19.09 // LOTTARE CONTRO L’IMPOSSIBILE E VINCERE

Nekane Txapartegi, l’attivista basca incarcerata a Zurigo dall’aprile del 2016, è stata scarcerata nella notte di venerdì sera – dopo più di diciotto mesi di prigione. Diciotto mesi di prigionia con una spada di Damocle pendente sulla testa, col rischio di essere estradata da un momento all’altro nello Stato spagnolo, quello stesso Stato che – per mano dei suoi cani da guardia, la Guardia Civil – l’ha torturata e stuprata nel 1999, al fine di farle confessare di essere una terrorista. E giovedì, dopo questi mesi angoscianti per Nekane, la sua famiglia e i suoi compagni, l’Audencia Nacional ha fatto cadere le accuse nei suoi confronti e la conseguente richiesta di estradizione.

Sembrava impossibile, ma l’attivismo, la determinazione e la mobilitazione dei compagni hanno sconfitto la macchina da guerra messa in moto dallo Stato spagnolo e la codardia e la connivenza dello Stato svizzero. Nekane – se non fosse fuggita nel 1999 – avrebbe dovuto scontare in carcere quasi sette anni, nelle mani dei suoi aguzzini, che nella più totale impunità le avrebbero fatto scontare ogni giorno della sua vita le denunce di tortura e stupro che Nekane fece a suo tempo. Ora è libera.

Cosa c’insegna questa importante vittoria? Sicuramente che solo la lotta paga, che ogni battaglia – anche quella che appare più improbabile, più difficile – vale la pena di essere combattuta. Come Fidel e il Che che con altri quindici compagni sulla Sierra Maestra sono riusciti a instaurare un movimento rivoluzionario, come le compagne e i compagni curdi che soli hanno liberato Kobane, bisogna lottare contro l’impossibile. E, qualche volta, vincere.

L’immobilismo, il pensare che questa lotta non valga la pena di essere combattuta o – ancora peggio – che ci saranno altri compagni capaci di portare avanti la battaglia, che il nemico da fronteggiare è troppo forte e potente per poterlo sconfiggere, rappresentano solo scuse. La verità è che solo combattendo ogni giorno – anche perdendo, subendo cocenti sconfitte, credendo che tutto sia perduto -, dedicando la propria vita alla mobilitazione, si può vincere.

La vittoria di Nekane è la vittoria di tutte le compagne e di tutti i compagni che non retrocedono di un passo, che non hanno mai smesso di crederci. Oggi si festeggia con e per Nekane, ma domani si dovrà ricominciare nuovamente a lottare, perché se Nekane è fuori dal carcere, altre centinaia di compagne e compagni languono imprigionati in ogni parte del mondo e bisogna combattere per ognuno di loro, perché nessuno va lasciato indietro. L’internazionalismo e la lotta per la giustizia sociale devono essere i pilastri su cui si deve basare il nostro sentire quotidiano.

Perché, come dice José Maria Lorenzo Espinosa: “La rivoluzione sarà possibile quando nessuno sarà indispensabile, ma tutti si comporteranno come se lo fossero”.

 

PER LA LIBERTÀ DI TUTTE LE COMPAGNE E DI TUTTI I COMPAGNI NELLE CARCERI, ORGANIZZARSI E LOTTARE.

16.06 // CON IL DONBASS CHE RESISTE: DISCUSSIONE CON MARCO SANTOPADRE

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Venerdì 16 giugno alla Casa del Popolo – Bellinzona, discussione con Marco Santopadre, giornalista comunista di ritorno dalla carovana antifascista organizzata dalla Banda Bassotti. Con Marco parleremo dell’esperienza della carovana e del futuro e delle prospettive del Donbass resistente.

18.04 // SU SCIOPERO DELLA FAME DEI PRIGIONIERI POLITICI PALESTINESI E NO ISRAEL DAY 2017

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Lunedì 17 aprile 2017, oltre 1200 prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri israeliane hanno iniziato uno sciopero della fame a oltranza. Altre centinaia di detenuti politici si sono aggiunti a questa iniziativa e oggi, a due giorni dall’inizio della protesta, sono già 2000 i prigionieri che aderiscono all’iniziativa.

Questo sciopero si pone diversi obiettivi: denunciare le pessime condizioni in cui sono costretti a vivere i prigionieri; protestare contro la prassi della detenzione amministrativa (secondo la quale i palestinesi possono essere arrestati indiscriminatamente dai militari israeliani e messi in prigione per anni senza un motivo e senza un processo); denunciare la cooperazione di sicurezza fra l’Autorità nazionale palestinese e Israele; rivendicare l’importanza della questione dei prigionieri politici nel processo di liberazione della Palestina.

