8.04 // POLITICA MIGRATORIA E DIRITTO AL LAVORO

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Ci permettiamo di riportare le parole del compagno Diego, pronunciate durante la manifestazione dell’8 aprile “vogliamo vivere e lavorare in un Paese democratico”.

 

Buenas tardes a todas y todos
Buona sera a tutte e tutti

È un piacere per me poter essere qui con voi. Poter parlare ed esprimermi rappresenta una piccola vittoria personale in un posto dove sono condannato all’anonimato, a non esistere. È un piacere essere qui insieme a persone ch, che partecipano, insieme a gente che è da parte dei diritti umani e non dei “diritti” che determina il capitale, che è dalla parte della giustizia sociale e non della “giustizia” che impone l’economia.

Mi chiamo Diego, il mio nome è importante, com’è importante il nome di ogni migrante. È importante perché non siamo braccia per lavorare, né un misero permesso. Il nome è il primo pilastro dell’identità, avere un nome significa riconoscere che quello che abbiamo davanti è una persona come tutti voi, con figli, famiglia e sogni.

Sono un lavoratore migrante disoccupato, ho 24 anni e faccio parte dello esercito di riserva del capitale. Sono emigrato in Svizzera 4 anni fa e fin ora tento di SOPRAVVIVERE in questo cantone, e rimarco sopravvivere. Perché una cosa è tener duro giorno dopo giorno per arrivare alla fine del mese è un altra ben distinta è vivere.

Emigrare è drammatico. Perché è drammatico accettare che la tua casa, la tua vita, la tua gente saranno differenti d’ora in poi. Accettare questo cambiamento e un percorso molto lungo che dura da anni e che io personalmente dopo 4 anni non ho ancora risolto.

Per farvi capire vi dico solo che io sono venuto qua per amore.
Sono arrivato in Svizzera senza permesso (turista). sono rimasto illegalmente finche ho trovato un lavoro estivo di vari mesi che mi ha permesso avere il permesso L (Finito il lavoro, finito il permesso), tornando di nuovo nella stessa situazione d’illegalità. Cosi son passati due lungi anni. Dopo questi anni senza lavoro e permesso sono dovuto tornare in spagna separandomi della mia compagna e sapendo che rimanere in Spagna non aveva senso. Per normalizzare la situazione ho richiesto un permesso B senza attività lucrativa. Per averlo devi farti avvallare con 2000 franchi al mese da un garante e firmare immediatamente numerosi documenti che tra ‘altro mi obbligavano a non chiedere mai un sussidio o aiuto. Per questo non ho mai chiesto quello di malattia, anche se lavoriamo per una miseria e non arriviamo a fine di mese per paura a vedere la revoca del nostro permesso di soggiorno.

Il b senza attività lucrativa ti permette di lavorare solo 12 ore a settimana, questo ti spinge a lavorare in nero, perche il resto delle ore non le puoi dichiarare, o dall’altra parte a non trovare lavoro perché il padrone onesto normalmente ha bisogno di più ore.

Per avere il tanto desiderato e ancora nelle mie mani permesso B normale dovevo trovare qualcuno che volesse assumermi per un anno, né 3 mesi né 6 né 11 e mezzo. Un anno. Io vi chiedo: chi assume una persona straniera a priori con un contratto di un anno? Nessuno. Dimostrando che questo requisito serve solo per impedirci di risiedere e lavorare in svizzera.

Ho avuto fortuna con una persona che mi ha fatto un contrato di un anno e ho lavorato esattamente un anno, ricevendo il permesso ma perdendo il lavoro giacche era a termine. Non era il lavoro che volevo fare era l’unico lavoro che potevo fare

4 anni ci sono voluti per normalizzare la mia situazione in questo paese e per fortuna sono nato in Europa e se venisse da più lontano? 4 anni di grosse sofferenze, alcune non posso raccontarle pubblicamente in questa sala, 4 anni di precarietà, di disperazione di paura a essere espulso, persino un incidente nel quale quasi perdo la mano destra.

Viviamo al limite, con il minimo, senza nessuna prospettiva di futuro, senza sapere cosa sarà di noi settima prossima. Senza sapere se finiremo dall’altra parte della ramina o in un programma occupazionale a lavorare gratis, se finiremo in una fabbrica come quella del signor Siccardi (medacta internacional) per 2000 franchi al mese a turno e sotto terra come mi hanno offerto. Viviamo con la paura di partecipare politicamente, viviamo al margine della società, senza lavoro o con appena risorse economiche non possiamo fare una vita normale. Andare al bar a prendere un caffe diventa un lusso. Vediamo come la società avanza con una marcia molto più forte della che noi possiamo avere, rimanendo sempre indietro e indietro, rinchiusi a casa, rinchiusi nei nostri problemi, senza esistere. Come vogliono che ci integriamo se continuamente siamo messi da parte in qualunque ambito. In piu con l accusa di essere ladri e approfittatori quando in realtà diamo molto di più di quello che riceviamo.

