15.07 // CONTRO LA VIOLENZA DELLE FRONTIERE

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Un confine non è qualcosa di naturale, immutabile ed eterno. Un confine è una costruzione sociale, uno strumento concepito dal genere umano che risponde a determinate finalità, le quali si costruiscono all’interno delle strutture di potere di una società. Analizzando il ruolo primario che hanno assunto nell’Europa di oggi, si arriva a una constatazione tanto semplice quanto spietata: attualmente i confini sono uno dei principali strumenti di esclusione sociale.
Da un lato essi servono a difendere, o meglio a costruire, delle identità nazionali o regionali che vengono sempre più percepite come qualcosa da salvaguardare di fronte all’intensificarsi dei flussi della globalizzazione, come se esse non siano – storicamente parlando – il risultato di un’ininterrotta sequenza di incontri e processi di ibridazione culturale; dall’altro essi giustificano e contribuiscono a riprodurre quell’ineguaglianza nello sviluppo su cui, da tempi immemori, si è costruito il disequilibrio globale. La loro funzione principale odierna si può riassumere così in tre semplici e allo stesso tempo brutali parole: difesa del privilegio.

È ciò che succede in Europa, dove si sono smantellati i confini interni in nome di un progetto di unione tra popoli e diritto a libertà di movimento (rivelatosi poi tutt’altra cosa, in quanto a spostarsi liberamente in realtà sono solo capitali e merci), ma al contempo si sono erette tutt’intorno cortine di muri e filo spinato, burocratiche ma anche fisiche, come deterrente per chi cerca di entrare per necessità di sopravvivenza. Evidentemente questi diritti funzionano a corrente alternata: per alcuni valgono, per altri no.
A Lampedusa, a Calais, a Ventimiglia, a Idomeni, eccetera stiamo assistendo all’espressione di queste diseguaglianze e queste contraddizioni, che si concretizzano in un conflitto tra chi vive il dramma della migrazione perché un luogo dove vivere non ce l’ha più e chi invece vuole mantenere il proprio status di privilegiato, su cui ha costruito il proprio benessere.

Questo conflitto in queste ore si sta manifestando anche in quelle poche centinaia di metri che separano Como dalla frontiera di Chiasso; stiamo parlando, è inutile dirlo, del respingimento dei migranti, che vogliono in gran parte raggiungere l’Europa del Nord ma che vengono fermati a Chiasso e rimandati in Italia a causa di una normativa assurda e disumana come quella della Convenzione di Dublino.
Il clima è quello di uno stato di polizia e di una criminalizzazione dei migranti che raramente si era respirato a queste latitudini; la situazione rasenta l’emergenzialità e scarseggiano i beni di prima necessità come le coperte, il cibo o la possibilità di provvedere alla propria igiene personale. Di fronte a questa situazione la risposta delle istituzioni cantonali ticinesi non ha tardato a farsi sentire ed è stata espressa dal consigliere di Stato Norman Gobbi attraverso un’ipotesi che non ci stupisce, ovvero quella di un dispiegamento delle forze militari sul confine con l’Italia, da aggiungere all’impressionante schieramento di forze dell’ordine che stanno già presidiando la zona e i cui effettivi sono stati moltiplicati negli ultimi tempi.

Norman Gobbi, insieme a Salvini, Le Pen e le formazioni della destra xenofoba che rappresentano, sono il ritratto perfetto di uno degli schieramenti di questo conflitto e le “soluzioni” che sono soliti proporre – prevalentemente composte da coercizione, manganelli e fogli di via – mostrano come tali forze siano disposte a tutto pur di salvaguardare lo status quo.

Dall’altra parte troviamo invece i migranti, portatori dell’esperienza dello sradicamento e dell’assenza di una prospettiva di vita accettabile e, accanto a loro, tutti coloro che con la loro complicità e la solidarietà cercano di decostruire queste dinamiche diseguali e di edificare dei percorsi di autonomia in cui costruire un approccio diverso da quello dominante, consapevoli che la lotta al razzismo e alla xenofobia non può non essere anche una lotta anticapitalista, dal momento che è dal dominio del capitale che queste dinamiche sono alimentate.
Proprio in queste ore si è attivata una rete di solidarietà sulla fascia di confine, con l’obiettivo di rispondere alle necessità primarie dei migranti e di manifestar loro la propria solidarietà. Invitiamo chiunque ne abbia la possibilità a raggiungere Como e Chiasso per fare altrettanto. Perché se i confini sono il luogo dove più di tutti si manifestano queste dinamiche, allora diventa fondamentale presidiarli: loro con guardie di confine ed elicotteri, noi con la forza della solidarietà.