Marwan Barghuthi, prigioniero politico e fra i promotori dello sciopero, ha motivato con queste parole la necessità impellente di uno sciopero della fame a oltranza: “Uno sciopero della fame di massa, iniziato oggi, che rivendica i bisogni fondamentali e i diritti dei detenuti, nel tentativo di porre fine alla pratica della detenzione amministrativa arbitraria, torture, maltrattamenti, processi iniqui, detenzione di bambini, negligenza medica, isolamento, trattamento degradante, la privazione dei diritti fondamentali, come le visite dei familiari, e il diritto all’istruzione “. Lo stesso Barghuthi verrà a breve processato in un “tribunale di disciplina” come punizione per il suo editoriale fatto uscire dal carcere e apparso in questi giorni sul New York Times, nel quale ha spiegato la lotta dei prigionieri politici palestinesi nelle carceri israeliane e le loro richieste.

Di fronte a questo sciopero della fame, la risposta da parte di Israele non si è fatta attendere e – come al solito – non ha esitato nel manifestare una grande pochezza a livello umano e nel ribadire che l’unico linguaggio conosciuto dall’entità sionista è quello della repressione e della rappresaglia. Molti scioperanti, in particolare coloro che si sono fatti promotori dell’iniziativa, sono stati posti in isolamento e puniti con ritorsioni corporali e torture, oltre che essere privati del sale, alimento fondamentale insieme all’acqua per la protezione dello stomaco durante il digiuno. Al contempo, il ministro israeliano della Pubblica sicurezza Gilad Erdan ha ordinato la realizzazione di un ospedale militare da campo per assicurarsi che i prigionieri palestinesi in sciopero non vengano trasferiti negli ospedali civili israeliani nelle prossime settimane, quando le loro condizioni peggioreranno. Ennesima dimostrazione di come il regime di apartheid in vigore nella Palestina occupata permei ogni settore della società.

Un altro punto cruciale che si ripropone di fronte a questo nuovo caso di protesta da parte dei prigionieri politici palestinesi, è quello dell’alimentazione forzata. In passato, Israele ha già violato la volontà e il diritto dell’individuo imponendo tale pratica. In questo caso, mentre la Corte suprema israeliana ha recentemente deciso che l’alimentazione forzata dei prigionieri in sciopero della fame debba essere costituzionale, i medici israeliani si sono schierati con l’etica medica riconosciuta a livello internazionale che considera tale pratica come una forma di tortura.
Il messaggio di libertà che da lunedì si propaga dalle carceri della Palestina occupata giunge forte e chiaro in ogni angolo del mondo, dove la solidarietà con la causa del popolo palestinese si declina in molteplici forme per un unico grande scopo: la libertà dall’oppressione sionista.
Come Collettivo Scintilla siamo a fianco dei popolo che lottano con ogni mezzo necessario per la libertà e per l’autodeterminazione.
La feccia sionista, purtroppo, è attiva anche alle nostre latitudini: l’Associazione Svizzera Israele, vergognosa combriccola di sostenitori dei crimini contro l’umanità e della pulizia etnica della Palestina, ha come ogni anno previsto un incontro per celebrare (!) l’anniversario della nascita di Israele(!).

Il 28 maggio 2017, nei salotti complici del Palazzo dei Congressi a Lugano, si terrà, come ogni anno, il cosiddetto “Israel Day”. Per l’occasione l’ospite illustre sarà Tzipi Livni, ex ministra degli Esteri israeliana in carica durante l’operazione Piombo Fuso a Gaza nel 2008-09. Un personaggio triste in linea con la tradizione di questa celebrazione dello sterminio che annualmente si svolge a Lugano: dopo essersi formata come spia nei servizi segreti israeliani e aver fatto suo il credo sionista secondo cui “è giusto uccidere per il bene di Israele”, Tzipi Livni ha saputo col tempo mettere in pratica quanto appreso, tanto che la Gran Bretagna ha emesso un mandato di cattura nei suoi confronti in quanto ritenuta responsabile di Crimini di guerra.

Questo personaggio, su cui grava il peso delle 1400 persone uccise a Gaza nel 2008/09, sarà dunque presente a Lugano nell’anno in cui ricorre il 50esimo anniversario dell’occupazione militare della Cisgiordania a seguito della Guerra dei Sei Giorni nel 1967 .

