6.04 // PERCHÉ IL NOSTRO FEMMINISMO È INTERSEZIONALE

Continua la collaborazione del Collettivo Scintilla con i Quaderni del ForumAlternativo.

Per il numero corrente, abbiamo scritto di un pilastro ideologico di Scintilla, sin dalla sua nascita: il femminismo intersezionale. Per dimostrare che non basta essere donne per condividere la medesima visione del mondo e della lotta, ma che è necessario un fondamento ideologico comune.

 

Con femminismo intersezionale si definisce quella corrente del movimento femminista che organizza le proprie pratiche politiche e sociali partendo da una coscienza di classe che individua nelle svariate forme di oppressione una causa identificabile in un denominatore comune, ovvero la società piramidale dominata al vertice da una cultura patriarcale sessista, classista e razzista.

Questa concezione sostiene che per giungere all’emancipazione e per liberarsi da qualsiasi forma di sfruttamento, di discriminazione e di oppressione, sia fondamentale considerare le lotte sociali nella loro trasversalità, sostenersi reciprocamente ed evitare di creare delle gerarchie che indichino quali siano primarie e quali secondarie, poiché esse si intersecano e si sostanziano vicendevolmente.
Il collante per creare un movimento che abbia la forza di porre le basi per una società più equa e giusta è dunque la solidarietà. Sul piano concreto questo dovrebbe tradursi in un sostegno di tutte quelle rivendicazioni volte a rompere i rapporti di forza per costruirne dei nuovi basati sulla parità e sull’orizzontalità.

Per questo motivo il femminismo intersezionale non divide il mondo in due generi identificando in quello maschile la causa di tutti i mali, e non persegue l’unità tra le donne su base prettamente biologica. Perché ‘l’essere donna non ci fa delle persone migliori’. Ci sono infatti anche donne che
sostengono lo status quo e che promuovono forme di oppressione.

La politica ne è piena. Le quote rosa non sono sinonimo di uguaglianza rappresentativa. E se talvolta nelle discussioni politiche viene portata avanti la questione (spesso illusoriamente) di
genere, nella maggioranza dei casi essa è dissociata da quella di classe. Esistono donne che giustamente proclamano la parità salariale tra uomo e donna, ma che ad esempio sono contrarie all’introduzione di salari minimi adeguati (quando le professioni più sottopagate e precarie sono quelle femminilizzate: industria tessile, orologiera, settore delle pulizie, cure a domicilio, estetista, ecc.); o che con un malcelato razzismo sostengono leggi come quella antiburqa in virtù di una fantomatica difesa della libertà delle donne; oppure ancora che si oppongono all’estensione del congedo paternità perché gli uomini “hanno già troppi privilegi”; o che reclamano una società maggiormente improntata al “sorvegliare e punire”, contraddistinta  da una massiccia presenza di poliziotti e agenti di sicurezza (uomini beninteso) per scongiurare qualsiasi violenza o abuso nei luoghi pubblici (quando la maggior parte dei soprusi avviene tra le mura di casa).

Questi sono solo alcuni dei tanti esempi di un pseudo femminismo che si rivela non utile alle donne ma utile alle logiche patriarcali, capitaliste, razziste, autoritarie, reazionarie e che in sostanza è un ulteriore mezzo di controllo – con l’alibi della tutela – per scongiurare l’autodeterminazione delle donne, definendole tutte come potenziali vittime e arrogarsi il diritto di ergersi a loro difesa e decidere cosa sia meglio per loro.

Con ciò non s’intende che chi non subisce un determinato tipo di sfruttamento non debba interessarsene. Anzi, considerando la nostra posizione privilegiata rispetto a tanta altra gente nel mondo, è un dovere occuparci anche delle discriminazioni che non hanno un effetto diretto su di noi, in quanto esistono persone che appartengono a minoranze etniche, religiose, per orientamento sessuale o identità di genere che non sono nella posizione di poter combattere per i propri diritti.
Questo però non vuol dire definire le lotte altrui e sovradeterminarle. Le lotte appartengono a chi le pronuncia, dal basso; noi possiamo amplificarne la voce e offrire una mano, ma ognuno deve avere la possibilità di autodeterminarsi a modo proprio.

Attenzione quindi a sostenere che le donne dovrebbero essere votate in quanto donne senza tenere conto delle precise idee delle quali si fanno portatrici.

