opportunità, è un migrante economico, un clandestino, e quindi dev’essere rispedito da dove è arrivato. Magari facendogli prima pagare il prezzo dei Centri di identificazione ed espulsione, dove violenze, torture e soprusi sono all’ordine del giorno.
Il capitalismo ha da sempre negato la possibilità di costruire un futuro di giustizia, libertà e autodeterminazione alle popolazioni vittime dell’imperialismo degli Stati occidentali e dei giochi di potere internazionali: l’ha fatto e lo fa tuttora massacrando con le bombe e con la creazione d’instabilità politiche oppure trucidando con povertà e devastazione dei territori. Per questa ragione non è possibile dividere, classificare o discriminare in nessun modo la dignità delle persone migranti e il loro diritto alla libertà di movimento.
Ancora una volta appare chiaro come lo Stato e il suo sistema economico capitalista abbiano interesse a sfruttare le disgrazie di alcune loro vittime per seminare odio fra le persone, nascondendo dietro a queste guerre fratricide l’unico vero artefice delle tragedie che quotidianamente viviamo sulla nostra pelle: il capitalismo stesso, questo sistema assassino basato sullo sfruttamento e che ogni giorno si lascia alle spalle una lunga striscia di sangue. L’unica soluzione è debellarlo fino alle radici, e per farlo ogni mezzo è legittimo e necessario.

CON CHI SCAPPA DA GUERRA E POVERTÀ, CONTRO LE FRONTIERE E IL CAPITALISMO, ORGANIZZARSI E LOTTARE

11.02 // PRESENTAZIONE DEL LIBRO “AMORE E LOTTA. AUTOBIOGRAFIA DI UN RIVOLUZIONARIO NEGLI STATI UNITI”

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Presentazione del libro “Amore e lotta. Autobiografia di un rivoluzionario negli Stati Uniti” di David Gilbert, con il co-curatore Giacomo Marchetti.
Sabato 11 febbraio 2017, alle ore 20 alla Casa del Popolo a Bellinzona.

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Nato nel 1944 da una famiglia di origine ebraica fuggita dalle persecuzioni anti-semite in Europa, cresciuto in un sobborgo benestante di Boston, si impegna – dopo l’attività scoutistica – dall’età di 17 anni nella lotta anti-razzista al fianco dei “Neri”.
Iscrittosi alla Columbia University nel ’62 è stato uno dei più eminenti esponenti del movimento studentesco contro la Guerra in Vietnam e contro il “suprematismo bianco”, cofondatore dell’organizzazione Students for a Democratic Society (SDS), la più importante organizzazione del movimento studentesco dell’epoca dal seno del quale nasceranno i Weather Underground di cui sarà un esponente di spicco.
Questo gruppo di anti-imperialisti bianchi cresciuto all’interno delle mobilitazioni contro la guerra in Vietnam e al fianco del movimento afro-americano, diverrà autore di numerosi “attacchi” contro edifici e strutture dell’apparato di potere statunitense, senza mai mietere alcuna vittima.
Con l’attiva complicità delle varie comunità di Freaks sparse per gli States David, si sposterà “in clandestinità” in diverse città e parteciperà a differenti azioni, contribuendo anche alla formazione teorica del gruppo e alla stesura del loro più esteso e noto documento politico “Prateria in Fiamme”.
Uscito dalla clandestinità, dopo la fine di questa esperienza nella seconda metà degli anni settanta, continuerà a dare il suo contributo alle “Nazioni Oppresse” all’interno degli States e contro la politica bellicista Nord-Americana unendo poi il suo destino, insieme ad altri antimperialisti bianchi ai militanti del Black Liberation Army, organizzazione clandestina nata da una delle scissioni delle Black Panthers Party.
Venne arrestato nel 1981, in seguito alla partecipazione ad una rapina di “autofinanziamento” ad un furgone porta-valori a New York, che costò la vita a due agenti di polizia.