Ora mi trovo in un momento critico, da 8 mesi disoccupato dopo aver lavorato a tempo pieno per 2300 franchi e con la compagna che non lavora più al cento ma a meta tempo. Se non troverò lavoro in questi 4 mesi che mi rimangono ancora di diritto probabilmente sarò espulso.
Dovrò andare io ma anche la mia compagna svizzera, ci espelleranno entrambi direttamente o indirettamente. Una storia in più da aggiungere al lungo elenco della vergogna della politica migratoria svizzera e delle leggi che riguardano l’intero nostro collettivo.
Ho due mani, sono giovane, ho formazioni accademiche, esperienza, lingue…che sistema è questo dove non celavoro? Che sistema è questo dove la mia unica speranza è aspettare che il lavoro cada dal cielo qualche giorno? E se trovo il lavoro cosa succede con tutti gli altri? Lavorare è vivere, senza lavoro non c’è vita.

Non vogliamo compassione, vogliamo diritti e rispetto. Quello che ci sta capitando non è per sfortuna o perché dio l’abbia voluto, ha dei responsabili ben definiti nel paese di origine e quello di accoglienza e una popolazione complice.

Al migrante che ha fame lo si da da mangiare ma lo si vieta di lavorare per mangiare, al migrante li si da un aiuto economico ma li si impedisce accedere a una salario giusto. Questo non funziona, perché allora per lavorare, mangiare, vivere, dipenderemo sempre di qualcuno e non volgiamo questo rapporto schiavo. Vogliamo avere diritti come tutti gli alti perche è giusto e perche è l’unico modo per vivere liberi ed emancipati.

Chi pulisce?, lavora con anziani?, costruisce case, scava gellerie o spegne incendi?. Sono la maggior parte migranti. Persone che sono trattate come di seconda categoria per non dire a volte come animali. Non siamo venuti qua a rubare il lavoro e la casa a nessuno, prima perché il lavoro non è proprietà di nessuno e secondo perché è un diritto fondamentale del quale dovrebbe godere ogni essere umano.

Siamo ¼ della popolazione svizzera, non siamo una minoranza, siamo un pilastro fondamentale, siamo i vostri vicini, amici, i vostri lavoratori, il vostro futuro.

l’integrazione è un tema decisivo se si vuole costruire una società forte ed equilibrata.
Non possiamo pretendere dare una festa nella quale alcune persone sono sedute agli angoli, zitte, sole, senza risorse e con diritto a rimanere nella festa ma non a sedersi a tavola.

L’integrazione io credo sia come un albero. Se la terra non è buona noi, il seme, non cresceremmo o cresceremmo deboli e storti senza dare mai i pregiati frutti tanto aspettati che potremmo godere tutte e tutti. La terra dove crescono i buoni semi bisogna curarla, concimarla, ararla. Che non vi ingannino dicendo che se non ci integriamo è solo colpa nostra quando pretendono che mettiamo le radici nell’asfalto.

L’integrazione è riuscire a vivere tutte insieme essendo diversi, in armonia, in parità di obblighi ma soprattutto di opportunità.

Non possiamo accettare che fra operai e operaie ci incolpiamo delle nostre miserie, della mancanza di opportunità, delle ingiustizie delle proprie vite quotidiane. I veri colpevoli sono sopra, seduti in poltrone di consigli d’amministrazione, di banche, di alcuni partiti politici. Loro come noi non hanno patria, ma la loro patria non sono le persone, la loro patria sono i soldi.

Vorrei finire parafrasando al CAMARADA SALVADOR ALLENDE che diceva: LA HISTORIA ES NUESTRA Y LA HACEN LOS PUEBLOS: io vi chiedo di scrivere insieme una pagina che potremmo far leggere a tutti gli altri, fieri di sapere che quello che non volevamo per noi non l’abbiamo voluto per gli altri.

Vi chiedo di non chinare mai la testa davanti agli attacchi fascisti e xenofobi, fatelo per noi, per i vostri figli, per il futuro, per voi stessi

Preferisco essere espulso, andar via o non arrivare alla fine del mese che chinare la testa. Perche l’ultima cosa che voglio farmi rubare è la dignita come essere umano e l’ultima cosa che vorrei vendere sono le idee nelle quali credo

Come si dice dalle mie parti :

NO PASARAN !