Il femminismo intersezionale è costruito su obiettivi comuni, non sull’essere donna, e promuove in definitiva un posizionamento conflittuale contro la società patriarcale e a favore della decostruzione degli stereotipi di genere, dell’intersezione delle lotte, dell’autodeterminazione delle singole persone. È volto all’emancipazione collettiva di categorie di persone che subiscono prevaricazioni. Rimette in discussione regole arcaiche che ancora interferiscono quotidianamente nelle relazioni, nell’educazione dei figli, nella sessualità, nelle scelte in merito al proprio corpo. E agisce globalmente contro culture autoritarie, ovunque e a partire da qualunque genere esse si manifestino.

Riconosciamo allora l’importanza e il valore di tutte le lotte contro l’ingiustizia, la gerarchia, il precariato senza decretare quali siano primarie e quali marginali. Sono tutte interrelate e abbiamo ottime ragioni per occuparcene e per essere solidali tra noi.

10.03 // L’8 TUTTO L’ANNO – FESTA DELLE DONNE CHE LOTTANO

Per la quinta volta, il Collettivo Scintilla propone la serata “L’8 tutto l’anno”, la festa delle donne che lottano, al fine di sfatare una festa ormai strumentalizzata a suon di fiori e cioccolatini e sottolineare invece quanto il ruolo del femminismo sia ancora fondamentale e attuale nelle nostra società..
La serata si terrà sabato 10 marzo 2018 allo Spazio Elle a Locarno (Piazza G. Pedrazzini 12).

Visto il lavoro di analisi del fenomeno del precariato, declinato in tutte le sue forme, intrapreso nel 2018 dal Collettivo Scintilla, anche questa serata toccherà la tematica del precariato e dello sfruttamento.
Analizzeremo quindi la relazione fra la partecipazione delle donne al mercato del lavoro e l’aumento della precarietà.

Il programma nel dettaglio:

16.00 Apertura bar

17.30 Conferenza “Donne e precariato” – Femminilizzazione del mercato del lavoro e relazione fra la partecipazione delle donne al mercato del lavoro e l’aumento della precarietà.
A seguire, discussione aperta.

19.00 Aperitivo & Musica

20.00 Cena popolare

21.30 Concerto Friser /Ciurma Anemica/.
Gruppo-collettivo-ciurma di appassionati di canti popolari, di lotta, di resistenza che da anni cercano di promuovere quel patrimonio di vecchie canzoni e melodie riarrangiandole in versioni più “moderne”: funky, rock, reggae, elettronica ma anche valzer ironici, ninna nanne e hardcore per far conoscere a un pubblico sempre più vasto un patrimonio che non può (e non deve) essere dimenticato.

Durante la serata sarà possibile trovare i libri e altro materiale informativo del Collettivo Scintilla, troverete materiale realizzato per la serata e ci sarà l’estrazione della lotteria dell’8 marzo.

13.02 // FASCISMO, CANE DA GUARDIA DEL CAPITALE

Continua la collaborazione del Collettivo Scintilla con i Quaderni del ForumAlternativo. Per il numero corrente, ci siamo focalizzati su un tema attuale e sempre più preoccupante: la normalizzazione del neofascismo all’interno di un discorso istituzionale, la tendenza a vedere i fascisti come degli attori con i quali discutere.

Il nostro invito è invece quello di unirsi un unico fronte antifascista forte e determinato.

 

I fascisti non sono mica come i funghi, che nascono così, in una notte. No. I fascisti sono stati i padroni a seminarli, li hanno voluti, li hanno pagati. E coi fascisti i padroni hanno guadagnato sempre di più, al punto che non sapevano più dove metterli i soldi”. Come Olmo nell’intramontabile film di Bertolucci, “Novecento”, ancora una volta ci troviamo nella condizione di dover ribadire quanto il fascismo sia strumentale al capitale. E di quanto serva al capitale, per mantenere l’ordine tra le proprie fila e per far sprofondare il popolo nella più totale ottusità che questa ideologia comporta.

