31.05 // PRESIDIO NO ISRAEL DAY

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Domenica 31 maggio 2015, al Palazzo dei Congressi di Lugano, si terrà l’ incontro denominato “Israel Day”, organizzato dall’Associazione Svizzera – Israele, per “celebrare i 66 anni di relazioni tra la Svizzera e Israele e il 67esimo anniversario d’Indipendenza d’Israele”.

Ospite d’onore sarà il “filosofo” francese Bernard-Henri Lévy, strenuo difensore e propagandista degli interessi dello Stato sionista, nonché paladino dei diritti umani a fasi alterne (è stato la testa di ponte ideologica per bombardare la Libia e uno strenuo sostenitore del colpo di Stato ucraino). Ogni massacro perpetrato da Israele e dal suo esercito viene sistematicamente difeso da Lévy e da quelli che la pensano come lui, in nome della fantomatica “necessità di difendersi” dell’ “unica democrazia del Medio Oriente”. Così, bambini dodicenni diventano pericolosi terroristi in grado di intimidire uno degli eserciti meglio armati al mondo, grazie al sostegno degli Stati Uniti, e dunque si può colpirli senza pietà o metter loro un proiettile nel cranio; studenti che manifestano per il loro diritto all’autodeterminazione sarebbero gravi minacce alla sicurezza israeliana e potrebbero quindi essere torturati e imprigionati senza processo; donne che salgono sui tetti per difendere la propria casa dai bombardamenti sarebbero « scudi umani » e quindi « bersagli legittimi » dei bombardamenti.

Israele devasta, tortura e massacra e nonostante questo, merita di essere celebrato. Questa l’opinione di una parte della borghesia luganese che ha scelto di esprimere pubblicamente il suo sostegno all’apartheid contro i palestinesi. Non sorprende che accanto all’estrema destra sionista, il 31 maggio siederà l’estrema destra ticinese, rappresentata da Norman Gobbi e Marco Borradori.

Ma c’è chi non vuole tacere di fronte a quest’autocelebrazione: c’è chi ricorda i corpi dilaniati dopo i bombardamenti su Gaza, che non può chiudere gli occhi di fronte al razzismo di uno Stato che vuole distruggere un popolo in nome di un “diritto superiore”, che non può dimenticare che un genocidio è in corso e che quindi non c’è nulla da festeggiare. La politica di apartheid e il sistematico genocidio operato contro la popolazione palestinese vanno denunciati e combattuti, con ogni mezzo necessario.

Denunciamo l’occupazione sionista della Palestina e l’inaccettabile sostegno complice delle autorità comunali e cantonali. Esprimiamo la nostra solidarietà incondizionata alle vittime delle politiche disumane dello stato israeliano.

Nel nome dell’internazionalismo e della lotta al razzismo, chiamiamo tutte le organizzazioni e singoli a presenziare al presidio che si terrà il 31 maggio 2015 alle 17.00 in Piazza Indipendenza, a Lugano. Vi aspettiamo In piazza con bandiere e striscioni inerenti alla situazione palestinese.

1.05 // 1° MAGGIO 2015 LUGANO – SPEZZONE ANTICAPITALISTA

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“Eppure, tutta la storia dell’industria moderna mostra che il capitale, se non gli vengono posti dei freni, lavora senza scrupoli e senza misericordia per precipitare tutta la classe operaia a questo livello della più profonda degradazione”. Questo scriveva Karl Marx nel 1865 e quanto sta succedendo ora in Ticino, come nel resto del mondo, ne è solamente la riprova. Attraverso l’ultima, strumentale, scusante, il franco forte, la classe dirigente continua a fare quello che le riesce meglio: sfruttare gli operai al fine di ricavarne il maggior profitto possibile. Accompagnata dal pietismo insopportabile del “tutti sono chiamati a fare dei sacrifici”, come se, specularmente, quando gli introiti sono copiosi, tutti i benefici fossero ridistribuiti. Ridistribuiti sì, ma nelle tasche del padronato, con bonus e salari da capogiro, mentre alla classe lavoratrice spettano, donate con magnanimità, solo le briciole.