Il libro ripercorre le tappe fondamentali della sua esistenza politica intrecciate con gli avvenimenti che hanno riguardato la storia nord-americana dalla lotta anti-segregazionista fino alla genesi delle politiche neo-conservatrici di Ronald Reagan insediatosi alla Casa Bianca proprio nel gennaio del 1981.
Con uno sguardo critico, ma non liquidatorio sulla propria esperienza, ed una attenzione costante a fornire elementi di comprensione delle vicende narrate anche a chi non le ha vissute, ci fornisce uno spaccato di una esperienza umana che riflette sugli aspetti più peculiari della storia statunitense, arricchendo il proprio bagaglio con elementi attinti dalla critica di genere e la sensibilità ecologista.
Nella sua recensione al libro il giornalista afro-americano Mumia Abu Jamal coglie la cifra del lavoro di Gilbert quando afferma che “da cuore e ossa alla Storia”.
Una storia in cui affondano le radici del presente.

13.09 // PRATICHE D’ANTIFASCISMO MILITANTE: CONSIDERAZIONI SULLA MANIFESTAZIONE ANTIRAZZISTA TENUTASI A CHIASSO L’11 SETTEMBRE

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Ora che si stanno calmando un po’le acque e dopo che la stampa locale non ha perso un minuto per aizzare la popolazione contro i cosiddetti no borders e per gridare allo scandalo per un paio di petardi, riteniamo opportuno condividere qualche considerazione sulla manifestazione di Chiasso.

Domenica 11 settembre più di 600 persone hanno manifestato contro il razzismo ed espresso la loro solidarietà con i migranti bloccati alla stazione di Como S. Giovanni. Il corteo, composto da solidali di ogni età provenienti da diverse aree politiche e geografiche, si è formato verso le 14 nei pressi dello stadio comunale ed è poi proseguito per le strade della città. Durante il percorso sono stati contestati diversi luoghi-simbolo della criminalizzazione dei migranti (la stazione FFS, la dogana, il posto di polizia, il Centro di Registrazione e di Procedura, ecc.). Soprattutto nei pressi di questi luoghi sono state effettuate delle scritte sui muri, affissi dei manifesti e lanciati dei petardi. Non si è tuttavia mai entrati in contatto diretto con le forze antisommossa. Durante tutto il percorso sono stati inoltre scanditi a gran voce slogan antifascisti e solidali, distribuiti materiali informativi, lette ad alta voce le rivendicazioni dei migranti bloccati a Como e tenuti diversi discorsi contro il regime migratorio svizzero e le frontiere.

Durante il corteo si è ribadito che le frontiere sbarrate a Chiasso sono il frutto di un’ondata di razzismo fomentato a fini politici che oggi caratterizza tanto il Ticino e la Svizzera, quanto l’Europa e l’intero mondo occidentale. Quella stessa Svizzera (e quello stesso occidente) le cui aziende esportano armi e saccheggiano risorse naturali provocando e alimentando guerre e sfruttamento in molti paesi di provenienza delle persone bloccate alla stazione di Como San Giovanni e in altri punti d’ Europa.

Si è inoltre più volte sottolineato che i container della Caritas che si stanno costruendo a Como per i migranti non fanno che peggiorare la situazione. Per i migranti  essi non significano altro che ulteriore isolamento, criminalizzazione, controllo e perpetuazione delle sofferenze. Più che carità i migranti necessitano il riconoscimento dei loro diritti e della loro libertà di movimento!

Le forze dell’ordine erano presenti in gran numero e hanno blindato la stazione e la dogana. Così facendo esse hanno dimostrato ancora una volta da che parte stanno: dalla parte di quegli apparati che ogni giorno si rendono responsabili della criminalizzazione di centinaia e centinaia di persone (colpevoli soltanto di volersi lasciare alle spalle guerra e miseria) e della violazione di plurimi diritti umani (violazioni denunciate dall’ASGI e da FIRDAUS in un rapporto pubblicato a fine agosto).