Non accetteremo che questa passerella del terrore avvenga indisturbata e siamo pronti a fare da eco al grido che in queste ore si alza dalle carceri della Palestina occupata. Ogni manifestazione del mostro sionista e dei suoi interessi imperialisti va denunciata e combattuta!

Per la liberazione della Palestina e di tutti i prigionieri politici, ORGANIZZARSI E LOTTARE

 

 

8.04 // POLITICA MIGRATORIA E DIRITTO AL LAVORO

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Ci permettiamo di riportare le parole del compagno Diego, pronunciate durante la manifestazione dell’8 aprile “vogliamo vivere e lavorare in un Paese democratico”.

 

Buenas tardes a todas y todos
Buona sera a tutte e tutti

È un piacere per me poter essere qui con voi. Poter parlare ed esprimermi rappresenta una piccola vittoria personale in un posto dove sono condannato all’anonimato, a non esistere. È un piacere essere qui insieme a persone ch, che partecipano, insieme a gente che è da parte dei diritti umani e non dei “diritti” che determina il capitale, che è dalla parte della giustizia sociale e non della “giustizia” che impone l’economia.

Mi chiamo Diego, il mio nome è importante, com’è importante il nome di ogni migrante. È importante perché non siamo braccia per lavorare, né un misero permesso. Il nome è il primo pilastro dell’identità, avere un nome significa riconoscere che quello che abbiamo davanti è una persona come tutti voi, con figli, famiglia e sogni.

Sono un lavoratore migrante disoccupato, ho 24 anni e faccio parte dello esercito di riserva del capitale. Sono emigrato in Svizzera 4 anni fa e fin ora tento di SOPRAVVIVERE in questo cantone, e rimarco sopravvivere. Perché una cosa è tener duro giorno dopo giorno per arrivare alla fine del mese è un altra ben distinta è vivere.

Emigrare è drammatico. Perché è drammatico accettare che la tua casa, la tua vita, la tua gente saranno differenti d’ora in poi. Accettare questo cambiamento e un percorso molto lungo che dura da anni e che io personalmente dopo 4 anni non ho ancora risolto.

Per farvi capire vi dico solo che io sono venuto qua per amore.
Sono arrivato in Svizzera senza permesso (turista). sono rimasto illegalmente finche ho trovato un lavoro estivo di vari mesi che mi ha permesso avere il permesso L (Finito il lavoro, finito il permesso), tornando di nuovo nella stessa situazione d’illegalità. Cosi son passati due lungi anni. Dopo questi anni senza lavoro e permesso sono dovuto tornare in spagna separandomi della mia compagna e sapendo che rimanere in Spagna non aveva senso. Per normalizzare la situazione ho richiesto un permesso B senza attività lucrativa. Per averlo devi farti avvallare con 2000 franchi al mese da un garante e firmare immediatamente numerosi documenti che tra ‘altro mi obbligavano a non chiedere mai un sussidio o aiuto. Per questo non ho mai chiesto quello di malattia, anche se lavoriamo per una miseria e non arriviamo a fine di mese per paura a vedere la revoca del nostro permesso di soggiorno.

Il b senza attività lucrativa ti permette di lavorare solo 12 ore a settimana, questo ti spinge a lavorare in nero, perche il resto delle ore non le puoi dichiarare, o dall’altra parte a non trovare lavoro perché il padrone onesto normalmente ha bisogno di più ore.

Per avere il tanto desiderato e ancora nelle mie mani permesso B normale dovevo trovare qualcuno che volesse assumermi per un anno, né 3 mesi né 6 né 11 e mezzo. Un anno. Io vi chiedo: chi assume una persona straniera a priori con un contratto di un anno? Nessuno. Dimostrando che questo requisito serve solo per impedirci di risiedere e lavorare in svizzera.

Ho avuto fortuna con una persona che mi ha fatto un contrato di un anno e ho lavorato esattamente un anno, ricevendo il permesso ma perdendo il lavoro giacche era a termine. Non era il lavoro che volevo fare era l’unico lavoro che potevo fare

4 anni ci sono voluti per normalizzare la mia situazione in questo paese e per fortuna sono nato in Europa e se venisse da più lontano? 4 anni di grosse sofferenze, alcune non posso raccontarle pubblicamente in questa sala, 4 anni di precarietà, di disperazione di paura a essere espulso, persino un incidente nel quale quasi perdo la mano destra.