Gli esponenti della classe politica, invece di chinarsi sulla problematica e cercare di risolverla, rimettendo in discussione il capitalismo esasperante, lo esaltano come unico sistema economico fattibile che promuove, a loro dire, la ricchezza per tutti. Starnazzando nel frattempo come oche impazzite contro migranti e frontalieri, capro espiatorio di tutti i mali del Ticino. Attacchi funzionali a mettere i lavoratori gli uni contro gli altri in una guerra fratricida senza quartiere: noi contro loro, due facce della stessa medaglia a darsi battaglia, mentre chi s’ingrassa e gode di questa situazione è sempre e solo il padronato. Dinamica questa, quella di cercare di gerarchizzare la classe operaia fra lavoratori di serie a e di serie b, che appare evidente anche nella vicina Penisola, e che certo trarrà nuovo respiro dalle conseguenze dello smantellamento dei diritti dei lavoratori in atto in Italia, sia con il Jobs Act, sia con la legittimazione del lavoro gratuito inaugurata dall’Expo di Milano, con la complicità dei sindacati concertativi in Italia.

Gli scioperi di questi mesi in Ticino hanno dimostrato che il sistema scricchiola, che i lavoratori non sono disposti a essere strumentalizzati per questi fini politici. Dalla Exten alla Smb Sa, e da tutte le fabbriche in cui i lavoratori hanno incrociato le braccia, il messaggio che ne esce è chiaro: i diritti devono esserci e per tutti, non esiste differenza fra noi e loro, tutti uniti contro il vero nemico, il capitale.

Il 1° maggio dev’essere questo, l’unione dei lavoratori contro capitale e padronato, non la triste passeggiata sindacale con cui si è trasformata negli anni la ricorrenza a Lugano. Per queste ragioni, il Collettivo Scintilla invita tutte e tutti a partecipare allo spezzone anticapitalista, che partirà dal padiglione Conza fino in centro, per ribadire che la conflittualità sui posti di lavoro è la via da percorrere e ricordare nel contempo la determinazione di chi ha deciso di non abbassare la testa di fronte alle scuse di un padronato troppo sicuro di sé.

Chi vede nella normalizzazione, nella concertazione o nel riformismo, una soluzione allo sfruttamento del capitale, non è nient’altro che complice di questo sistema.

CONTRO SFRUTTAMENTO E PADRONATO, ORGANIZZARSI E LOTTARE.

13.02 // Libertà per Lina Khattab e per tutti i prigionieri politici

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Lunedì 16 febbraio 2015 la studentessa diciottenne Lina Khattab verrà processata dalle autorità israeliane alla corte militare di Ofer, nella Palestina occupata. Arrestata nel dicembre 2014 per aver partecipato a una manifestazione studentesca che chiedeva la liberazione dei prigionieri politici palestinesi, è accusata di aver lanciato delle pietre contro i soldati israeliani: la pena per questo genere di “reati” va dai 6 mesi ai 20 anni di carcere.