Sebbene i movimenti neofascisti odierni – come nel passato – si propongano come movimenti antisistemici, che vogliono sovvertire l’ordine costituito per crearne uno nuovo, nella realtà dei fatti questi movimenti sono saldamente ancorati al capitalismo, creati e foraggiati per non porre limiti al sistema. Infatti, il fascismo è e sarà sempre un cane di Pavlov: il capitale chiama, il fascista accorre. Chi ne paga le conseguenze è la classe lavoratrice, che spesso – in mancanza di altre risposte – si lascia ammaliare dalle sirene populiste e dalle facilonerie che questi movimenti propongono. Il risultato è la divisione di questa classe, fra noi e loro, fra lavoratori residenti e immigrati, tra fissi e precari: e l’unico che ci guadagna, come spesso accade, è sempre il capitale con i suoi accoliti.

Parlare di fascismo oggi non è – come tanti, anche nelle file della socialdemocrazia, sostengono – desueto o anacronistico. I movimenti neofascisti si stanno consolidando in tutta Europa, attraverso un terrificante e preoccupante processo di normalizzazione, che conduce a vedere questi pendagli da forca come degli attori con cui discutere e con cui attuare delle politiche comuni. L’errore sta in questo processo: credere che il fascismo non esista più, che i ragazzi pelati che infestano le nostre strade siano “bravi ragazzi che esprimono le proprie idee ma che non fanno male a nessuno”. È seguendo questa logica, nascondendo la testa sotto la sabbia e facendo finta che nulla stia avvenendo, che ovunque si vive una recrudescenza del fascismo, con tutto quello che ciò comporta. Questi bravi ragazzi – infatti – minacciano e si fanno attori di vili attacchi, per non sbagliare in tanti contro uno, di notte, prendendo il malcapitato alle spalle.

Il Ticino non è esente da questa recrudescenza, né lo è dal tentativo di minimizzare l’esistenza di questi movimenti neofascisti e le loro azioni. Si assiste con preoccupazione al fatto che questi vili individui possano esistere e girare tranquillamente propugnando le proprie idee ed esponendo i propri simboli. Con altrettanta preoccupazione, ogni qualvolta questi bravi ragazzi aggrediscono violentemente qualcuno (in un’escalation di violenza che non sembra avere limiti, sino ad arrivare all’uso di coltelli), assistiamo con preoccupazione al fatto che media, polizia e opinione pubblica minimizzino il tutto, diffondendo notizie smozzicate, suggerendo che si tratti di una semplice “rissa fra balordi”, decontestualizzando e spoliticizzando tali aggressioni. In Italia, cloache immonde come CasaPound sono ormai considerate attori politici con i quali è possibile discutere, ai loro militanti è consentito di aprire sedi, di esporre i propri simboli, di manifestare e di fare parte delle liste elettorali. Sono chiamati nei dibattiti televisivi e sono trattati come qualsivoglia altra forza politica.

Già nelle ultime elezioni cantonali abbiamo visto come diversi candidati della destra nostrana non si preoccupassero minimamento di pubblicare sui propri social media immagini e riferimenti a fascismo e nazismo (per poi prenderne le distanze una volta smascherati, buttandola nella goliardia). Tutto ciò è inaccettabile e tutti, dalla socialdemocrazia ai movimenti di estrema sinistra, devono ergersi come una sola voce contro questa deriva. Perché i fascisti non spuntano dall’oggi al domani: non è stato il caso negli anni 30, né sicuramente lo è ora questa vile e miserabile recrudescenza. Si guarda spesso con stupore alla storia contemporanea, chiedendosi come certi orrori siano stati possibili: la realtà è che sono stati possibili perché la società civile ha voluto minimizzare, ha preferito non vedere sino alle estreme conseguenze. Onde evitare che questo accada nuovamente, uniamoci in un unico fronte antifascista forte e determinato. Citando Gramsci: “Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza.”

 

24.02 // LUTTE&PARTY CONTRE LA VIOLENCE FAITE AUX FEMMES

 

La lotta contro il sistema patriarcale e capitalista è una lotta continua allo scopo di sconfiggere tutti i tipi di rapporti di potere di classe, sessisti e razzisti che provoca.
Per queste ragioni il Collettivo Scintilla e il Cinéma Oblò vi invitano alla serata femminista e militante cinematografica, di dibattito e musicale.

20h30 film + dibattito
“Un autre monde est possible… il existe déjà”, v.o italiano, con la realizzatrice

22h00 TRASH PARTY con la Raccolta Differenziata

Stay tuned, stay feminist!

10.03 // L’8 TUTTO L’ANNO!