La lotta dei migranti è anche la nostra lotta: è la lotta dei lavoratori che sui cantieri muoiono e che si auto-organizzano per costruire un’alternativa al sistema del lavoro salariato; è la lotta dei popoli oppressi che si battono per affrancarsi dall’imperialismo economico e culturale dei paesi occidentali; più in generale è la lotta di tutti coloro che hanno capito che al mondo esistono solo due razze, quella degli sfruttati e quella degli sfruttatori.
Continueremo ad opporci ai centri di detenzione per migranti, alle deportazioni e alle espulsioni forzate, ai controlli alle frontiere, manifestando la nostra solidarietà a chi è costretto a cercare un nuovo luogo in cui sopravvivere, perché da tempo abbiamo capito da che parte stare.
Potete rinchiudervi nelle vostre rassicuranti concezioni pasticciate e idealizzate di cultura e tradizione, potete inasprire le leggi sulla migrazione, potete pestare a sangue i migranti, potete bloccare le frontiere, ma presto vi accorgerete che i confini non possono arrestare il vento.

E il vento del cambiamento, che vi piaccia o no, si sta alzando.

Contro i controlli razziali
Contro razzismo e sfruttamento
Contro la violenza della frontiere

Organizzarsi e lottare.

04.06 // NEKANE LIBERA: NESSUNA ESTRADIZIONE NELLO STATO SPAGNOLO CHE TORTURA

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Serata benefit e di informazione per Nekane Txapartegi, esiliata basca incarcerata a Zurigo sotto richiesta di estradizione, già torturata e violentata dai militari spagnoli in seguito al suo arresto nel 1999.


IL PROGRAMMA DELLA SERATA:

19.00 TORTURA E REPRESSIONE CONTRO IL MOVIMENTO POPOLARE BASCO – PRESENTAZIONE E DIBATTITO CON L’AVVOCATO DI NEKANE TXAPARTEGI

20.00 CENA POPOLARE

22. CONCERTI:
– BEONES (PUNK BOLOGNA)
– DEVOURED BY VERMIN (BASTARDS GRINDCORE BOLOGNA)

A SEGUIRE TRASH PARTY!

20.9 // LIBERTÀ PER MEHMET, LIBERTÀ PER TUTTI I PRIGIONIERI POLITICI

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Dopo essere stato imprigionato e torturato nel suo Paese, Mehmet Yesilçali ha ottenuto lo status di rifugiato politico in Svizzera.
Mehmet è un militante della Confederazione dei Lavoratori di Turchia in Europa (Atik), organizzazione sindacale criminalizzata dalla macchina repressiva di Erdogan, ma assolutamente legale alle nostre latitudini.
Agendo in qualità di cane da guardia del governo turco, “l’umanissima” Germania ha agito su mandato di quest’ultimo, giungendo all’arresto di 12 compagni turchi sul territorio europeo.
Fra questi Mehmet, accusato di aver preso parte a cinque riunioni dell’opposizione turca su suolo tedesco, senza che la benché minima prova di un’attività illecita sia stata avanzata dal procuratore pubblico.
Dallo scorso mese di aprile Mehmet è incarcerato a Friborgo. Il 19 giugno, in violazione della convenzione di Ginevra, della pratica giuridica elvetica, del diritto internazionale e di tutti gli altri strumenti istituzionali di cui la Svizzera è una fervente sostenitrice, il Dipartimento Federale di giustizia e polizia ha deciso di estradare il militante turco verso la Germania, senza passare per i tribunali nazionali.
Le ragioni per le quali Mehmet ha ottenuto lo statuto di rifugiato politico sono oggettivamente le stesse ragioni per le quali oggi s’intende procedere alla sua estradizione.