Il caso di Lina si aggiunge a quello dei “Cinque di Hares”: cinque ragazzi arrestati in marzo 2013 e da due anni rinchiusi nelle prigioni israeliane. I loro processi sono in programma in queste settimane nella corte militare di Salem, Palestina occupata. Sotto tortura, i cinque ragazzi hanno confessato di aver lanciato dei sassi sulla Road 5 che costeggia il villaggio, provocando l’incidente di un’auto israeliana che si stava recando nell’insediamento illegale di Yakir. I Cinque di Hares sono accusati di tentato omicidio e rischiano una pena che va dai 20 anni all’ergastolo. Una campagna internazionale (https://haresboys.wordpress.com/) è stata lanciata al fine di affermare l’innocenza dei ragazzi e al contempo denunciare le condizioni di detenzione dei prigionieri politici palestinesi nelle carceri israeliane. Ad oggi, più di 6’500 palestinesi sono rinchiusi nelle carceri israeliane: tra loro vi sono più di 160 minorenni con età che variano fra i 12 e i 17 anni. Dal momento dell’arresto in avanti, i palestinesi sono sottoposti a sistematiche torture da parte delle forze armate israeliane: insulti, percosse, minacce di morte rivolte ai famigliari, privazioni del sonno, elettroshock, reclusione per settimane in celle di isolamento prive di finestre e di spazio vitale. Inoltre, nella maggior parte dei casi i prigionieri non conoscono la ragione dell’incarcerazione e i loro famigliari non vengono informati per giorni sul luogo in cui sono detenuti. La dispersione dei prigionieri nelle carceri israeliane à illegale secondo la Legge Internazionale (la Quarta Convenzione di Ginevra, art. 76, vieta infatti a uno Stato occupante di trasferire i detenuti in carceri situate sul proprio territorio) e rappresenta un grande ostacolo per le visite dei famigliari, le quali subiscono altresì numerose restrizioni nella durata e nella frequenza. La detenzione e la tortura di oltre il 20% della popolazione palestinese da parte dello Stato occupante è parte integrante della strategia repressiva israeliana, che mira a colpire la resistenza e a sradicarla fin dalle basi. I palestinesi, da parte loro, rispondono a ogni attacco perpetrato dall’avanzata israeliana rafforzando il sentimento d’appartenenza comune e l’inarrestabile aspirazione alla libertà.

Il Collettivo Scintilla esprime la propria solidarietà a tutti i prigionieri politici palestinesi rinchiusi nelle prigioni dello Stato terrorista di Israele e prende parte alla campagna di denuncia contro la multinazionale britannica della sicurezza privata G4S (http://www.addameer.org/gatesdivest), la quale assicura la protezione delle carceri israeliane e si rende così complice delle innumerevoli torture perpetrate all’interno delle mura oltre che della pulizia etnica della Palestina. Nella convinzione che l’unica forma di sicurezza possibile sia quella favorita dal rispetto e dalla convivenza fra i popoli, il Collettivo Scintilla ribadisce l’importanza di sviluppare una lotta internazionalista contro ogni tipo di fascismo e colonialismo e contro il sistema capitalista che vi sta alle spalle.

Contro ogni carcere

Contro ogni muro

Per la liberazione della Palestina

Organizzarsi e Lottare

Collettivo Scintilla

12.01// PAESE BASCO: IL TERRORISMO È DI STATO

Thousands march behind a banner reading "Repatriate all Basque Prisoners" during an annual nationalist demonstration in Bilbao

Mentre tutto il mondo occidentale e i suoi capi di Stato piangono la strage avvenuta nella redazione del settimanale “Charlie Hebdo”, facendo altisonanti proclami a favore della libertà di stampa ed espressione e contro il terrorismo, nel Paese Basco, una volta ancora, si perpetua la repressione contro la struttura di solidarietà che combatte in favore dei diritti civili delle prigioniere e dei prigionieri politici. Ancora una volta, la macchina oppressiva di Madrid si è messa in moto affinché non ci siano dubbi sul fatto che cercherà di fermare la lotta degli indipendentisti baschi con qualsiasi mezzo. Sedici persone legate a organizzazioni della sinistra indipendentista basche, fra cui dodici avvocati impegnati nella difesa dei diritti dei prigionieri politici, sono state arrestate lunedì 12 gennaio, nel corso di una maxi-operazione ordita dalla Guardia Civil, e accusate di crimini di tipo fiscale , oltre all’intramontabile reato di “integrazione in organizzazione terroristica”. Manovra avvenuta a poche ore dalla marcia che ha visto a Bilbao 80’000 persone scendere in piazza, per l’ennesima volta, al fine di esigere il rispetto dei diritti delle prigioniere e dei prigionieri politici baschi. Dimostrazioni che non hanno nessun effetto su Rajoy e il suo sistema giudiziario, che imperterriti proseguono nella loro personale “lotta al terrorismo”. La chiamano lotta al terrorismo, quando è più che evidente che l’unico terrorismo è quello operato da Madrid contro i diritti civili della propria classe operaia e l’indipendentismo di sinistra basco: attraverso la prosecuzione dell’uso della detenzione in incommunicado, che permette alla Guardia Civil di trattenere una persona sospettata di terrorismo fino a 13 giorni senza che costui possa parlare con un avvocato, un medico o alla famiglia, con l’utilizzo sistematico della tortura durante gli interrogatori e di un uso brutale della forza durante delle manifestazioni pacifiche. Inutile che il primo ministro Rajoy marci a Parigi per il rispetto delle libertà sopraccitate, quando è il primo a non voler rispettare i diritti dei propri cittadini: inutile scandalizzarsi degli atti brutali effettuati dal “nemico comune”, l’integralismo islamico, quando giorno dopo giorno, nel silenzio e l’indifferenza internazionale, la Guardia Civil e il governo dello Stato spagnolo commettono efferate e brutali violazioni, altrettanto gravi e intimidatorie nei confronti del movimento popolare e in particolare dei suoi settori più coscienti e organizzati.