20.01 // MIGRAZIONI: PRECARIATO E SFRUTTAMENTO

 

C’è chi vive nei ghetti perché uscito dalle strutture d’accoglienza. C’è chi cerca disperatamente lavoro nelle campagne. Alcuni provengono dal nord Italia e il lavoro l’hanno perso a causa della crisi economica. Chi chi semplicemente non può permettersi di vivere in città, e chi è vittima di tratta e vende il proprio corpo. C’è chi ricava guadagni dalle economie illegali che si sono sviluppate in quei posti.
Un viaggio alla scoperta dei luoghi in cui si concretizza il fallimento del progetto migratorio a favore del profitto dei padroni.

Il Collettivo Scintilla – che sta portando avanti un lavoro di analisi del fenomeno del precariato, declinato in tutte le sue forme – vi invita il 20 gennaio al Bar Tra l’altro a Lugano per questa conferenza sullo sfruttamento della forza lavoro dei migranti.
Nel corso di questa serata, si analizzerà il fenomeno del precariato associato allo sfruttamento dei migranti e delle migranti, trattando l’esempio del Sud Italia, ma trasponendolo anche alla realtà elvetica. Tale conferenza vuole essere anche un momento di scambio e d’interazione.

Seguirà una cena popolare a offrta libera e un dj set reggae dei Wadra Sound (reggae, Ticino).

11.12 // OFFICINE DI BELLINZONA: NON UN PASSO INDIETRO

A 10 anni dalla mobilitazione che ha riscosso una solidarietà popolare quasi senza precedenti in Ticino, le Officine di Bellinzona sono nuovamente sotto attacco e necessitano più che mai dell’aiuto di tutte e tutti noi.

Nel 2013 Officine, FFS e autorità comunali e cantonali raggiungono un accordo in merito al Centro di competenze dei trasporti, il quale raccoglie anche il via libera dallo studio di fattibilità commissionato alla SUPSI. La convenzione sottoscritta dalle parti prevede, tra le altre cose, la garanzia da parte delle FFS sul mantenimento del volume di lavoro e l’attuazione di una strategia di sviluppo; entrambe sul medio-lungo termine con un periodo di transizione di circa 5-7 anni.

A settembre 2015 viene nominato il direttore del Centro di competenze e il progetto si avvia. Apparentemente sembra che le parti abbiano raggiunto un obiettivo condiviso e comune: fin da subito, però, i lavoratori dichiarano che le FFS non stanno rispettando gli accordi, in quanto la mole di lavoro è in deficit di parecchie ore e, conseguentemente, alcuni lavoratori sono già stati licenziati. Nei mesi a seguire le maestranze delle Officine, oltre a lamentare la diminuzione delle ore lavorative, chiedono a gran voce più chiarezza e conferme da parte delle FFS con la speranza che la visione comune sugli obiettivi discussi in precedenza trovi poi conferme nella realtà Da sempre i lavoratori propongono di attuare una diversificazione sul mercato, accogliendo anche commesse da terzi attori e introducendo un settore legato alla ricerca e allo sviluppo. Il tutto a favore di una maggiore autonomia sia a livello decisionale sia a livello produttivo, in quanto le Officine hanno una struttura solida e conforme, che potrebbe accogliere molte e varie commesse, come ad esempio la manutenzione dei TILO. Inoltre, i lavoratori detengono quelle competenze e conoscenze che permetterebbero loro un ulteriore sviluppo verso nuovi settori. Insomma le Officine sono un’ottima occasione di progresso comunale e regionale.

Tuttavia, negli anni, le rivendicazioni basilari rimangono inascoltate e i licenziamenti diventano sempre più numerosi: dal 2013 ad oggi sono stati licenziati 130 lavoratori, che corrispondono a circa il 25 per cento delle maestranze

Di fatto le FFS hanno completamente ignorato gli accordi pattuiti in precedenza: le Ferrovie federali non hanno mai seriamente preso in considerazione di mantenere e sviluppare le Officine di Bellinzona. Un comportamento scandaloso, soprattutto in quanto ad attuarlo è un’ex regia federale. Ma non sono da meno le autorità nostrane: il governo ticinese e il Municipio di Bellinzona hanno semplicemente lasciato passare il tempo, sperando che la situazione si risolvesse da se e che l’attenzione popolare scemasse, per poter poi riqualificare il terreno a favore di interessi economici maggiori.