Indipendentemente dalla legittimità giuridica di tali azioni, questo fatto ci mostra come la presunta neutralità elvetica non sia altro che un ipocrita specchio per allodole, destinato a mantenere intatta la pretesa verginità politica di uno Stato che strutturalmente si colloca dalla parte sbagliata della lotta di classe, agendo come alleato oggettivo dell’imperialismo.

Libertà d’autorganizzazione politica per i rifugiati, i migranti, per TUTTI.
Solidarietà alle compagne e ai compagni turchi.
Solidarietà a tutte le minoranze oppresse di Turchia.
Liberare Mehmet, liberare TUTTI i prigionieri politici.

25.06 // GLI SFRUTTATI NON HANNO FRONTIERE

Corteo

 

Il 15 giugno 2015, centinaia di migranti e manifestanti ginevrini sono scesi nelle strade per denunciare le condizioni inaccettabili in cui i richiedenti l’asilo sono costretti a vivere nella facoltosa e poco ospitale terra elvetica. Motivo specifico del contendere, il fatto che in Svizzera, i migranti, a causa della presunta penuria di strutture d’accoglienza, siano spesso obbligati a vivere nei bunker antiatomici disseminati per le città e le campagne, molti metri sotto terra, senza aria fresca né luce solare. A Ginevra, dove gli uffici vuoti abbondano e dove la caserma dei Vernets rimane praticamente abbandonata, una quarantina di migranti, risiedenti nel Foyer des Tattes, avrebbero dovuto essere trasferiti in questi bunker della Protezione Civile. In risposta a questa decisione e grazie al sostegno determinato e organizzato dei militanti locali, la Maison des Arts du Grütli è stata occupata da migranti e dalla popolazione solidale, al fine di spostare l’attenzione su questa deprecabile maniera d’agire, in linea con la politica d’accoglienza indegna messa in atto in Svizzera. I fatti di Ginevra sono solo un esempio tra molti altri, che colgono rilevanza mediatica solo grazie all’intervento politico determinato e alla risposta popolare. A Losanna, la chiesa Saint Laurent è stata occupata da due mesi da cinque richiedenti l’asilo etiopi ed eritrei che, secondo gli assurdi accordi di Dublino, dovrebbero essere rimandati come pacchi postali nel primo Paese che li ha accolti, in questo caso l’Italia, le cui strutture sono inadatte e insufficienti per far fronte alla crescente pressione migratoria di questi ultimi mesi. La politica svizzera, che in altre occasioni si dimostra poco conciliante verso l’Unione europea, accetta con inusitato cinismo di sottostare a queste regole, fornendo prova della scarsa solidarietà e umanità che la contraddistingue da sempre.

Politiche d’accoglienza indegne e indifferenza cinica e spesso feroce sono quanto caratterizzano il pensiero predominante svizzero, mentre a poche centinaia di chilometri da noi, uomini, donne e bambini, per scappare da miseria e guerre, intraprendono terribili viaggi della speranza, che molto spesso hanno fini tragiche. Criminalizzati, maltrattati, molto spesso espulsi: queste le condizioni in cui devono vivere i pochi migranti che riescono a raggiungere la Svizzera, rei solamente di cercare un futuro migliore, scappando da Paesi depredati dall’Occidente e dilaniati da guerre imperialiste organizzate e finanziate dalle borghesie occidentali. Mentre imprese e banche svizzere approfittano di queste ricchezze, nascondendo i soldi di dittatori e criminali, e sfruttando le materie prime frutto del saccheggio, queste ultime pretendono di costruire muri per tenere lontana la miseria da loro generata.

Nel primo trimestre del 2015, solo a 1’670 persone è stato accordato l’asilo in Svizzera, mentre 3’320 sono state rifiutate e 2’633 migranti sono stati rinviati secondo gli Accordi di Dublino: queste le desolanti cifre che si possono leggere nelle statistiche della Segreteria di Stato della migrazione, dove si evince che, a differenza degli strepitanti proclami politici che allarmano su un’immaginaria invasione, la politica d’accoglienza svizzera è più risicata che mai.