Il Collettivo Scintilla si unisce alle denunce contro le intimidazioni e le violazioni dei diritti fondamentali attuati dallo Stato spagnolo verso le compagne e i compagni baschi e solidarizza con le prigioniere e i prigionieri politici sparsi per tutto il Paese. Venerdì 23 gennaio sarà organizzata una cena in solidarietà col Paese Basco alle ore 20.00 al Bar dal Giovann a Osogna . Vi aspettiamo numeros*.

 

LA LOTTA È L’UNICO CAMMINO!

BORROKA DA BIDE BAKARRA!

MOLTI PAESI, UNA SOLA LOTTA!

HAMAIKA HERRI BORROKA BAKARRA!

12. 12 // SOLIDARIETÀ CON JONE

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Il Collettivo Scintilla aderisce alla mobilitazione di Solidarietà nei confronti di Jone, compagna basca, ingiustamente accusata e perseguitata politicamente, al momento ricercata e condannata a un anno e mezzo di carcere.

” Liberare tutt* vuol dire lottare ancora”.. JONE LIBRE, NO PASARAN!


Per più informazioni: http://www.naiz.eus/eu/actualidad/noticia/20141212/he-decidido-vivir-libre-y-sera-posible-gracias-al-compromiso-de-la-gente

https://www.facebook.com/jonelibre?ref=ts&fref=ts

20.09 // La solidarietà non conosce frontiere

Dall’Antiracup festival di Lucerna.

La nostra solidarietà non conosce frontiere: libertà per Alfon, Urtzi e Telle!

Grebalariak aske! Libertad detenidxs por luchar!

 

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GIÙ LE MANI DALLA NOSTRA SALUTE E DAI NOSTRI SALARI

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– I premi aumentano

La maggioranza borghese in parlamento aveva spacciato l’adozione della LaMal come una soluzione per diminuire i premi dell’assicurazione malattia obbligatoria. Peccato che secondo l’ufficio federale di statistica negli ultimi 15 anni a livello svizzero i premi sono aumentati dell’83%, in media del 5,5% all’anno.

– Gli assicuratori privati accumulano profitti

L’aumento permette in particolare agli assicuratori privati di accumulare riserve illimitate da investire in borsa per aumentare i profitti dei loro azionari. Mentre anche quest’anno è previsto un aumento dei premi, le grandi casse malati dichiarano decine di milioni di utile. Nel 2013 la cassa Helsana, la più grande della Svizzera, ha dichiarato un utile di 153 milioni di franchi. Mentre a fine salario manca sempre troppo mese, ecco che gli azionisti delle casse malati si intascano il frutto del nostro lavoro e lo usano, in parte, per finanziare la propaganda contro l’iniziativa sulla cassa malati unica.