Nelle ore immediatamente successive alla manifestazione la polizia svizzera ha effettuato una quindicina di fermi e arrestato tre compagni italiani. Questi arresti sono una provocazione da parte delle forze dell’ordine per provare a dividere il movimento in “buoni” e “cattivi” e per diffondere il mito dell’intrusione di facinorosi dall’estero responsabili della rottura della pace sociale che altrimenti caratterizza la placida quotidianità elvetica. Questi arresti, inoltre, dimostrano ancora una volta come l’obiettivo sia quello di criminalizzare il sempre più grande movimento no border e distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalla portata politica del corteo di domenica 11 settembre, dato dalla denuncia della chiusura delle frontiere e delle violenze poliziesche e strutturali ai danni dei migranti.

Come parte del movimento, noi ci auguriamo che la placida quotidianità elvetica venga scossa più spesso da simili mobilitazioni. In un clima dove il razzismo si diffonde a macchia d’olio è importante organizzare risposte solidali e ribadire le pratiche dell’antifascismo militante sulle strade. Ciò acquista maggiore importanza alla luce delle recenti mobilitazioni fasciste a Como.

Ai paladini della legge comparsi in questi giorni sui social vogliamo dire che finché ci saranno vite che valgono e vite che non valgono, finché ci saranno degli inclusi e degli esclusi, finché la società sarà divisa in sfruttati e sfruttatori, fino ad allora la democrazia e la legalità di cui essi si fanno portavoce resta un gioco truccato a cui è lecito non voler partecipare. Inoltre, se questi personaggi si scandalizzassero anche solo un quarto di quanto si scandalizzano per un paio di petardi di fronte alla situazione disumana in cui sono costretti a vivere i migranti o per i continui tagli al sociale, vivremmo già da un pezzo in un mondo migliore!

Solidarietà e complicità con i/le compagni/e arrestati/e! Liber* Tutt*!

CON TUTTI I MIGRANTI SOLIDARIETÀ – FUORI I RAZZISTI DALLE CITTÀ!

LE FRONTIERE DIVIDONO – LA LOTTA UNISCE!

15.07 // CONTRO LA VIOLENZA DELLE FRONTIERE

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Un confine non è qualcosa di naturale, immutabile ed eterno. Un confine è una costruzione sociale, uno strumento concepito dal genere umano che risponde a determinate finalità, le quali si costruiscono all’interno delle strutture di potere di una società. Analizzando il ruolo primario che hanno assunto nell’Europa di oggi, si arriva a una constatazione tanto semplice quanto spietata: attualmente i confini sono uno dei principali strumenti di esclusione sociale.
Da un lato essi servono a difendere, o meglio a costruire, delle identità nazionali o regionali che vengono sempre più percepite come qualcosa da salvaguardare di fronte all’intensificarsi dei flussi della globalizzazione, come se esse non siano – storicamente parlando – il risultato di un’ininterrotta sequenza di incontri e processi di ibridazione culturale; dall’altro essi giustificano e contribuiscono a riprodurre quell’ineguaglianza nello sviluppo su cui, da tempi immemori, si è costruito il disequilibrio globale. La loro funzione principale odierna si può riassumere così in tre semplici e allo stesso tempo brutali parole: difesa del privilegio.

È ciò che succede in Europa, dove si sono smantellati i confini interni in nome di un progetto di unione tra popoli e diritto a libertà di movimento (rivelatosi poi tutt’altra cosa, in quanto a spostarsi liberamente in realtà sono solo capitali e merci), ma al contempo si sono erette tutt’intorno cortine di muri e filo spinato, burocratiche ma anche fisiche, come deterrente per chi cerca di entrare per necessità di sopravvivenza. Evidentemente questi diritti funzionano a corrente alternata: per alcuni valgono, per altri no.
A Lampedusa, a Calais, a Ventimiglia, a Idomeni, eccetera stiamo assistendo all’espressione di queste diseguaglianze e queste contraddizioni, che si concretizzano in un conflitto tra chi vive il dramma della migrazione perché un luogo dove vivere non ce l’ha più e chi invece vuole mantenere il proprio status di privilegiato, su cui ha costruito il proprio benessere.