Viviamo al limite, con il minimo, senza nessuna prospettiva di futuro, senza sapere cosa sarà di noi settima prossima. Senza sapere se finiremo dall’altra parte della ramina o in un programma occupazionale a lavorare gratis, se finiremo in una fabbrica come quella del signor Siccardi (medacta internacional) per 2000 franchi al mese a turno e sotto terra come mi hanno offerto. Viviamo con la paura di partecipare politicamente, viviamo al margine della società, senza lavoro o con appena risorse economiche non possiamo fare una vita normale. Andare al bar a prendere un caffe diventa un lusso. Vediamo come la società avanza con una marcia molto più forte della che noi possiamo avere, rimanendo sempre indietro e indietro, rinchiusi a casa, rinchiusi nei nostri problemi, senza esistere. Come vogliono che ci integriamo se continuamente siamo messi da parte in qualunque ambito. In piu con l accusa di essere ladri e approfittatori quando in realtà diamo molto di più di quello che riceviamo.

Ora mi trovo in un momento critico, da 8 mesi disoccupato dopo aver lavorato a tempo pieno per 2300 franchi e con la compagna che non lavora più al cento ma a meta tempo. Se non troverò lavoro in questi 4 mesi che mi rimangono ancora di diritto probabilmente sarò espulso.
Dovrò andare io ma anche la mia compagna svizzera, ci espelleranno entrambi direttamente o indirettamente. Una storia in più da aggiungere al lungo elenco della vergogna della politica migratoria svizzera e delle leggi che riguardano l’intero nostro collettivo.
Ho due mani, sono giovane, ho formazioni accademiche, esperienza, lingue…che sistema è questo dove non celavoro? Che sistema è questo dove la mia unica speranza è aspettare che il lavoro cada dal cielo qualche giorno? E se trovo il lavoro cosa succede con tutti gli altri? Lavorare è vivere, senza lavoro non c’è vita.

Non vogliamo compassione, vogliamo diritti e rispetto. Quello che ci sta capitando non è per sfortuna o perché dio l’abbia voluto, ha dei responsabili ben definiti nel paese di origine e quello di accoglienza e una popolazione complice.

Al migrante che ha fame lo si da da mangiare ma lo si vieta di lavorare per mangiare, al migrante li si da un aiuto economico ma li si impedisce accedere a una salario giusto. Questo non funziona, perché allora per lavorare, mangiare, vivere, dipenderemo sempre di qualcuno e non volgiamo questo rapporto schiavo. Vogliamo avere diritti come tutti gli alti perche è giusto e perche è l’unico modo per vivere liberi ed emancipati.

Chi pulisce?, lavora con anziani?, costruisce case, scava gellerie o spegne incendi?. Sono la maggior parte migranti. Persone che sono trattate come di seconda categoria per non dire a volte come animali. Non siamo venuti qua a rubare il lavoro e la casa a nessuno, prima perché il lavoro non è proprietà di nessuno e secondo perché è un diritto fondamentale del quale dovrebbe godere ogni essere umano.

Siamo ¼ della popolazione svizzera, non siamo una minoranza, siamo un pilastro fondamentale, siamo i vostri vicini, amici, i vostri lavoratori, il vostro futuro.

l’integrazione è un tema decisivo se si vuole costruire una società forte ed equilibrata.
Non possiamo pretendere dare una festa nella quale alcune persone sono sedute agli angoli, zitte, sole, senza risorse e con diritto a rimanere nella festa ma non a sedersi a tavola.

L’integrazione io credo sia come un albero. Se la terra non è buona noi, il seme, non cresceremmo o cresceremmo deboli e storti senza dare mai i pregiati frutti tanto aspettati che potremmo godere tutte e tutti. La terra dove crescono i buoni semi bisogna curarla, concimarla, ararla. Che non vi ingannino dicendo che se non ci integriamo è solo colpa nostra quando pretendono che mettiamo le radici nell’asfalto.

L’integrazione è riuscire a vivere tutte insieme essendo diversi, in armonia, in parità di obblighi ma soprattutto di opportunità.

Non possiamo accettare che fra operai e operaie ci incolpiamo delle nostre miserie, della mancanza di opportunità, delle ingiustizie delle proprie vite quotidiane. I veri colpevoli sono sopra, seduti in poltrone di consigli d’amministrazione, di banche, di alcuni partiti politici. Loro come noi non hanno patria, ma la loro patria non sono le persone, la loro patria sono i soldi.

Vorrei finire parafrasando al CAMARADA SALVADOR ALLENDE che diceva: LA HISTORIA ES NUESTRA Y LA HACEN LOS PUEBLOS: io vi chiedo di scrivere insieme una pagina che potremmo far leggere a tutti gli altri, fieri di sapere che quello che non volevamo per noi non l’abbiamo voluto per gli altri.