1.03 // MORTE ACCIDENTALE DI UN MIGRANTE

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“Io non credo nei confini, nelle barriere, nelle bandiere. Credo che apparteniamo tutti, indipendentemente dalle latitudini e dalle longitudini, alla stessa famiglia, che è la famiglia umana” (Vittorio Arrigoni)

In questi giorni si è esaurito l’ennesimo dramma che ha insanguinato le coscienze di tutti noi: un ragazzo, probabilmente per evitare i controlli e riuscire ad attraversare quella maledetta frontiera che distrugge i sogni di chi arriva pieno di speranze, è rimasto folgorato contro i cavi della ferrovia ed è morto.
L’ennesimo morto, l’ennesima strage che la fortezza Europa si porta sulla coscienza.
Il flusso migratorio che specialmente in quest’ultimo anno ha interessato le coste europee non è frutto di una casualità, non è frutto della cupidigia dei migranti accorsi in massa per rubarci casa e lavoro. È frutto – invece – di secoli di sfruttamento e di guerre che il capitalismo ha creato e rimpolpato negli anni, per derubare le risorse naturali e sfruttare il capitale umano, distruggendo prospettive e futuro di intere generazioni.
Dopo aver esportato guerra e terrore in nome di profitto e sviluppo, l’Occidente volta ora le spalle alle masse di persone che sono costrette all’esilio. Per gestire quella che è stata definita come un’ “emergenza migranti”, gli Stati europei hanno proceduto a una vera e propria militarizzazione dei territori, hanno innnalzato barriere e presidiato i confini immaginari con energumeni in divisa a cui è stato arrogato il diritto di decidere chi è meritevole di accoglienza e chi no. Se nella maggior parte dei casi i muri hanno impedito la mobilità a tutte le persone migranti, in altre occasioni sono state introdotte categorie arbitrarie e classificazioni frutto delle ennesime menzogne. Infatti, secondo l’infame mentalità che si è creata – e che si ritrova anche spesso e volentieri nei discorsi della socialdemocrazia – solo chi è bombardato da mattina a sera ha – forse – il diritto a ricercare una vita migliore. Chi invece non ha nulla, nemmeno la speranza di un futuro in quanto il sistema capitalista l’ha spogliato di qualunque opportunità, è un migrante economico, un clandestino, e quindi dev’essere rispedito da dove è arrivato. Magari facendogli prima pagare il prezzo dei Centri di identificazione ed espulsione, dove violenze, torture e soprusi sono all’ordine del giorno.
Il capitalismo ha da sempre negato la possibilità di costruire un futuro di giustizia, libertà e autodeterminazione alle popolazioni vittime dell’imperialismo degli Stati occidentali e dei giochi di potere internazionali: l’ha fatto e lo fa tuttora massacrando con le bombe e con la creazione d’instabilità politiche oppure trucidando con povertà e devastazione dei territori. Per questa ragione non è possibile dividere, classificare o discriminare in nessun modo la dignità delle persone migranti e il loro diritto alla libertà di movimento.
Ancora una volta appare chiaro come lo Stato e il suo sistema economico capitalista abbiano interesse a sfruttare le disgrazie di alcune loro vittime per seminare odio fra le persone, nascondendo dietro a queste guerre fratricide l’unico vero artefice delle tragedie che quotidianamente viviamo sulla nostra pelle: il capitalismo stesso, questo sistema assassino basato sullo sfruttamento e che ogni giorno si lascia alle spalle una lunga striscia di sangue. L’unica soluzione è debellarlo fino alle radici, e per farlo ogni mezzo è legittimo e necessario.

CON CHI SCAPPA DA GUERRA E POVERTÀ, CONTRO LE FRONTIERE E IL CAPITALISMO, ORGANIZZARSI E LOTTARE

11.01 // PER UN TICINO SOLIDALE E ANTIRAZZISTA

Negli ultimi anni il Ticino sta sprofondando sempre più in un clima di razzismo e ignoranza, declinato sotto diverse forme e aspetti. In un susseguirsi sempre più importante e violento di parole e azioni, si stanno toccando apici di intolleranza e qualunquismo inammissibili. Questa settimana, abbiamo tutti potuto fruire dell’ultimo gesto di tale serie infinita, quando in un impeto di incredibile codardia alcuni anonimi hanno affisso degli striscioni contro i rifugiati nei comuni di Preonzo e Moleno.