Come Collettivo siamo vicini e solidali alla lotta di tutte e tutti i migranti, in Svizzera e all’estero, ed esigiamo il “diritto per tutti di poter restare”, la fine della criminalizzazione, dell’isolamento e della repressione. A Ginevra come a Losanna, l’organizzazione e la determinazione militante hanno permesso di impedire alcuni rinvii e di fare della situazione dei e delle migranti, i più vulnerabili tra gli sfruttati, un tema di attualità politica. Ci impegniamo a fare del nostro meglio per cogliere l’esempio e dinamizzare dinamiche analoghe in Ticino, dove il fascismo avanza e i migranti sono i primi a pagarne il prezzo.

CONTRO I BUNKER E LE FRONTIERE, PER LA SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALISTA : ORGANIZZARSI E LOTTARE

Per saperne di più:

http://www.desobeissons.ch/

https://renverse.ch/Geneve-Migrants-contre-bunkers-ca-continue-186

https://stopbunkers.wordpress.com/

30.03 // PER UNA SOLIDARIETÀ SENZA FRONTIERE

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Il Collettivo Scintilla esprime la propria solidarietà agli occupanti dell’Ufficio della migrazione di Lucerna.
Lunedì 23 marzo il gruppo “AKTION WÜRDE STATT HÜRDE” ha infatti occupato il suddetto ufficio al fine di rimarcare il disservizio delle politiche riguardanti l’asilo vigenti ora in Svizzera. Gli eventi scatenanti l’azione dei manifestanti sono stati due tentativi di suicidio da parte di asilanti all’interno di quello che dovrebbe essere il soccorso d’emergenza.
Purtroppo, i richiedenti l’asilo sono costretti, sempre di più, a vivere in condizioni disumane. La continua discriminazione e criminalizzazione nei loro confronti si aggiungono alle pessime e precarie condizioni di vita alle quali i richiedenti l’asilo sono legati per anni, in attesa di una risposta da parte delle autorità svizzere. Risposta dalla quale dipende tutto, molto spesso lo stesso diritto alla vita, rendendo quindi ancora più gravosa l’attesa. Nel frattempo, gli asilanti sono costretti a vivere con pochi franchi al giorno, stipati all’inverosimile in appartamenti d’emergenza, col divieto sia di lavorare che di seguire una formazione, senza possibilità di spostarsi e con il continuo terrore di essere incarcerati, solo ed unicamente per mancanza di documenti validi.

L’azione diretta delle compagne e dei compagni di Lucerna ha il merito di inserire la “questione migrante” all’interno di una dinamica di conflittualità sociale concreta. Allo stesso tempo l’occupazione momentanea di uno spazio altamente simbolico ha non solo il merito di ricusare in toto le politiche messe in atto dalle istanze borghesi della Confederazione, ma anche quello di identificarle indirettamente come parte fondamentale del problema.
Queste forme d’intervento politico militante vanno valorizzate, nella misura in cui portano avanti un discorso di rottura rispetto alla retorica “dirittoumanitaria” tanto cara a certe frange delle sedicenti democrazie liberali: Non si tratta oggi di mendicare degli aiuti più o meno ingenti in un’ottica puramente assistenzialista. Si tratta di intervenire quotidianamente nell’edificazione di un’alternativa radicale, capace di mettere in discussione le cause stesse della miseria che troppo spesso è alla base della condizione migrante; siano esse identificabili nello sfruttamento della “periferia” da parte del “centro” industrializzato all’epoca della globalizzazione capitalista dei mercati, oppure all’imperialismo che questo modello di sviluppo comporta.
E’ in questo senso che gli eventi tragici descritti qui sopra possono essere considerati come dei tentati omicidi. E’ in questo senso che ad una “carità” statale è necessario rispondere con una solidarietà internazionalista.

Il Collettivo Scintilla si unisce a tali rivendicazioni perché nessun essere umano è illegale! Da Brescia a Lucerna e in ogni luogo, permessi subito!

Per una solidarietà senza frontiere: organizzarsi e lottare.

Riflessioni sul voto del 9 febbraio: i limiti di una lettura razzista e l’esigenza di una risposta internazionale di classe

Il 29 novembre 2009, gli elettori svizzeri accettavano l’iniziativa popolare : “Contro la costruzione di minareti”. Questa iniziativa, destinata ad avere ampio risalto nelle testate giornalistiche di tutta Europa, iscriveva nella Costituzione Federale l’esplicito divieto di edificazione delle caratteristiche “torri” dalle quali i muezzin sono soliti chiamare alla preghiera i fedeli mussulmani. All’epoca della votazione esistevano in Svizzera, ed esistono tuttora d’altronde, quattro moschee provviste di minareto, nessuna delle quali eseguiva appelli pubblici alla preghiera.