Vi chiedo di non chinare mai la testa davanti agli attacchi fascisti e xenofobi, fatelo per noi, per i vostri figli, per il futuro, per voi stessi

Preferisco essere espulso, andar via o non arrivare alla fine del mese che chinare la testa. Perche l’ultima cosa che voglio farmi rubare è la dignita come essere umano e l’ultima cosa che vorrei vendere sono le idee nelle quali credo

Come si dice dalle mie parti :

NO PASARAN !

11.03 // L’8 TUTTO L’ANNO 2017 – FESTA DELLE DONNE CHE LOTTANO

Per il quinto anno di fila, il Collettivo Scintilla festeggia le donne che lottano.

Quest’anno l’evento sarà organizzato al Biblio-café Tra l’altro a Lugano (Via Castausio 3) sabato 11 marzo 2017.

Il programma della serata sarà il seguente:

18.00 CONFERENZA-DIBATTITO “Oltre la parità. Femminismo e sovversione sociale” con Alessia Di Dio, femminista e redattrice di Moins! Journal romand d’écologie politique.

Durante questa conferenza verranno dibattute le seguenti questioni: Dove ci ha condotto il femminismo delle «pari opportunità»? Abbiamo abolito le gerarchie o le abbiamo solo modificate? Come articolare la lotta tra lavoro produttivo e riproduttivo? La liberazione di poche cela lo sfruttamento di molte? Quale è la causa delle discriminazioni verso le donne? Ci può essere una vera emancipazione all’interno del capitalismo? Come ridare al femminismo la sua anima sovversiva?

19.30 CENA POPOLARE (offerta libera)

22.00 CONCERTO con le Doxie (punk-rock Bologna), una band tutta al femminile, perché la decostruzione del genere passa anche attraverso la musica (https://doxie.bandcamp.com/music)

Drante la serata sarà proiettato un video di interviste sulle lotte che il femminismo deve ancora affrontare, sarà possibile trovare l’opuscolo “le donne nella lotta”, i libri e altro materiale informativo della Scintilla e sarà organizzata una riffa dell’8 marzo con ricchi premi.

 

Volantino 11 marzo 2017

11.02 // PRESENTAZIONE DEL LIBRO “AMORE E LOTTA. AUTOBIOGRAFIA DI UN RIVOLUZIONARIO NEGLI STATI UNITI”

david Gilbert

Presentazione del libro “Amore e lotta. Autobiografia di un rivoluzionario negli Stati Uniti” di David Gilbert, con il co-curatore Giacomo Marchetti.
Sabato 11 febbraio 2017, alle ore 20 alla Casa del Popolo a Bellinzona.

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Nato nel 1944 da una famiglia di origine ebraica fuggita dalle persecuzioni anti-semite in Europa, cresciuto in un sobborgo benestante di Boston, si impegna – dopo l’attività scoutistica – dall’età di 17 anni nella lotta anti-razzista al fianco dei “Neri”.
Iscrittosi alla Columbia University nel ’62 è stato uno dei più eminenti esponenti del movimento studentesco contro la Guerra in Vietnam e contro il “suprematismo bianco”, cofondatore dell’organizzazione Students for a Democratic Society (SDS), la più importante organizzazione del movimento studentesco dell’epoca dal seno del quale nasceranno i Weather Underground di cui sarà un esponente di spicco.
Questo gruppo di anti-imperialisti bianchi cresciuto all’interno delle mobilitazioni contro la guerra in Vietnam e al fianco del movimento afro-americano, diverrà autore di numerosi “attacchi” contro edifici e strutture dell’apparato di potere statunitense, senza mai mietere alcuna vittima.
Con l’attiva complicità delle varie comunità di Freaks sparse per gli States David, si sposterà “in clandestinità” in diverse città e parteciperà a differenti azioni, contribuendo anche alla formazione teorica del gruppo e alla stesura del loro più esteso e noto documento politico “Prateria in Fiamme”.
Uscito dalla clandestinità, dopo la fine di questa esperienza nella seconda metà degli anni settanta, continuerà a dare il suo contributo alle “Nazioni Oppresse” all’interno degli States e contro la politica bellicista Nord-Americana unendo poi il suo destino, insieme ad altri antimperialisti bianchi ai militanti del Black Liberation Army, organizzazione clandestina nata da una delle scissioni delle Black Panthers Party.
Venne arrestato nel 1981, in seguito alla partecipazione ad una rapina di “autofinanziamento” ad un furgone porta-valori a New York, che costò la vita a due agenti di polizia.