Sono momenti complicati per ciò che compete la migrazione, ma bisogna essere all’altezza come società di agire in difesa dei diritti umani, per un futuro di apertura e solidarietà.
Il Collettivo Scintilla ritiene dunque che la misura sia colma, che non esiste solo questa faccia del Ticino, intollerante e razzista, e che la resistenza in questo clima di fanatismo, dove tutto ciò che è diverso è sbagliato e va quindi debellato e distrutto, sia un dovere.

 

Contro il razzismo e la xenofobia, per un Ticino aperto e solidale, organizzarsi e lottare

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15.12 // ANTIRACUP TICINO: RACCOLTA DI SCARPE

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Raccolta di scarpe da calcio (39-44), coperte e vestiti pesanti per il Centro di Prima Accoglienza di Rebbio (Como); dove lavorano volontari sia italiani che svizzeri, nonché gli stessi migranti, per far fronte alle mancanze legali, di alloggio, di salute e di generi di prima necessità che subiscono i migranti bloccati all’esterno della frontiera elvetica.

Il Centro di Prima Accoglienza di Rebbio, già dalla scorsa estate, si trova in una situazione critica; poiché i beni di prima necessità scarseggiano, mentre la richiesta è in continuo aumento.
La struttura accoglie molti minori non accompagnati, i quali trovano sostegno e aiuto nel risolvere la propria situazione di emergenza; continuando, comunque, ad essere liberi di entrare ed uscire come preferiscono, poiché non hanno commesso nessun reato e il solo status di migrante non significa assolutamente mancanza di dignità.
Accanto al Centro di Prima Accoglienza c’è un campo di calcio a disposizione dei migranti, purtroppo per poter giocare mancano le scarpe adatte. Lo sport popolare, in questo caso il calcio, arricchisce sempre chi lo pratica e chi lo sostiene; quindi permettere a questi ragazzi e ragazze di disputare delle partite calcistiche significa poter creare dei momenti di svago, di scambio, di solidarietà e di aggregazione sia per i migranti che per il resto della popolazione.
Per questo motivo lanciamo un appello tramite l’Antiracup Ticino: raccogliamo quante più scarpe da calcio possibile!

In attesa della trasferta amichevole oltreconfine dell’Antiracup Ticino, vi segnaliamo i quattro punti di raccolta:

Locarnese: telefonare allo 076 693 28 04 (Eloa) oppure allo 079 757 47 44 (Clara)

Bellinzonese: inviare sms o messaggio Whatsapp allo 078 876 87 17 (Riky)

Mendrisiotto: telefonare allo 079 795 76 91 (Diego)

Creiamo reti solidali, modi di agire che costruiscano potere popolare e metodi capaci di far fronte al sistema capitalista e alle frontiere di questa Europa fascista e disumana. Dobbiamo pensare globalmente e agire localmente!

 


CONDIVIDETE NUMEROS*! AMA IL CALCIO, ODIA IL RAZZISMO
CONTRO I MURI E LE INGIUSTIZIE: SOLIDARIETÀ!

13.09 // PRATICHE D’ANTIFASCISMO MILITANTE: CONSIDERAZIONI SULLA MANIFESTAZIONE ANTIRAZZISTA TENUTASI A CHIASSO L’11 SETTEMBRE

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Ora che si stanno calmando un po’le acque e dopo che la stampa locale non ha perso un minuto per aizzare la popolazione contro i cosiddetti no borders e per gridare allo scandalo per un paio di petardi, riteniamo opportuno condividere qualche considerazione sulla manifestazione di Chiasso.

Domenica 11 settembre più di 600 persone hanno manifestato contro il razzismo ed espresso la loro solidarietà con i migranti bloccati alla stazione di Como S. Giovanni. Il corteo, composto da solidali di ogni età provenienti da diverse aree politiche e geografiche, si è formato verso le 14 nei pressi dello stadio comunale ed è poi proseguito per le strade della città. Durante il percorso sono stati contestati diversi luoghi-simbolo della criminalizzazione dei migranti (la stazione FFS, la dogana, il posto di polizia, il Centro di Registrazione e di Procedura, ecc.). Soprattutto nei pressi di questi luoghi sono state effettuate delle scritte sui muri, affissi dei manifesti e lanciati dei petardi. Non si è tuttavia mai entrati in contatto diretto con le forze antisommossa. Durante tutto il percorso sono stati inoltre scanditi a gran voce slogan antifascisti e solidali, distribuiti materiali informativi, lette ad alta voce le rivendicazioni dei migranti bloccati a Como e tenuti diversi discorsi contro il regime migratorio svizzero e le frontiere.