Questo conflitto in queste ore si sta manifestando anche in quelle poche centinaia di metri che separano Como dalla frontiera di Chiasso; stiamo parlando, è inutile dirlo, del respingimento dei migranti, che vogliono in gran parte raggiungere l’Europa del Nord ma che vengono fermati a Chiasso e rimandati in Italia a causa di una normativa assurda e disumana come quella della Convenzione di Dublino.
Il clima è quello di uno stato di polizia e di una criminalizzazione dei migranti che raramente si era respirato a queste latitudini; la situazione rasenta l’emergenzialità e scarseggiano i beni di prima necessità come le coperte, il cibo o la possibilità di provvedere alla propria igiene personale. Di fronte a questa situazione la risposta delle istituzioni cantonali ticinesi non ha tardato a farsi sentire ed è stata espressa dal consigliere di Stato Norman Gobbi attraverso un’ipotesi che non ci stupisce, ovvero quella di un dispiegamento delle forze militari sul confine con l’Italia, da aggiungere all’impressionante schieramento di forze dell’ordine che stanno già presidiando la zona e i cui effettivi sono stati moltiplicati negli ultimi tempi.

Norman Gobbi, insieme a Salvini, Le Pen e le formazioni della destra xenofoba che rappresentano, sono il ritratto perfetto di uno degli schieramenti di questo conflitto e le “soluzioni” che sono soliti proporre – prevalentemente composte da coercizione, manganelli e fogli di via – mostrano come tali forze siano disposte a tutto pur di salvaguardare lo status quo.

Dall’altra parte troviamo invece i migranti, portatori dell’esperienza dello sradicamento e dell’assenza di una prospettiva di vita accettabile e, accanto a loro, tutti coloro che con la loro complicità e la solidarietà cercano di decostruire queste dinamiche diseguali e di edificare dei percorsi di autonomia in cui costruire un approccio diverso da quello dominante, consapevoli che la lotta al razzismo e alla xenofobia non può non essere anche una lotta anticapitalista, dal momento che è dal dominio del capitale che queste dinamiche sono alimentate.
Proprio in queste ore si è attivata una rete di solidarietà sulla fascia di confine, con l’obiettivo di rispondere alle necessità primarie dei migranti e di manifestar loro la propria solidarietà. Invitiamo chiunque ne abbia la possibilità a raggiungere Como e Chiasso per fare altrettanto. Perché se i confini sono il luogo dove più di tutti si manifestano queste dinamiche, allora diventa fondamentale presidiarli: loro con guardie di confine ed elicotteri, noi con la forza della solidarietà.

La lotta dei migranti è anche la nostra lotta: è la lotta dei lavoratori che sui cantieri muoiono e che si auto-organizzano per costruire un’alternativa al sistema del lavoro salariato; è la lotta dei popoli oppressi che si battono per affrancarsi dall’imperialismo economico e culturale dei paesi occidentali; più in generale è la lotta di tutti coloro che hanno capito che al mondo esistono solo due razze, quella degli sfruttati e quella degli sfruttatori.
Continueremo ad opporci ai centri di detenzione per migranti, alle deportazioni e alle espulsioni forzate, ai controlli alle frontiere, manifestando la nostra solidarietà a chi è costretto a cercare un nuovo luogo in cui sopravvivere, perché da tempo abbiamo capito da che parte stare.
Potete rinchiudervi nelle vostre rassicuranti concezioni pasticciate e idealizzate di cultura e tradizione, potete inasprire le leggi sulla migrazione, potete pestare a sangue i migranti, potete bloccare le frontiere, ma presto vi accorgerete che i confini non possono arrestare il vento.

E il vento del cambiamento, che vi piaccia o no, si sta alzando.

Contro i controlli razziali
Contro razzismo e sfruttamento
Contro la violenza della frontiere

Organizzarsi e lottare.

01.05 // FOTO CORTEO PRIMO MAGGIO

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1° MAGGIO 2016 – SPEZZONE ANTICAPITALISTA

“I proletari non hanno nulla a perdere, all’infuori delle loro catene: essi hanno un mondo da guadagnare. Proletari di tutti i paesi unitevi!” scrivevano Marx ed Engels nel 1848, e mai affermazione pare essere più attuale. In Ticino, in Svizzera e nel mondo intero.