Il libro ripercorre le tappe fondamentali della sua esistenza politica intrecciate con gli avvenimenti che hanno riguardato la storia nord-americana dalla lotta anti-segregazionista fino alla genesi delle politiche neo-conservatrici di Ronald Reagan insediatosi alla Casa Bianca proprio nel gennaio del 1981.
Con uno sguardo critico, ma non liquidatorio sulla propria esperienza, ed una attenzione costante a fornire elementi di comprensione delle vicende narrate anche a chi non le ha vissute, ci fornisce uno spaccato di una esperienza umana che riflette sugli aspetti più peculiari della storia statunitense, arricchendo il proprio bagaglio con elementi attinti dalla critica di genere e la sensibilità ecologista.
Nella sua recensione al libro il giornalista afro-americano Mumia Abu Jamal coglie la cifra del lavoro di Gilbert quando afferma che “da cuore e ossa alla Storia”.
Una storia in cui affondano le radici del presente.

8.01 // ZORIONAK NEKANE

ZORIONAK NEKANE! BUON COMPLEANNO NEKANE!

Oggi 8 gennaio è il compleanno di Nekane Txapartegi, la quale festeggerà il suo compleanno in carcere. Facciamole sentire la nostra solidarietà scrivendo a:

Nekane Txapartegi
Gefängnis Zürich
Rotwandstrasse 21,
Postfach
8036 Zürich

La sua lotta è la nostra lotta!

 

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12.11 // PRESENTAZIONE DEL LIBRO “PROSSIMA FERMATA – UNA STORIA PER RENATO”

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Sono passati 10 anni da quando, nel 2006 a Focene, estrema periferia di Roma, Renato Biagetti viene ucciso da due giovani neofascisti. Solo perché riconosciuto come diverso: “una zecca” estranea a quel quartiere.

Per ricordare lui e tutte le compagne e tutti i compagni uccis* per mano fascista, il Collettivo Scintilla organizza la presentazione del libro a fumetti autoprodotto “Prossima fermata. Una storia per Renato” di Zerocalcare e ERRE PUSH con i familiari e gli amici di Renato.

Un viaggio a fumetti, che va a ritroso nel tempo, lungo questi dieci anni. Per parlare di Renato, di chi non ha mai smesso di raccontare la sua storia e di incrociarne tante altre, perché chi non dimentica continua a lottare.

Al Bar Sonia-da Giacinto a Roveredo (GR) a partire dalle 18. Seguirà una serata Dj Set.

Maggiori informazioni: https://ionondimentico.noblogs.org/

13.09 // PRATICHE D’ANTIFASCISMO MILITANTE: CONSIDERAZIONI SULLA MANIFESTAZIONE ANTIRAZZISTA TENUTASI A CHIASSO L’11 SETTEMBRE

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Ora che si stanno calmando un po’le acque e dopo che la stampa locale non ha perso un minuto per aizzare la popolazione contro i cosiddetti no borders e per gridare allo scandalo per un paio di petardi, riteniamo opportuno condividere qualche considerazione sulla manifestazione di Chiasso.

Domenica 11 settembre più di 600 persone hanno manifestato contro il razzismo ed espresso la loro solidarietà con i migranti bloccati alla stazione di Como S. Giovanni. Il corteo, composto da solidali di ogni età provenienti da diverse aree politiche e geografiche, si è formato verso le 14 nei pressi dello stadio comunale ed è poi proseguito per le strade della città. Durante il percorso sono stati contestati diversi luoghi-simbolo della criminalizzazione dei migranti (la stazione FFS, la dogana, il posto di polizia, il Centro di Registrazione e di Procedura, ecc.). Soprattutto nei pressi di questi luoghi sono state effettuate delle scritte sui muri, affissi dei manifesti e lanciati dei petardi. Non si è tuttavia mai entrati in contatto diretto con le forze antisommossa. Durante tutto il percorso sono stati inoltre scanditi a gran voce slogan antifascisti e solidali, distribuiti materiali informativi, lette ad alta voce le rivendicazioni dei migranti bloccati a Como e tenuti diversi discorsi contro il regime migratorio svizzero e le frontiere.

Durante il corteo si è ribadito che le frontiere sbarrate a Chiasso sono il frutto di un’ondata di razzismo fomentato a fini politici che oggi caratterizza tanto il Ticino e la Svizzera, quanto l’Europa e l’intero mondo occidentale. Quella stessa Svizzera (e quello stesso occidente) le cui aziende esportano armi e saccheggiano risorse naturali provocando e alimentando guerre e sfruttamento in molti paesi di provenienza delle persone bloccate alla stazione di Como San Giovanni e in altri punti d’ Europa.