– I salari stagnano:

Mentre i premi aumentano, i salari stagnano. Nell’industria ad esempio nello stesso periodo le paghe sono aumentate di solo l’1% all’anno. Quei pochi decimi di aumento che riusciamo a strappare ai padroni scompaiono quindi rapidamente, inghiottiti dall’aumento vertiginoso dei premi delle casse malati. Questo anche perché la maggior parte della spesa viene riversata sulle spalle dei salari più bassi, visto che i padroni rifiutano che i premi vengano fissati in base al reddito e che quindi chi guadagna 50’000.- franchi al mese paga lo stesso di chi questa cifra la guadagna in un anno.

– Il lavoro peggiora e la salute ne risente:

All’aumento dei premi si accompagna un aumento dei problemi di salute tra le persone che lavorano, problemi dovuti al peggioramento delle condizioni di lavoro, all’aumento dei ritmi, della pressione e degli straordinari. Secondo TravailSuisse i casi di stress causati dal lavoro sono aumentati del 30% in 10 anni, e la tendenza è in aumento. Secondo la SUVA le malattie psichiche e neurologiche causate dal lavoro aumenteranno del 50% entro il 2030. Peggiorando le condizioni di lavoro, i padroni aumentano i loro profitti speculando sulla salute di chi lavora. A loro i benefici, a noi le malattie e la depressione.

– A pagare sono sempre gli operai:

Ci si ammala di più, bisogna quindi farsi curare di più. Ma versare il premio non basta, tocca ancora pagare la franchigia e una percentuale delle spese. Nei paesi dove la cassa malati è pubblica l’operaio con il mal di denti o con un dolore alla schiena va dal medico e se necessario si fa operare. L’operaia che si preoccupa della sua salute può andare all’ospedale e fare una mammografia. In quei paesi la salute è un diritto. In Svizzera invece quelle stesse persone spesso rinunciano e soffrono in silenzio. Perché nel nostro paese la salute è una merce e andare dal medico significa pagare ancora centinaia di franchi di franchigia. Visto che i salari non aumentano e che di lavoro ce n’è poco, quei soldi troppo spesso non ci sono.

– Esigere servizi sanitari di qualità per tutti e tutte:

Se la votazione sulla cassa malati pubblica del 28 settembre ha il merito indubbio di mantenere attivo il dibattito pubblico sull’impatto della privatizzazione della salute lascia da parte molti temi fondamentali. Non si tratta semplicemente di spostare il controllo della cassa malati dal privato al pubblico. Si tratta di garantire a tutti e a tutte un reale e incondizionato accesso a strutture sanitarie di qualità. I mezzi ci sono. Basta riprenderci le riserve accumulate dalle casse malati, chiudere le cliniche di lusso per gli oligarchi russi e aprire ospedali e dispensari medici per gli operai.

– Fermare il furto dei salari, le spese le paghino i padroni:

Si tratta anche di mettere fine al furto del salario con la scusa dei costi dell’assicurazione malattia. Abbiamo già pagato fin troppo. Non vogliamo cambiare un indirizzo sulla cedola di versamento, vogliamo che ai lavoratori e alle loro famiglie quella cedola non arrivi più. Chi lucra sulla vita dei lavoratori e rovina la loro salute deve pagare i danni causati. Che le spese della salute le paghino le tasse dei padroni.

LA CASSA MALATI LA PAGHINO I PADRONI!

 

Collettivo Scintilla

30.08 // PACE E LIBERTÀ PER IL KURDISTAN

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Sabato 30 luglio, a partire dalle ore 14, dall’Ufficio Postale di Bellinzona ( Viale Stazone 18) partirà un corteo a sostegno del popolo kurdo, atto a denunciare la barbarie e i massacri ad opera dello “Stato islamico”, armato dagli Stati uniti, finanziato dalla monarchia saudita e sostenuto logisticamente dal governo turco. Atto a sostenere la resistenza delle milizie curde progressiste delle unità di protezione popolare (YPG), capaci di liberare il kurdistan siriano (Rojava), di fermare l’avanzata dello “Stato islamico” e di salvare la vita a centinaia di Yazidi offrendogli protezione e riparo. Atto a difendere il diritto alla pace e all’autodeterminazione dei popoli.