Durante il corteo si è ribadito che le frontiere sbarrate a Chiasso sono il frutto di un’ondata di razzismo fomentato a fini politici che oggi caratterizza tanto il Ticino e la Svizzera, quanto l’Europa e l’intero mondo occidentale. Quella stessa Svizzera (e quello stesso occidente) le cui aziende esportano armi e saccheggiano risorse naturali provocando e alimentando guerre e sfruttamento in molti paesi di provenienza delle persone bloccate alla stazione di Como San Giovanni e in altri punti d’ Europa.

Si è inoltre più volte sottolineato che i container della Caritas che si stanno costruendo a Como per i migranti non fanno che peggiorare la situazione. Per i migranti  essi non significano altro che ulteriore isolamento, criminalizzazione, controllo e perpetuazione delle sofferenze. Più che carità i migranti necessitano il riconoscimento dei loro diritti e della loro libertà di movimento!

Le forze dell’ordine erano presenti in gran numero e hanno blindato la stazione e la dogana. Così facendo esse hanno dimostrato ancora una volta da che parte stanno: dalla parte di quegli apparati che ogni giorno si rendono responsabili della criminalizzazione di centinaia e centinaia di persone (colpevoli soltanto di volersi lasciare alle spalle guerra e miseria) e della violazione di plurimi diritti umani (violazioni denunciate dall’ASGI e da FIRDAUS in un rapporto pubblicato a fine agosto).

Nelle ore immediatamente successive alla manifestazione la polizia svizzera ha effettuato una quindicina di fermi e arrestato tre compagni italiani. Questi arresti sono una provocazione da parte delle forze dell’ordine per provare a dividere il movimento in “buoni” e “cattivi” e per diffondere il mito dell’intrusione di facinorosi dall’estero responsabili della rottura della pace sociale che altrimenti caratterizza la placida quotidianità elvetica. Questi arresti, inoltre, dimostrano ancora una volta come l’obiettivo sia quello di criminalizzare il sempre più grande movimento no border e distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalla portata politica del corteo di domenica 11 settembre, dato dalla denuncia della chiusura delle frontiere e delle violenze poliziesche e strutturali ai danni dei migranti.

Come parte del movimento, noi ci auguriamo che la placida quotidianità elvetica venga scossa più spesso da simili mobilitazioni. In un clima dove il razzismo si diffonde a macchia d’olio è importante organizzare risposte solidali e ribadire le pratiche dell’antifascismo militante sulle strade. Ciò acquista maggiore importanza alla luce delle recenti mobilitazioni fasciste a Como.

Ai paladini della legge comparsi in questi giorni sui social vogliamo dire che finché ci saranno vite che valgono e vite che non valgono, finché ci saranno degli inclusi e degli esclusi, finché la società sarà divisa in sfruttati e sfruttatori, fino ad allora la democrazia e la legalità di cui essi si fanno portavoce resta un gioco truccato a cui è lecito non voler partecipare. Inoltre, se questi personaggi si scandalizzassero anche solo un quarto di quanto si scandalizzano per un paio di petardi di fronte alla situazione disumana in cui sono costretti a vivere i migranti o per i continui tagli al sociale, vivremmo già da un pezzo in un mondo migliore!

Solidarietà e complicità con i/le compagni/e arrestati/e! Liber* Tutt*!

CON TUTTI I MIGRANTI SOLIDARIETÀ – FUORI I RAZZISTI DALLE CITTÀ!

LE FRONTIERE DIVIDONO – LA LOTTA UNISCE!

02.09 // QUANDO L’INGIUSTIZIA DIVENTA LEGGE, LA RESISTENZA DIVENTA DOVERE

La questione dell’agire nella piena legalità, troppo spesso viene ritenuta una questione imprescindibile, senza la quale non si entra nemmeno in discussione di una qualsivoglia azione o idea.
Questo è un grosso limite, che fin dalla nostra infanzia, ci viene inculcato senza margine di dissenso. Le regole son regole e non si discutono: un dogma.
Il fatto è che la legalità non fa rima per forza di cose con giustizia. Il nostro apparato legale non è “opera divina”, bensì lo specchio dei principi su cui si basa il pensiero dominante di una società qui e ora.
Con ciò non si sta dicendo che tutte le leggi siano ingiuste, ma solamente, che i margini da esse date non sono per forza basate su principi di uguaglianza e giustizia sociale, in quanto la nostra società è colma di discriminazioni verso chi ha meno mezzi o chi si trova in una situazione diversa dalla media.
Si arriva così a vivere situazioni (sia in prima persona che no) che per forza di cose si scontrano con quanto legiferato e che non hanno soluzione altra se non nell’illegalità, perché sono proprio le regole che gli stati stessi si danno a causare situazioni invivibili e inaccettabili. Non si sta parlando evidentemente della bravata di un ragazzino, bensì di scelte difficili, a volte con possibili pesanti conseguenze, ma che sono per molti l’unica possibilità.