Si è inoltre più volte sottolineato che i container della Caritas che si stanno costruendo a Como per i migranti non fanno che peggiorare la situazione. Per i migranti  essi non significano altro che ulteriore isolamento, criminalizzazione, controllo e perpetuazione delle sofferenze. Più che carità i migranti necessitano il riconoscimento dei loro diritti e della loro libertà di movimento!

Le forze dell’ordine erano presenti in gran numero e hanno blindato la stazione e la dogana. Così facendo esse hanno dimostrato ancora una volta da che parte stanno: dalla parte di quegli apparati che ogni giorno si rendono responsabili della criminalizzazione di centinaia e centinaia di persone (colpevoli soltanto di volersi lasciare alle spalle guerra e miseria) e della violazione di plurimi diritti umani (violazioni denunciate dall’ASGI e da FIRDAUS in un rapporto pubblicato a fine agosto).

Nelle ore immediatamente successive alla manifestazione la polizia svizzera ha effettuato una quindicina di fermi e arrestato tre compagni italiani. Questi arresti sono una provocazione da parte delle forze dell’ordine per provare a dividere il movimento in “buoni” e “cattivi” e per diffondere il mito dell’intrusione di facinorosi dall’estero responsabili della rottura della pace sociale che altrimenti caratterizza la placida quotidianità elvetica. Questi arresti, inoltre, dimostrano ancora una volta come l’obiettivo sia quello di criminalizzare il sempre più grande movimento no border e distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalla portata politica del corteo di domenica 11 settembre, dato dalla denuncia della chiusura delle frontiere e delle violenze poliziesche e strutturali ai danni dei migranti.

Come parte del movimento, noi ci auguriamo che la placida quotidianità elvetica venga scossa più spesso da simili mobilitazioni. In un clima dove il razzismo si diffonde a macchia d’olio è importante organizzare risposte solidali e ribadire le pratiche dell’antifascismo militante sulle strade. Ciò acquista maggiore importanza alla luce delle recenti mobilitazioni fasciste a Como.

Ai paladini della legge comparsi in questi giorni sui social vogliamo dire che finché ci saranno vite che valgono e vite che non valgono, finché ci saranno degli inclusi e degli esclusi, finché la società sarà divisa in sfruttati e sfruttatori, fino ad allora la democrazia e la legalità di cui essi si fanno portavoce resta un gioco truccato a cui è lecito non voler partecipare. Inoltre, se questi personaggi si scandalizzassero anche solo un quarto di quanto si scandalizzano per un paio di petardi di fronte alla situazione disumana in cui sono costretti a vivere i migranti o per i continui tagli al sociale, vivremmo già da un pezzo in un mondo migliore!

Solidarietà e complicità con i/le compagni/e arrestati/e! Liber* Tutt*!

CON TUTTI I MIGRANTI SOLIDARIETÀ – FUORI I RAZZISTI DALLE CITTÀ!

LE FRONTIERE DIVIDONO – LA LOTTA UNISCE!

01.09 // SU FERTILITY DAY E PATRIARCATO

“Finché la famiglia e il mito della famiglia e il mito della maternità e l’istinto materno non saranno soppressi, le donne saranno oppresse” (Simone de Beauvoir).

È di questi giorni la geniale campagna promossa del Ministero della salute italiano: ovverossia, la proposta di festeggiare il “fertility day”, il giorno della fertilità. Ci teniamo a precisare che se fosse per l’iniziativa in sé, il livello di idiozia sarebbe tale da non entrare nemmeno in argomento, il problema è il contesto in cui è stata promossa e il fatto che dia nuovamente prova di quanto un certo tipo di politica si muova su piani a dir poco surreali, dimostrando una completa ignoranza (o meglio una noncuranza) delle condizioni e le problematiche vissute soprattutto da parte delle classi popolari.

All’alba del 2017, mentre mezzo mondo occidentale si scaglia contro Islam e islamici, rei di essere “degli oppressori di donne”, in Italia, dove le critiche in questo senso sono feroci, lo Stato decide che è giunta l’ora d’istituire una giornata in cui la fertilità verrà esaltata come valore assoluto. E lo fa tramite aberranti cartelloni che veicolano un messaggio medievale che fa solo accapponare la pelle (oltre ad essere un’inutile spesa pubblica): la rappresentazione della donna unicamente come madre, una sorta di incubatrice ambulante che come unico scopo nella vita deve avere quello di sfornare quanti più figli possibili, al fine di sconfiggere la denatalità imperante che affligge il mondo occidentale. Novella Giovanna d’Arco gravida, sfiderà a colpi di parto l’annoso problema della crescita zero.