L’iniziativa venne approvata contro ogni previsione. Portata avanti dalla sola Unione Democratica di Centro (UDC)[1] contro il parere di tutte le altre formazioni politiche e autorità istituzionali, fu salutata dalla destra xenofoba autoctona e straniera come il trionfo della volontà popolare e della democrazia (semi)diretta: Il popolo, di nuovo sovrano, rispondeva alla “minaccia” dell’”islamizzazione” e dell’inforestieramento, utilizzando lo strumento del voto per imporre il proprio volere ad un esecutivo giudicato troppo tollerante e passivo. Il fatto che quest’iniziativa fosse chiaramente contraria al diritto internazionale e, in particolare, alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo non ha per nulla frenato gli elettori. Anzi, la volontà di dimostrare che i limiti “imposti” dal diritto internazionale potessero essere prevaricati dalla volontà popolare fu probabilmente proprio uno stimolo a votare per l’iniziativa.

A poco più di quattro anni da quel voto, il 9 gennaio 2014, gli elettori svizzeri si sono trovati davanti a una situazione per molti versi analoga. Una nuova iniziativa lanciata in solitario dall’UDC (con l’appoggio marginale dei leghisti ginevrini e ticinesi), contro tutti gli altri partiti, con manifesti minacciosi e esprimendo la volontà di “fermare l’immigrazione di massa”. L’iniziativa, chiaramente contraria all’Accordo sulla libera circolazione delle persone tra la Svizzera e l’Unione europea, prevede il ritorno di contingenti che dovrebbero limitare il numero d’immigrati, richiedenti d’asilo compresi, e lavoratori frontalieri. Anche questa volta, grazie anche a una campagna massiccia finanziata da miliardari zurighesi del partito di estrema destra, a stretta maggioranza gli elettori svizzeri hanno accettato la proposta.

Nei giorni successivi, molti si sono posti sul piano della continuità analitica con l’iniziativa sui minareti, considerando che la Svizzera starebbe sprofondando sempre di più in una spirale isolazionista di matrice xenofoba, chiudendosi a riccio per difendersi dalla minaccia incarnata per “l’Eldorado elvetico” di orde di stranieri delinquenti e senza scrupoli. Straniero che, considerato responsabile della distruzione del tessuto sociale del paese, sarebbe all’origine della deriva razzista che sempre più spesso si riflette nelle urne.

Non è certo nostra intenzione negare l’esistenza di tali dinamiche, e in questo senso lo sciovinismo è senza dubbio una delle caratteristiche più marcate della formazione politica alla base dell’iniziativa e dei discorsi di quelle voci che si sono alzate individualmente, dalla destra alla socialdemocrazia, a sostenere l’iniziativa. Nonostante ciò, centrarsi esclusivamente su questo aspetto della questione, dipingendo un conflitto tra una mezza svizzera aperta e multiculturale e un’altra metà, prevalentemente svizzero-tedesca e ticinese, chiusa e razzista, rischia di semplificare oltremodo le dinamiche strutturali complesse all’origine del risultato di quest’ultima votazione: Il semplicismo analitico che rasenta l’imbecillità e la più totale mancanza di un’analisi sistemica della situazione[2] non fanno altro che portare acqua al mulino delle destre reazionarie di cui sopra. Continue reading Riflessioni sul voto del 9 febbraio: i limiti di una lettura razzista e l’esigenza di una risposta internazionale di classe

Espellere il razzismo, non il giovane Arlind!

Volantino per arlind

Volantino distribuito nell’ambito della campagna in solidarietà con il 17enne kossovaro Arlind Lokaj, minacciato di espulsione verso il Kossovo. L’importante mobilitazione popolare ha finalmente piegare le autorità che sono ritornate sulla loro decisione e hanno sospeso l’espulsione.

Per più informazioni :

https://www.facebook.com/pages/No-allespulsione-di-un-ragazzo-innocente/370199446449253?fref=ts

La lotta paga.