Quella che è stata messa in atto, è una capillare e duratura strategia di disintegrazione della classe lavoratrice, la quale è stata convinta che esistano status lavorativi differenti, in competizione l’uno con l’altro. Una concorrenza fittizia che è riuscita a fare quello che il capitale ambisce da sempre: distogliere l’attenzione su chi sia il reale nemico da combattere. Mentre le lavoratrici e i lavoratori combattono fra loro per contendersi le briciole, il capitale ingrassa e detiene sempre di più la totalità della ricchezza e dei mezzi di produzione.
Sempre di più, termini quali “interinali”, “frontalieri”, “residenti” vengono utilizzati per caratterizzare i lavoratori e le lavoratrici, come se abitare al di là o al di qua di un confine comporti diversi diritti o renda distinti gli appartenenti alla stessa classe proletaria. Ciò a cui assistiamo è una lotta su due assi: da una parte una guerra fra dei lavoratori che si differenziano con le categorie di cui sopra, mentre dall’altra una lotta fra differenti settori. Infatti, ciò che si può osservare è che quando una determinata classe si organizza per rivendicare maggiori diritti, invece che fungere da testa d’ariete per ulteriori rivendicazione, di rappresentare un esempio da seguire, viene biasimata (secondo l’antico adagio del mal comune mezzo gaudio; “se noi non abbiamo questi diritti, nemmeno gli altri devono averli”).

Ovviamente, politica e capitale combattono questa battaglia l’uno accanto all’altro, funzionali l’uno alla strategia e agli obiettivi dell’altro: due facce sporche della stessa medaglia. Con delle proposte politiche dogmatiche, strumentali a questo scopo, acuiscono solamente il divario, senza mai proporre delle soluzioni che possano davvero migliorare le condizioni salariali delle lavoratrici e dei lavoratori. In Ticino, ma pure nel resto del mondo occidentale, la destra alza la voce e fa la gradassa contro stranieri e frontalieri (sebbene poi evidentemente i suoi esponenti siano fra i primi sfruttatori di questi lavoratori), ergendosi a unica difensora della classe proletaria, ma senza mai mettersi contro il padronato, poiché è un’emanazione dello stesso. Utilizzando le recenti crisi economiche, causate da coloro i quali ora sono teoricamente chiamati a risolverla, politica e padronato perseguono con molto profitto e maggiore vigore questa strategia di stratificazione della classe lavoratrice.

In tutto ciò, il silenzio assordante della socialdemocrazia, troppo preoccupata nel limare le posizioni e le proposte della destra, con la quale siedono felicemente in governo, per chinarsi realmente sulla questione e proporre delle iniziative che non siano dei palliativi che a poco servono nella reale difesa dei diritti dei lavoratori. Quello che serve è un’opposizione reale, che proponga iniziative drastiche che rivoluzionino completamente il sistema: il tempo del riformismo è finito e quanto prima gli esponenti della sinistra socialdemocratica la capiranno, tanto meglio sarà per tutti.

Per queste ragioni, è più importante che mai scendere in strada compatti a difesa dei diritti dei lavoratori, senza titubanze o esitazioni, spinti solo dal sogno di conquistare una rossa primavera: il Collettivo Scintilla vi invita tutte e tutti a partecipare allo spezzone anticapitalista, che si terrà in coda al corteo del 1° maggio a Bellinzona.

Chi vede nella normalizzazione, nella concertazione o nel riformismo, una soluzione allo sfruttamento del capitale, non è nient’altro che complice di questo sistema.

CONTRO LA DIVISIONE DEL PROLETARIATO, CONTRO LA NUOVA SCHIAVITÙ MODERNA, PER DELLE LAVORATRICI E DEI LAVORATORI UNITI E SOLIDALI, ORGANIZZARSI E LOTTARE

15.01 // FESTA DI SOLIDARIETÀ PER LA RICOSTRUZIONE DI KOBANÊ

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La liberazione di Kobanê fu una vittoria dell’umanità contro l’avanzata delle bande nere del cosidetto Stato Islamico. La sua popolazione e la città pagarono un caro prezzo per la difesa del progetto sociale democratico della Confederazione dei cantoni del Rojava.