Tutti e tre gli attori in questione – FFS, Consiglio di Stato e Municipio di Bellinzona – hanno siglato degli accordi ben precisi con le Officine , ma poi nella realtà dei fatti questi non sono mai stati

realmente rispettati.

Ora le FFS propongo quattro nuovi scenari per le Officine, mai discussi in precedenza: quello su cui sono più orientate è lo spostamento della struttura a Castione con il conseguente licenziamento di metà del personale. Tenendo conto che il 25% dei lavoratori è già stato lasciato a casae che nel lasso di tempo fino all’effettiva edificazione della nuova struttura passeranno altri anni, il personale attuale delle Officine sarà de facto completamente azzerato. Una presa in giro colossale, fiancheggiata anche e soprattutto dalle autorità cantonali e comunali, le quali hanno dimenticato gli accordi siglati nel 2013 e tutte le belle parole spese all’epoca della mobilitazione a difesa dei lavoratori delle Officine.

Alla luce degli ultimi sviluppi, i lavoratori e le lavoratrici delle Officine proseguono strenuamente la loro lotta e il Collettivo Scintilla si posiziona solidale al loro fianco!

Il 16 dicembre alle 16.30 vi invitiamo dunque tutte e tutti a partecipare in Pittureria (situata nello stabile delle Officine) all’assemblea popolare, seguita dalla cena e da una serata in musica!

Contro lo smantellamento programmato, contro ogni chiusura, contro qualsiasi variante che non sia quella giusta per i lavoratori e le lavoratrici, organizzarsi e lottare!

6.12 // Catalunya ARA! Non un passo indietro!

Dal mese di dicembre, il Collettivo Scintilla inizierà una collaborazione con i Quaderni editi dal ForumAlternativo, nei quali avremo una pagina dove discuteremo dei temi che da sempre contraddistinguono la nostra militanza: lotte operaie e internazionalismo.

Per questo numero, ci siamo focalizzati sulla questione catalana, introducendo il contesto dell’indipendenza catalana e intervistando Marco Santopadre su prospettive e futuro della votazione catalana.

 

IL CONTESTO

Il movimento indipendentista catalano ha radici che affondano lontano nella storia. Dopo la sconfitta nella Guerra di successione (1714) la Catalogna attraversa due secoli caratterizzati da un alternarsi di momenti di repressione e di relativa autonomia.

A inizio 900 nascono vari movimenti politici nazionalisti catalani: organizzazioni operaie e sindacali che lottano strenuamente contro le imposizioni militari ed economiche spagnole, rivendicando dapprima una piena autonomia e in seguito radicalizzando la propria posizione indipendentista.

Nel 1931 Francesc Macià col partito Esquerra repubblicana de Catalunya (ERC) vince le elezioni regionali e proclama la Repubblica catalana indipendente. Durante la Guerra civile spagnola (1936-1939) la Catalogna si schiera contro il regime franchista. Una volta al potere, il dittatore Franco nega ogni forma di autonomia alla regione e vieta l’uso della lingua catalana. Al termine della dittatura (1975) il governo catalano viene ripristinato (1977). Tuttavia, lo Stato spagnolo rimane autoritario, l’imposizione di un re persiste, le idee franchiste non vengono abbandonate del tutto e la Spagna resta una nazione unica e indivisibile.
Nel 2003 una coalizione di sinistra vince le elezioni catalane e propone una modifica dello Statuto di autonomia (2006), volta al rinnovamento delle condizioni auto-governative rimaste al lontano 1979. Dopo una prima conferma generale, nel 2010 il Tribunale costituzionale spagnolo annulla lo Statuto di autonomia e il riconoscimento nazionale della Catalogna.

Ne seguono mobilitazioni e proteste che per la prima volta nel XI secolo raggiungono le masse. Il 2011 segna il ritorno al potere nazionale del Partito popolare (PP) di centro-destra, il quale – anche servendosi della crisi economica – attua un piano di ricentralizzazione del potere, stringendo sulle libertà delle comunità autonome e aumentando loro il peso fiscale. Nel 2012 l’obiettivo della Catalogna, sostenuto da un movimento di massa trasversale e intergenerazionale, è l’indipendenza vera e propria; nello stesso anno la Candidatura d’unità popolare (CUP) – partito indipendentista – ottiene un buon risultato alle elezioni parlamentari.