Tanti dei diritti conquistati, non sarebbero mai stati ottenuti agendo nei margini della legge: basti pensare a chi si è opposto all’apartheid in Sudafrica, a chi ha combattuto il nazifascismo, alle varie conquiste dell’indipendenza delle popolazioni degli Stati che furono colonizzati… Per quanto riguarda la Svizzera: gli scioperi e le mobilitazioni (anche soffocati nel sangue, come lo sciopero generale del 1918) che ci hanno portato a ottenere diritti come la pensione, le assicurazioni in caso di infortuni o malattia, le “8” ore di lavoro,…oppure di tutti quei cittadini che hanno rischiato e si sono impegnati per far passare le famiglie di ebrei e gli oppositori politici ai regimi nazifascisti durante la Seconda guerra mondiale, quando il Consiglio federale adottò il respingimento sistematico al confine (1942, quando le notizie degli stermini protratti dalla Germania nazista erano già più che note).

Oppure uno degli esempi più recenti nel tempo: negli anni ’70, migliaia di svizzeri, fra cui centinaia di ticinesi, sono stati “passatori” di esuli cileni che fuggivano dalla dittatura sanguinaria di Pinochet e che si sono visti rifiutare l’entrata legale in Svizzera. Attraverso il movimento “Azioni Posti Liberi”, questi svizzeri hanno sfidato l’autorità elvetica e le sue leggi, quelle stessi leggi di cui oggi tutti si riempiono la bocca, anche chi dovrebbe ricordarsi di un passato non troppo lontano. Eludendo e violando queste leggi, centinaia di ticinesi hanno pagato il viaggio, fatto attraversare illegalmente il confine e ospitato nelle loro case centinaia di compagne e compagni cileni. Salvando loro la vita.

Quando l’ingiustizia diventa legge, ribellarsi è un dovere. Il nostro sostegno va a tutte le persone che di fronte a un’ingiustizia non possono e non vogliono girarsi dall’altra parte. Riempirsi la bocca di tante belle parole, ma ritrarsi appena qualcosa mette in pericolo la comoda sedia di broccato su cui da troppo tempo si è seduti, ormai dimentichi della vera ragione per la quale si fa politica, non fa onore a nessuno e rende evidente il fallimento di un partito ormai ideologicamente decadente, che fa del legalismo ossequioso il suo unico vanto.

I migranti e le migranti di oggi, sono i compagni e le compagne cileni di ieri. Si è lottato ieri, si lotta oggi e si lotterà domani, perché i nostri sogni non saranno fermati né da confini immaginari né da leggi ingiuste istituite da uno Stato capitalista e borghese.

CONTRO MURI E IPOCRISIA, ORGANIZZARSI E LOTTARE.

20.9 // LIBERTÀ PER MEHMET, LIBERTÀ PER TUTTI I PRIGIONIERI POLITICI

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Dopo essere stato imprigionato e torturato nel suo Paese, Mehmet Yesilçali ha ottenuto lo status di rifugiato politico in Svizzera.
Mehmet è un militante della Confederazione dei Lavoratori di Turchia in Europa (Atik), organizzazione sindacale criminalizzata dalla macchina repressiva di Erdogan, ma assolutamente legale alle nostre latitudini.
Agendo in qualità di cane da guardia del governo turco, “l’umanissima” Germania ha agito su mandato di quest’ultimo, giungendo all’arresto di 12 compagni turchi sul territorio europeo.
Fra questi Mehmet, accusato di aver preso parte a cinque riunioni dell’opposizione turca su suolo tedesco, senza che la benché minima prova di un’attività illecita sia stata avanzata dal procuratore pubblico.
Dallo scorso mese di aprile Mehmet è incarcerato a Friborgo. Il 19 giugno, in violazione della convenzione di Ginevra, della pratica giuridica elvetica, del diritto internazionale e di tutti gli altri strumenti istituzionali di cui la Svizzera è una fervente sostenitrice, il Dipartimento Federale di giustizia e polizia ha deciso di estradare il militante turco verso la Germania, senza passare per i tribunali nazionali.
Le ragioni per le quali Mehmet ha ottenuto lo statuto di rifugiato politico sono oggettivamente le stesse ragioni per le quali oggi s’intende procedere alla sua estradizione.