Una proposta che si basa su quattro concetti:
– democrazia partecipativa dal basso
– convivenza tra i popoli
– libertà delle donne
– stesse possibilità di vita per tutte le religioni

A quasi un anno dalla liberazione totale di Kobanê e dei suoi 343 villaggi del Cantone, i lavori di ricostruzione sono stati avviati ma incontrano difficoltà enormi. Ricostruire una città martoriata con l’80% delle abitazioni distrutte o danneggiate per garantire la possibilità di rientro a centinaia di migliaia di sfollati è un’impresa titanica. Le popolazioni locali non possono essere lasciate sole in questa opera. Tanto più che non si tratta di semplice solidarietà caritatevole, ma è inserita in un progetto concreto fondato sulla giustizia sociale per tutta la regione.
Per questo in Ticino è nato il “Comitato per la ricostruzione di Kobanê”, che si unisce al lavoro fatto da ominimi comitati in altri cantoni svizzeri.

Il 15 gennaio 2016, nel capannone di Pregassona, si terrà la prima festa di solidarietà per la ricostruzione di Kobanê.

IL PROGRAMMA:

ORE 18: VISIONE VIDEO “NÛ JÎN” ALLA PRESENZA DEL REGISTA VEYSI ALTAN E TESTIMONIANZE

ORE 20: CENA

ORE 21: MUSICA CON KAWA HURMIYE

Il ricavato della serata andrà al Comitato ticinese per la ricostruzione di Kobanê

9.11 // SOLO LA LOTTA PAGA: LARDI NON DORMIRE SONNI TRANQUILLI, L’AUTUNNO CALDO INIZIA ORA

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Il 9 novembre 2015 migliaia di lavoratori dell’edilizia stanchi dei soprusi del padronato sono scesi per le strade di Bellinzona, al fine di richiedere migliori condizioni per il rinnovo del contratto nazionale mantello del settore. Gli edili sono scesi in piazza in maniera massiccia, nonostante le pressioni fortissime subite da parte del padronato in queste ultime settimane: non solo minacce velate e frasi sibilline su a cosa si sarebbe andati incontro se si fosse deciso di aderire allo sciopero, questa volta i padroni si sono spinti più in là, facendo un autogol di dimensioni epiche, costringendo i lavoratori a firmare una petizione in cui questi dichiaravano di essere felici delle condizioni di lavoro attuali e facendo affiggere dei cartelloni della Ssic (Società svizzera degli impresari costruttori) dalle frasi altisonanti, sponsorizzando ad esempio il pensionamento dai 60 anni (e, de facto, rimettendo, nemmeno troppo velatamente, in questione il prepensionamento, punto cardine di questo sciopero).

I lavoratori hanno capito il gioco sporco e hanno aderito in massa al grande corteo che si è sviluppato per le vie di Bellinzona: girando durante la mattinata per i cantieri, la maggior parte di questi erano chiusi, talvolta con messaggi emblematici rivolti al padronato, come i caschetti da lavoro appoggiati su dei pali davanti al cancello, mentre nei pochi aperti, assistenti e padroni starnazzavano come oche impazzite alla ricerca del controllo ormai perso, minacciando e inveendo contro operai, impauriti ma risoluti nell’andarsene, e sindacato. Nonostante le pressioni, a fine mattina circa l’80% dei cantieri era chiuso e una fiumana di edili ha invaso le vie della capitale.

Il messaggio mandato dai lavoratori ai padroni è chiaro ed è stato scandito più volte durante il corteo: lotta dura senza paura. Basta con le pressioni, basta con le minacce di licenziamenti e vuoti contrattuali, basta con i profitti fatti sulle spalle dei lavoratori, basta con i tentativi di divisione della classe operaia: il vero nemico non conosce sudore, il vero nemico guadagna mentre gli edili lavorano sotto le intemperie, fino allo stremo delle forze, usurati prima del tempo da orari e mole di lavoro massacranti, per poi essere trattati come un paio di scarpe vecchie quando non sono più performanti e scattanti. E nessuno è più pronto ad accettare questo tipo di compromessi: da Chiasso ad Airolo i lavoratori l’hanno dimostrato ieri, mentre oggi e domani i loro compagni e fratelli svizzero-tedeschi e romandi lo specificheranno ancora meglio.