Nel 2014 il governo catalano indice un referendum informale consultivo: il risultato è netto, l’80% dei votanti vuole l’indipendenza. Alle elezioni regionali del 2015 il CUP raddoppia i propri seggi favorendo Carles Puigdemont. In seguito il nuovo governo indipendentista avvia il processo istituzionale che porta al referendum catalano del 1° ottobre 2017.

 

L’INTERVISTA

Marco Santopadre – giornalista freelance italiano –, assieme a una delegazione di una decina di altri compagni provenienti da realtà quali la Rete dei comunisti, Eurostop, Noi Restiamo e USB (Unione sindacale di base), è volato a Barcellona a fine settembre per seguire dal vivo la votazione al referendum relativo all’indipendenza della Catalogna dallo Stato spagnolo. Il Collettivo Scintilla l’ha intervistato per conoscere i dettagli di questa esperienza e interrogarsi sul futuro della Catalogna, le relazioni con altre realtà che anelano all’indipendenza e sull’ambiguità e i posizionamenti della sinistra spagnola – dal fronte istituzionale a quello marxista ortodosso.

 

Marco, ci puoi raccontare della situazione che hai trovato quando sei arrivato a Barcellona?

Quando siamo arrivati a Barcellona abbiamo trovato una situazione di mobilitazione permanente: già il 28 settembre si è svolta una grande manifestazione studentesca come preludio alla votazione che si sarebbe tenuta da lì a tre giorni. Inoltre, in molti quartieri si erano formati Comitati che avevano lo scopo di gestire sul territorio la partecipazione popolare al referendum e di difendere in un secondo momento le urne elettorali e i risultati: le discussioni svolte da questi Comitati vertevano su argomenti quindi anche tecnici, oltre che ideologici. Si evince dunque come vari livelli abbiano preparato, gestito e difeso il voto: dalle istituzioni catalane alle organizzazioni politiche passando per grandi associazioni di massa fino ad arrivare ai Comitati di quartiere.

Onde evitare la chiusura delle scuole alla fine delle lezioni – come ordinato ai presidi da parte dalla polizia -, il venerdì precedente al voto le associazioni delle famiglie vi hanno organizzato varie attività affinché queste non fossero deserte. Durante la notte le stesse scuole sono poi state occupate in massa dai cittadini catalani fino alla domenica sera: durante quest’occupazione abbiamo potuto assistere all’organizzazione dei seggi e alla preparazione tecnica della resistenza.

Domenica mattina sono infatti iniziati gli attacchi nelle scuole, concentrati in quelle più importanti, a Barcellona ma anche a Tarragona e a Girona: per veicolarli al meglio, in quanto sarebbe stato impossibile attaccare tutte le scuole, il governo di Madrid ha fatto una selezione dei seggi più significativi in ragione del numero di votanti e del livello d’indipendentismo dei vari quartieri. Nel pomeriggio, le cariche violente si sono esaurite in quanto la polizia si è resa conto dell’impossibilità d’opporsi alla mole di gente che si recava a votare e alla sua resistenza passiva. Mi preme rilevare che comunque alcune centinaia di migliaia di catalani non hanno potuto votare a causa dei seggi chiusi o dell’hackeraggio del sistema informatico, mentre in altri casi le schede già votate sono state sequestrate dalla polizia.

A seguito della votazione – e come risposta alla brutalità messa in atto da Madrid – il 3 ottobre è stato indetto uno sciopero generale in tutta la Catalogna, al quale hanno aderito ampie frange di lavoratori: la partecipazione dei lavoratori è stata molto importante, giacché sono entrati in campo in maniera consistente dopo un primo momento di egemonia da parte dei partiti e delle associazioni rappresentative della piccola borghesia.

 

Esistono dei legami fra le diverse realtà indipendentiste dello Stato spagnolo?