Indipendentemente dalla legittimità giuridica di tali azioni, questo fatto ci mostra come la presunta neutralità elvetica non sia altro che un ipocrita specchio per allodole, destinato a mantenere intatta la pretesa verginità politica di uno Stato che strutturalmente si colloca dalla parte sbagliata della lotta di classe, agendo come alleato oggettivo dell’imperialismo.

Libertà d’autorganizzazione politica per i rifugiati, i migranti, per TUTTI.
Solidarietà alle compagne e ai compagni turchi.
Solidarietà a tutte le minoranze oppresse di Turchia.
Liberare Mehmet, liberare TUTTI i prigionieri politici.

25.06 // GLI SFRUTTATI NON HANNO FRONTIERE

Corteo

 

Il 15 giugno 2015, centinaia di migranti e manifestanti ginevrini sono scesi nelle strade per denunciare le condizioni inaccettabili in cui i richiedenti l’asilo sono costretti a vivere nella facoltosa e poco ospitale terra elvetica. Motivo specifico del contendere, il fatto che in Svizzera, i migranti, a causa della presunta penuria di strutture d’accoglienza, siano spesso obbligati a vivere nei bunker antiatomici disseminati per le città e le campagne, molti metri sotto terra, senza aria fresca né luce solare. A Ginevra, dove gli uffici vuoti abbondano e dove la caserma dei Vernets rimane praticamente abbandonata, una quarantina di migranti, risiedenti nel Foyer des Tattes, avrebbero dovuto essere trasferiti in questi bunker della Protezione Civile. In risposta a questa decisione e grazie al sostegno determinato e organizzato dei militanti locali, la Maison des Arts du Grütli è stata occupata da migranti e dalla popolazione solidale, al fine di spostare l’attenzione su questa deprecabile maniera d’agire, in linea con la politica d’accoglienza indegna messa in atto in Svizzera. I fatti di Ginevra sono solo un esempio tra molti altri, che colgono rilevanza mediatica solo grazie all’intervento politico determinato e alla risposta popolare. A Losanna, la chiesa Saint Laurent è stata occupata da due mesi da cinque richiedenti l’asilo etiopi ed eritrei che, secondo gli assurdi accordi di Dublino, dovrebbero essere rimandati come pacchi postali nel primo Paese che li ha accolti, in questo caso l’Italia, le cui strutture sono inadatte e insufficienti per far fronte alla crescente pressione migratoria di questi ultimi mesi. La politica svizzera, che in altre occasioni si dimostra poco conciliante verso l’Unione europea, accetta con inusitato cinismo di sottostare a queste regole, fornendo prova della scarsa solidarietà e umanità che la contraddistingue da sempre.

Politiche d’accoglienza indegne e indifferenza cinica e spesso feroce sono quanto caratterizzano il pensiero predominante svizzero, mentre a poche centinaia di chilometri da noi, uomini, donne e bambini, per scappare da miseria e guerre, intraprendono terribili viaggi della speranza, che molto spesso hanno fini tragiche. Criminalizzati, maltrattati, molto spesso espulsi: queste le condizioni in cui devono vivere i pochi migranti che riescono a raggiungere la Svizzera, rei solamente di cercare un futuro migliore, scappando da Paesi depredati dall’Occidente e dilaniati da guerre imperialiste organizzate e finanziate dalle borghesie occidentali. Mentre imprese e banche svizzere approfittano di queste ricchezze, nascondendo i soldi di dittatori e criminali, e sfruttando le materie prime frutto del saccheggio, queste ultime pretendono di costruire muri per tenere lontana la miseria da loro generata.

Nel primo trimestre del 2015, solo a 1’670 persone è stato accordato l’asilo in Svizzera, mentre 3’320 sono state rifiutate e 2’633 migranti sono stati rinviati secondo gli Accordi di Dublino: queste le desolanti cifre che si possono leggere nelle statistiche della Segreteria di Stato della migrazione, dove si evince che, a differenza degli strepitanti proclami politici che allarmano su un’immaginaria invasione, la politica d’accoglienza svizzera è più risicata che mai.