 

ORGANIZZARSI E LOTTARE!

Uno Stato senza umanità

Nella nottata del 12 giugno, 3 ragazzi israeliani, Eyal Yifrah di 19 anni, Gil- Ad Shayer e Naftali Yaakov Frenkel, entrambi 16enni, residenti nei territori occupati, sono scomparsi nei pressi dell’insediamento israeliano di Gush Etzion, a sud della Cisgiordania, mentre facevano autostop. Immediatamente, senza alcuna prova né rivendicazione, il premier israeliano Netanyahu ha affermato che questa scomparsa fosse addebitabile a un rapimento attuato da una non meglio definita “organizzazione terroristica”. Aggiungendo però prontamente che questo genere di azioni sono il risultato de governo d’unità fra l’Autorità Nazionale Palestine (Anp) e Hamas: a suo dire, l’Anp è colpevole dal momento in cui il rapimento è stato effettuato nel territorio sotto il suo controllo. L’obiettivo israeliano pareva già chiaro allora: sfruttando il rapimento di questi 3 ragazzi, il governo israeliano mira ad attaccare la fragile unione ritrovata fra le differenti parti palestinesi e scatenare l’inferno.

Una volta di più.

E con il passare dei giorni, quest’intenzione diviene via via più chiara: bombardamenti, assassinii, minacce, incarcerazioni e perquisizioni. Il numero delle vittime e soprattutto dei prigionieri sale di giorno in giorno senza sosta.

Senza indagini, senza prove, Hamas è colpevole, e con lei, i palestinesi tutti.

Per l’ennesima volta, nella notte del 7 luglio, il governo israeliano lancia un attacco aereo, denominato “Bordo protettivo”, contro la Striscia di Gaza. Colpendo indiscriminatamente i civili, fra cui donne e bambini, rispolverando il triste assioma che dietro ad ogni palestinese c’è un potenziale terrorista. Col passare dei giorni, le vittime crescono in maniera esponenziale, in un vero e proprio massacro di centinaia civili.

In una situazione di normalità, s’indagherebbe, si scoprirebbe e infine si punirebbero gli assassini dei tre ragazzi israeliani: si avrebbero prove, certezze. Non si agirebbe mai indiscriminatamente, puntando il dito e attaccando, senza né prove né legittimità.

Ma cosi non agisce Israele.

Israele non segue nessuna legge se non la propria, agisce liberamente e viola qualsiasi trattato e accordo che non sia in linea con il suo programma. Israele assale, distrugge, uccide. E lo fa, nella più totale impunità internazionale: Israele è speciale, Israele viene giudicato colpevole e si reprimenda solo a parole, durante le conferenze ovattate di Ginevra e New York. Quando si tratta di agire, di sanzionare duramente il comportamento d’Israele, il nulla, un silenzio assordante che tanto puzza di complicità e connivenza. E in questa impunità Israele sguazza e agisce, ben conscio d’essere l’unico bastione occidentale in un territorio potenzialmente ostile e di conseguenza, intoccabile. Senza Israele, a fare da cane da guardia degli Stati Uniti e del mondo occidentale intero, i “veri” terroristi avrebbero il sopravvento sua regione. E questo no, non si può accettare, e tanto peggio se, a farne le spese, sono i civili di Gaza.

Vittime collaterali, le chiamano.

Israele non vuole la pace, vuole attaccare fin dalle fondamenta il precario equilibrio creatosi fra Fatah e Hamas, perché questo equilibrio comporterebbe il ritorno ai tavoli di negoziazione. E tutto vuole Israele fuorché questo. Con il beneplacito di tutti i capi di Stato occidentali, tanto pronti ad accusare ed esprimere cordoglio per la triste sorte dei ragazzi israeliani uccisi, tanto chiusi in un mutismo ermetico di fronte a queste violazioni.

 

Dal Collettivo Scintilla, tutta la Solidarietà verso il popolo palestinese.

 

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A salario di merda, lavoro di merda ! Oggi 4000 domani tutto

Senzanome

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