Bisogna innanzitutto sottolineare che in Catalogna fino al 2010 – a differenza di altre regioni dello Stato spagnolo – non esisteva una reale spinta indipendentista se non in alcuni settori di estrema sinistra, poiché maggioritariamente il catalanismo era orientato su una posizione autonomista/regionalista, che verteva sull’aumento dell’autogoverno all’interno dello Stato spagnolo. Poi sono avvenute diverse crisi: da una parte il rifiuto di Madrid di approvare la riforma dello statuto di autonomia catalano del 2006, la quale voleva aumentare le prerogative di autonomia della Generalitat, ha convinto molti autonomisti che l’indipendenza fosse l’unica via praticabile. Dall’altra, l’impatto e la gestione della crisi economica sia da parte di Madrid sia del governo catalano hanno spinto ampi settori popolari e della piccola borghesia – lontani sin lì dalla politica e dalle lotte – a politicizzarsi. Questo doppio fenomeno ha quindi cambiato il quadro precedente, passando da un quadro autonomista a uno indipendentista (che non sono sinonimi, anche se talvolta le due categorie vengono erroneamente equiparate). Questo cambiamento ha avuto un impatto su altri movimenti indipendentisti che sono un po’ in impasse in questo momento storico, soprattutto nei Paesi Baschi dopo la fine della lotta armata, o in Galizia. Durante il voto in Catalogna, gli indipendentisti baschi si sono uniti alla lotta: 1’500 attivisti baschi sono infatti arrivati a Barcellona all’interno di una esperienza che ha rivitalizzato indirettamente anche il movimento in Euskal Herria. Una rottura della Catalogna dallo Stato spagnolo costituirebbe un enorme precedente da seguire da altre realtà, ma mi preme sottolineare che quanto si sta muovendo ora in Catalogna è espressione unicamente del movimento catalano, non esiste una direzione condivisa con altri gruppi indipendentisti a livello statale.

 

La sinistra si è divisa di fronte a questo voto: oltre a chi difende e supporta il movimento indipendentista, troviamo Podemos che – a livello statale  – in quest’occasione difende l’unità spagnola e alcuni ortodossi marxisti che bollano come reazionaria la lotta per l’indipendenza. Cosa ne pensi?

Podemos rappresenterebbe sicuramente una novità positiva in un paese reazionario come la Spagna, in quanto teoricamente riconosce il diritto all’autodeterminazione dei popoli dello Stato. Però questa si è rivelata essere solo una dichiarazione di principio, perché poi, alla resa dei conti, Podemos si è posizionato contro il referendum in quanto “unilaterale” e chiedendo ai catalani di fermarsi per indire poi un referendum concordato con lo Stato che però non è possibile convocare. Questa dichiarazione di principio condivisibile e per certi versi ‘coraggiosa’ di Podemos non ha quindi legami con la realtà, perché non esiste una forza politica che possa obbligare Madrid a indire tale referendum e a cambiare la Costituzione. La posizione di Podemos rischia di costituire solo un alibi senza riscontri concreti: in Catalogna esistono ora le condizioni per una rottura con uno degli Stati più reazionari dell’Unione europea, ma Podemos non si confronta con questa realtà, sostenendo lo status quo senza approfittare delle possibilità concrete create ora dai catalani.  Conseguentemente, Podemos si sta spaccando su quest’ambiguità, perché difende fondamentalmente l’unità dello Stato, quando in Catalogna ormai è noto che non esiste la possibilità di un cambiamento costituzionale: il suo discorso perde dunque valore. Podem – parte della sezione catalana di Podemos – si è avvicinata al movimento indipendentista, rifiutandosi di aderire alla coalizione Catalunya en Comú di Ada Colau.

Anche alcuni marxisti ortodossi difendono teorie che come Podemos hanno un carattere libresco ma nessun aggancio con la realtà concreta. Vorrebbero infatti buttare a mare un movimento di potenziale rottura in nome di una trasformazione socialista e confederale dello Stato spagnolo che al momento non è all’ordine del giorno. Si condannano così alla mera testimonianza degli accadimenti attuali invece di farne parte, mettendosi di fatto dalla parte dello status quo. Bisogna comunque sottolineare che esistono anche movimenti marxisti ortodossi e forze di sinistra radicale a favore dell’indipendenza catalana in tutto lo Stato Spagnolo.

 

Quale scenario futuro si prospetta a seguito del referendum e della vittoria indipendentista?