Partendo dalla base è possibile ricostruire quanto frazioni e politiche scellerate hanno tentato di cancellare in questi anni, una classe operaia forte e compatta contro soprusi e sfruttamento. Avanti così per la costruzione di un autunno caldo che gli impresari costruttori svizzeri difficilmente dimenticheranno.

DI SCIOPERO IN SCIOPERO,

CONTRO LARDI, CONTRO LA SSIC, CONTRO TUTTI I PADRONI, ORGANIZZARSI E LOTTARE!

 

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9.11 // IL 9 NOVEMBRE TUTTI A FIANCO DEI LAVORATORI

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Il 9 novembre 2015 in Ticino ci sarà un grande sciopero generale dell’edilizia, un appuntamento che ci permette di elaborare un’analisi su quanto sta accadendo ora nel mondo lavorativo ticinese.

Le premesse di questo sciopero si sono viste nel tempo, con un susseguirsi sempre più pressante di scioperi e malcontenti da parte della classe operaia in ogni settore, elemento nuovo nel contesto ticinese, ma assolutamente giustificato dai soprusi che il padronato ha messo in atto. Abbiamo già avuto modo di notare come con la scusa del franco forte, tramite l’abbandono della soglia minima del cambio franco/euro da parte della Banca nazionale svizzera nel gennaio 2015, la classe padronale (soprattutto nel settore industriale), una volta di più, abbia trovato una giustificazione per peggiorare ulteriormente le condizioni, salariali e di lavoro, degli operai, piangendo miseria e minacciando la delocalizzazione nel caso in cui le sue condizioni inaccettabili non fossero state accolte in pieno. Ore di lavoro supplementari non retribuite, abbassamenti salariali, licenziamenti, sono stati solo la punta dell’iceberg di quanto messo in atto. Praticamente, ci troviamo di fronte alla banalizzazione e approvazione di concetti che già erano inaccettabili due secoli fa, quali la settimana lavorativa di più di 40 ore oppure il lavoro non retribuito: il tutto con la spada di Damocle pendente della consapevolezza da parte dei lavoratori che se ciò non venisse accettato, dietro di loro la fila di ancor più disperati pronti ad accogliere condizioni così sfavorevoli si allunga di giorno in giorno.

E la politica in tutto ciò? Invece che castigare il padronato che abusa del suo potere e delle scuse fornite dall’economia, e assicurare che le condizioni di lavoro siano oneste, che a lavoro fornito ci sia la giusta remunerazione, applica la politica del divide et impera. Nel più bieco e disgustoso dei metodi, mettendo i lavoratori gli uni contro gli altri. Facendo credere ai lavoratori “residenti” che il loro vero e unico problema siano i “frontalieri” e i “migranti”, i feroci usurpatori pronti a distruggere tutto quanto guadagnato. Attraverso questa politica s’impedisce dunque l’individuazione del vero nemico da combattere, che con questa politica ingrassa e goda: il padronato. Una politica pagante, il risultato alle urne parla da sé, ma completamente assurda: si è creata una guerra fratricida fra operai, sempre più poveri e sfruttati, mentre il padrone intasca i proventi di questa politica. Infatti, mentre i “residenti” vedono nei “frontalieri” il solo nemico, votando leggi create ad hoc, che comunque non intaccano in nessuna maniera gli introiti che il lavoro del frontalierato porta nelle tasche dei padroni, creando un divario nella classe lavoratrice fra “noi” e “loro” e accettando condizioni di lavoro sfavorevoli onde non perdere il posto di lavoro in favore dei non residenti, il padronato gode dei frutti di questo conflitto.