Come Collettivo siamo vicini e solidali alla lotta di tutte e tutti i migranti, in Svizzera e all’estero, ed esigiamo il “diritto per tutti di poter restare”, la fine della criminalizzazione, dell’isolamento e della repressione. A Ginevra come a Losanna, l’organizzazione e la determinazione militante hanno permesso di impedire alcuni rinvii e di fare della situazione dei e delle migranti, i più vulnerabili tra gli sfruttati, un tema di attualità politica. Ci impegniamo a fare del nostro meglio per cogliere l’esempio e dinamizzare dinamiche analoghe in Ticino, dove il fascismo avanza e i migranti sono i primi a pagarne il prezzo.

CONTRO I BUNKER E LE FRONTIERE, PER LA SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALISTA : ORGANIZZARSI E LOTTARE

Per saperne di più:

http://www.desobeissons.ch/

https://renverse.ch/Geneve-Migrants-contre-bunkers-ca-continue-186

https://stopbunkers.wordpress.com/

30.03 // PER UNA SOLIDARIETÀ SENZA FRONTIERE

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Il Collettivo Scintilla esprime la propria solidarietà agli occupanti dell’Ufficio della migrazione di Lucerna.
Lunedì 23 marzo il gruppo “AKTION WÜRDE STATT HÜRDE” ha infatti occupato il suddetto ufficio al fine di rimarcare il disservizio delle politiche riguardanti l’asilo vigenti ora in Svizzera. Gli eventi scatenanti l’azione dei manifestanti sono stati due tentativi di suicidio da parte di asilanti all’interno di quello che dovrebbe essere il soccorso d’emergenza.
Purtroppo, i richiedenti l’asilo sono costretti, sempre di più, a vivere in condizioni disumane. La continua discriminazione e criminalizzazione nei loro confronti si aggiungono alle pessime e precarie condizioni di vita alle quali i richiedenti l’asilo sono legati per anni, in attesa di una risposta da parte delle autorità svizzere. Risposta dalla quale dipende tutto, molto spesso lo stesso diritto alla vita, rendendo quindi ancora più gravosa l’attesa. Nel frattempo, gli asilanti sono costretti a vivere con pochi franchi al giorno, stipati all’inverosimile in appartamenti d’emergenza, col divieto sia di lavorare che di seguire una formazione, senza possibilità di spostarsi e con il continuo terrore di essere incarcerati, solo ed unicamente per mancanza di documenti validi.

L’azione diretta delle compagne e dei compagni di Lucerna ha il merito di inserire la “questione migrante” all’interno di una dinamica di conflittualità sociale concreta. Allo stesso tempo l’occupazione momentanea di uno spazio altamente simbolico ha non solo il merito di ricusare in toto le politiche messe in atto dalle istanze borghesi della Confederazione, ma anche quello di identificarle indirettamente come parte fondamentale del problema.
Queste forme d’intervento politico militante vanno valorizzate, nella misura in cui portano avanti un discorso di rottura rispetto alla retorica “dirittoumanitaria” tanto cara a certe frange delle sedicenti democrazie liberali: Non si tratta oggi di mendicare degli aiuti più o meno ingenti in un’ottica puramente assistenzialista. Si tratta di intervenire quotidianamente nell’edificazione di un’alternativa radicale, capace di mettere in discussione le cause stesse della miseria che troppo spesso è alla base della condizione migrante; siano esse identificabili nello sfruttamento della “periferia” da parte del “centro” industrializzato all’epoca della globalizzazione capitalista dei mercati, oppure all’imperialismo che questo modello di sviluppo comporta.
E’ in questo senso che gli eventi tragici descritti qui sopra possono essere considerati come dei tentati omicidi. E’ in questo senso che ad una “carità” statale è necessario rispondere con una solidarietà internazionalista.

Il Collettivo Scintilla si unisce a tali rivendicazioni perché nessun essere umano è illegale! Da Brescia a Lucerna e in ogni luogo, permessi subito!

Per una solidarietà senza frontiere: organizzarsi e lottare.

SA 26.04 // REBEL MUSIC: MUSICA CONTRO LE FRONTIERE

 

REBEL MUSIC : Musica contro le frontiere.

Festival antirazzista alla sua prima edizione, organizzato dall’Associazione UN CALCIO AL RAZZISMO in collaborazione con altri collettivi e associazioni attivi in Ticino nella lotta contro il razzismo e ogni forma di discriminazione.

Sarà l’occasione di incontrarsi, di condividere materiale e esperienze, di festeggiare un Ticino diverso e i molti e molte che giorno dopo giorno lottano per costruirlo.

Il ricavato delle entrate andrà a finanziare la terza edizione dell’ANTIRACUP Ticino, che si terrà il 30 agosto 2014.

 

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