È difficile prevedere cosa succederà nella realtà. Il governo catalano retto da Puigdemont non mira realmente a una rottura con lo Stato spagnolo: si trova in questa situazione perché obbligato da anni di mobilitazione popolare, ma è alla ricerca di una trattativa con Madrid, al fine di mantenere lo status quo dal punto di vista economico e sociale. Ma d’altro canto, lo Stato spagnolo non è la Gran Bretagna, e in nome dello sciovinismo sul quale si regge lo Stato, non potrebbe in alcun modo accettare una Catalogna indipendente. Madrid quindi ha agito reprimendo e sospendendo il governo catalano, che ora si trova stretto fra lo sciovinismo di Madrid e la pressione popolare che chiede al governo di Barcellona di essere conseguente e rispettare le promesse. C’è il rischio che il tutto si riduca a una schermaglia, a una trattativa al ribasso fra le élite catalane e quelle spagnole, mentre la pressione popolare potrebbe rappresentare una rottura degli equilibri in senso progressista. Le vie restano dunque aperte in questa doppia direzione.

 

 

19.09 // LOTTARE CONTRO L’IMPOSSIBILE E VINCERE

Nekane Txapartegi, l’attivista basca incarcerata a Zurigo dall’aprile del 2016, è stata scarcerata nella notte di venerdì sera – dopo più di diciotto mesi di prigione. Diciotto mesi di prigionia con una spada di Damocle pendente sulla testa, col rischio di essere estradata da un momento all’altro nello Stato spagnolo, quello stesso Stato che – per mano dei suoi cani da guardia, la Guardia Civil – l’ha torturata e stuprata nel 1999, al fine di farle confessare di essere una terrorista. E giovedì, dopo questi mesi angoscianti per Nekane, la sua famiglia e i suoi compagni, l’Audencia Nacional ha fatto cadere le accuse nei suoi confronti e la conseguente richiesta di estradizione.

Sembrava impossibile, ma l’attivismo, la determinazione e la mobilitazione dei compagni hanno sconfitto la macchina da guerra messa in moto dallo Stato spagnolo e la codardia e la connivenza dello Stato svizzero. Nekane – se non fosse fuggita nel 1999 – avrebbe dovuto scontare in carcere quasi sette anni, nelle mani dei suoi aguzzini, che nella più totale impunità le avrebbero fatto scontare ogni giorno della sua vita le denunce di tortura e stupro che Nekane fece a suo tempo. Ora è libera.

Cosa c’insegna questa importante vittoria? Sicuramente che solo la lotta paga, che ogni battaglia – anche quella che appare più improbabile, più difficile – vale la pena di essere combattuta. Come Fidel e il Che che con altri quindici compagni sulla Sierra Maestra sono riusciti a instaurare un movimento rivoluzionario, come le compagne e i compagni curdi che soli hanno liberato Kobane, bisogna lottare contro l’impossibile. E, qualche volta, vincere.

L’immobilismo, il pensare che questa lotta non valga la pena di essere combattuta o – ancora peggio – che ci saranno altri compagni capaci di portare avanti la battaglia, che il nemico da fronteggiare è troppo forte e potente per poterlo sconfiggere, rappresentano solo scuse. La verità è che solo combattendo ogni giorno – anche perdendo, subendo cocenti sconfitte, credendo che tutto sia perduto -, dedicando la propria vita alla mobilitazione, si può vincere.

La vittoria di Nekane è la vittoria di tutte le compagne e di tutti i compagni che non retrocedono di un passo, che non hanno mai smesso di crederci. Oggi si festeggia con e per Nekane, ma domani si dovrà ricominciare nuovamente a lottare, perché se Nekane è fuori dal carcere, altre centinaia di compagne e compagni languono imprigionati in ogni parte del mondo e bisogna combattere per ognuno di loro, perché nessuno va lasciato indietro. L’internazionalismo e la lotta per la giustizia sociale devono essere i pilastri su cui si deve basare il nostro sentire quotidiano.

Perché, come dice José Maria Lorenzo Espinosa: “La rivoluzione sarà possibile quando nessuno sarà indispensabile, ma tutti si comporteranno come se lo fossero”.

 

PER LA LIBERTÀ DI TUTTE LE COMPAGNE E DI TUTTI I COMPAGNI NELLE CARCERI, ORGANIZZARSI E LOTTARE.

16.06 // CON IL DONBASS CHE RESISTE: DISCUSSIONE CON MARCO SANTOPADRE

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Venerdì 16 giugno alla Casa del Popolo – Bellinzona, discussione con Marco Santopadre, giornalista comunista di ritorno dalla carovana antifascista organizzata dalla Banda Bassotti. Con Marco parleremo dell’esperienza della carovana e del futuro e delle prospettive del Donbass resistente.