Grazie a questa lotta fratricida, vediamo la fioritura di tutta una serie di nuovi status lavorativi oppure il rinforzo di altre condizioni di lavoro che una volta avevano un carattere provvisorio. Primo fra tutti, è quella degli “interinali”: i lavoratori assunti tramite le agenzie di prestito del personale in qualsiasi settore. Rispetto al passato, dove gli operai venivano assunti come interinali in maniera transitoria, fintanto che non si fosse trovato un lavoro a tempo indeterminato presso una ditta, ora questo status si sta trasformando in una condizione lavorativa a lungo termine. Fondamentalmente, la condizione del lavoratore interinale è quella del precario costante, con tutte le aggravanti e gli strascichi sociali del caso, che si protraggono sino e dopo il pensionamento. In Svizzera, questo status lavorativo non si è ancora fortemente radicato, a differenza di altri Paesi europei (uno su tutti la vicina Italia), però la situazione non è fra le più rosee e tutto fa presupporre che più presto che tardi si arriverà all’insediamento del precario costante sul territorio. Infatti, secondo i dati della Segreteria di Stato dell’economia, dai 5’391 lavoratori interinali del 2003 si è passati a 10’830 interinali nel 2013, mentre le ore di prestazioni fornite da loro sono passate dall’essere 2’310’625 nel 2003 a 6’526’547 nel 2013 [1]. La proporzione di questi lavoratori è quindi più che raddoppiata, mentre le ore fornite da loro sono quasi triplicate, e il fenomeno non pare volersi arrestare.

È necessario dunque trovare dei rimedi prima che questo fenomeno si consolidi e diventi abituale: se così non fosse, col passare del tempo vi si potrà solo porre un freno e non si potrà evitare che questo status lavorativo si radichi in maniera permanente sul territorio. Una possibilità potrebbe essere quella di limitare l’assunzione dei lavoratori tramite agenzie interinali: il problema in questo caso è la scarsa considerazione nei confronti dei lavoratori da parte della legislatura svizzera (Legge sul lavoro e codice delle obbligazioni); anche se un cambiamento avvenisse in tal senso, e ciò al momento attuale appare abbastanza improbabile se non inserito nelle singole convenzioni collettive di lavoro, sarebbe necessario che anche i lavoratori coinvolti attuino una presa di coscienza dei loro rinnovati diritti, al fine di potersi contrapporre alle scappatoie che il padronato sicuramente cercherebbe di prendere. La soluzione è dunque quella di ragionare e agire su due fronti: da una parte su quello legislativo e dall’altra su quello della classe operaia. Bisogna dunque riuscire a fornire ai lavoratori interinali gli strumenti necessari per combattere una possibile futura condizione di precariato e un supporto volto all’analisi di tale meccanismo: è necessario partire dalla base affinché questo avvenga, analizzando le necessità concrete dei lavoratori per poter mettere in atto una strategia che combatta in maniera determinata le dinamiche di sfruttamento e di precarietà che nascono da tali condizioni lavorative.

Basta dunque con proclami altisonanti completamente distaccati dalla realtà, senza interrogarsi a fondo su cosa vogliano gli operai, come troppo spesso è stato fatto dalla sinistra. Ripartire dalla base, per consolidare un fronte operaio che combatta assieme il vero nemico. Frontalieri, residenti, interinali, uniti contro il padrone. Perché non devono esistere divisioni fra i lavoratori, così facendo si fa solo il gioco di potenti e padronato. La guerra da combattere è lunga e tortuosa, ma non permettiamo che paura, minacce e intimidazioni distruggano il nostro futuro.

Il Collettivo Scintilla invita dunque tutti a unirsi alla grande mobilitazione dell’edilizia a partire dalle ore 9 di lunedì 9 novembre all’Espocentro di bellinzona (programma completo: http://ticino.unia.ch/fileadmin/user_upload/ticino/Edilizia_congiunto_manif._9_11_2015.pdf)

CONTRO PADRONI E MINACCE

DI SCIOPERO IN SCIOPERO

ORGANIZZARSI E LOTTARE

[1] Annuario statistico ticinese 2015, http://www3.ti.ch/DFE/DR/USTAT/allegati/volume/161441annuario_2015_20150312.pdf