Discorsi dal sapore di Ventennio, che in un baleno svelano la triste realtà: per quanto si voglia affermare come progredito, questo mondo occidentale è ancorato alla medesima insopportabile retorica maschilista di un secolo fa. Il fertility day, con i suoi messaggi nemmeno tanto subliminali, fa intendere solo una cosa: la donna dev’essere madre, chi non lo è va contro il suo destino naturale. Poi forse potrà essere anche qualcos’altro, ma quel qualcos’altro non sarà che un comprimario nella vita della donna, poiché il ruolo di attore principale può essere attribuito solo ed esclusivamente alla maternità. E, soprattutto, meglio se la gravidanza accada quanto prima: passata la trentina, la donna sarà additata come essere socialmente inadeguato, che non si sta realizzando totalmente, o peggio ancora, come un’egoista, viziata che non è in grado, o non ha voglia, di assumersi le proprie responsabilità dettate dall’”evoluzione” biologica del proprio corpo, preferendo gli svaghi alla sana prosecuzione della specie. Un essere a metà, su cui buttare ogni genere di pressione sociale e culturale. Emblematico in tal senso è uno dei cartelloni atti a promuovere il fertility day: una clessidra, che riporta lo slogan “La bellezza non ha età. La fertilità sì”. Più chiaro di così. Quello che si aspetta dunque la società è che queste “donne a metà”, ultratrentenni e, orrore, senza figli, si giustifichino di continuo, facendo fronte a una persecuzione, nemmeno troppo metaforicamente parlando, che va dal commentino sprezzante, alla battuta salace, al disprezzo ostentato. Dimostrando di fatto che, questo mondo occidentale così evoluto, così illuminato a fronte di un mondo arabo giurassico, è attaccato allo stesso insopportabile retaggio culturale cattointegralista e maschilista di sempre che, in maniera più o meno sottile, influenza le nostre vite.

Il vero problema del fertility day, oltre alla retorica intollerabile, è il non tenere conto di alcuni fattori essenziali. Pur ribadendo il concetto che si può essere madre o non esserlo attraverso una scelta consapevole, ci sono donne che madri lo diventerebbe pure volentieri, ma che non lo possono fare in quanto il contesto in cui vivono non si presta a questo tipo di scelta. Erosione dei diritti, disoccupazione, lavori sottopagati, sfruttamento,… sono all’ordine del giorno nella società odierna, capitalista e fiera d’esserlo. Ma sono anche fattori che impediscono a donne e uomini di costruirsi un futuro secondo i propri ideali e le proprie aspirazioni di vita. Donne che vivono una doppia discriminazione: il confronto con il giudizio di valore rispetto alla loro condizione personale e la mancanza di mezzi per poter prendere serenamente una decisione di questo tipo. Ma questo la campagna promossa dal Ministero della salute del governo Renzi, noto gioppino che dello smantellamento dei diritti dei lavoratori e della prosecuzione della politica dei tagli alla spesa pubblica, in particolare al welfare, ha fatto il suo punto di forza, si guarda ben dal dirlo. È molto più facile biasimare una donna che non vuole o non può essere madre, piuttosto che rimettere in questione tutto un sistema che pur facendo acqua da tutte le parti, per molti appare come “il migliore dei mondi possibili”. Dopo un’estate passata a disquisire su come combattere l’oppressione della donna, ma solo dal giogo musulmano, bien sûr, la vera natura del capitalismo fa prepotentemente capolino, mostrandosi in tutta la sua forza arcaica e oppressiva. Una società che ormai si considera avanzata solo per i centimetri di pelle che, ci permette di mostrare, dimenticandosi gli stupri, i maltrattamenti, le disparità salariali, i licenziamenti in bianco (i quali, in un assurdo gioco all’incoerenza, avvengono in caso di gravidanza), la maternità decisamente insufficiente e tutte le amenità che noi donne siamo costrette a subire ogni giorno. Una società che tenta, ancora una volta, di entrare nella sfera più privata della donna, quella della gestione del proprio corpo.

A noi, di decostruire quest’immagine della donna, attaccando strutture più grandi, affrancandoci a delle lotte che vanno al di là della sola liberazione della donna: perché non ci sarà liberazione della donna, finché non si abbatterà il capitalismo, vero e unico cuore pulsante di tutte le inuguaglianza nel mondo.

 
CONTRO PATRIARCATO E CAPITALISMO, ORGANIZZARSI E LOTTARE