18.04 // SU SCIOPERO DELLA FAME DEI PRIGIONIERI POLITICI PALESTINESI E NO ISRAEL DAY 2017

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Lunedì 17 aprile 2017, oltre 1200 prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri israeliane hanno iniziato uno sciopero della fame a oltranza. Altre centinaia di detenuti politici si sono aggiunti a questa iniziativa e oggi, a due giorni dall’inizio della protesta, sono già 2000 i prigionieri che aderiscono all’iniziativa.

Questo sciopero si pone diversi obiettivi: denunciare le pessime condizioni in cui sono costretti a vivere i prigionieri; protestare contro la prassi della detenzione amministrativa (secondo la quale i palestinesi possono essere arrestati indiscriminatamente dai militari israeliani e messi in prigione per anni senza un motivo e senza un processo); denunciare la cooperazione di sicurezza fra l’Autorità nazionale palestinese e Israele; rivendicare l’importanza della questione dei prigionieri politici nel processo di liberazione della Palestina.

Marwan Barghuthi, prigioniero politico e fra i promotori dello sciopero, ha motivato con queste parole la necessità impellente di uno sciopero della fame a oltranza: “Uno sciopero della fame di massa, iniziato oggi, che rivendica i bisogni fondamentali e i diritti dei detenuti, nel tentativo di porre fine alla pratica della detenzione amministrativa arbitraria, torture, maltrattamenti, processi iniqui, detenzione di bambini, negligenza medica, isolamento, trattamento degradante, la privazione dei diritti fondamentali, come le visite dei familiari, e il diritto all’istruzione “. Lo stesso Barghuthi verrà a breve processato in un “tribunale di disciplina” come punizione per il suo editoriale fatto uscire dal carcere e apparso in questi giorni sul New York Times, nel quale ha spiegato la lotta dei prigionieri politici palestinesi nelle carceri israeliane e le loro richieste.

Di fronte a questo sciopero della fame, la risposta da parte di Israele non si è fatta attendere e – come al solito – non ha esitato nel manifestare una grande pochezza a livello umano e nel ribadire che l’unico linguaggio conosciuto dall’entità sionista è quello della repressione e della rappresaglia. Molti scioperanti, in particolare coloro che si sono fatti promotori dell’iniziativa, sono stati posti in isolamento e puniti con ritorsioni corporali e torture, oltre che essere privati del sale, alimento fondamentale insieme all’acqua per la protezione dello stomaco durante il digiuno. Al contempo, il ministro israeliano della Pubblica sicurezza Gilad Erdan ha ordinato la realizzazione di un ospedale militare da campo per assicurarsi che i prigionieri palestinesi in sciopero non vengano trasferiti negli ospedali civili israeliani nelle prossime settimane, quando le loro condizioni peggioreranno. Ennesima dimostrazione di come il regime di apartheid in vigore nella Palestina occupata permei ogni settore della società.

Un altro punto cruciale che si ripropone di fronte a questo nuovo caso di protesta da parte dei prigionieri politici palestinesi, è quello dell’alimentazione forzata. In passato, Israele ha già violato la volontà e il diritto dell’individuo imponendo tale pratica. In questo caso, mentre la Corte suprema israeliana ha recentemente deciso che l’alimentazione forzata dei prigionieri in sciopero della fame debba essere costituzionale, i medici israeliani si sono schierati con l’etica medica riconosciuta a livello internazionale che considera tale pratica come una forma di tortura.
Il messaggio di libertà che da lunedì si propaga dalle carceri della Palestina occupata giunge forte e chiaro in ogni angolo del mondo, dove la solidarietà con la causa del popolo palestinese si declina in molteplici forme per un unico grande scopo: la libertà dall’oppressione sionista.
Come Collettivo Scintilla siamo a fianco dei popolo che lottano con ogni mezzo necessario per la libertà e per l’autodeterminazione.
La feccia sionista, purtroppo, è attiva anche alle nostre latitudini: l’Associazione Svizzera Israele, vergognosa combriccola di sostenitori dei crimini contro l’umanità e della pulizia etnica della Palestina, ha come ogni anno previsto un incontro per celebrare (!) l’anniversario della nascita di Israele(!).

Il 28 maggio 2017, nei salotti complici del Palazzo dei Congressi a Lugano, si terrà, come ogni anno, il cosiddetto “Israel Day”. Per l’occasione l’ospite illustre sarà Tzipi Livni, ex ministra degli Esteri israeliana in carica durante l’operazione Piombo Fuso a Gaza nel 2008-09. Un personaggio triste in linea con la tradizione di questa celebrazione dello sterminio che annualmente si svolge a Lugano: dopo essersi formata come spia nei servizi segreti israeliani e aver fatto suo il credo sionista secondo cui “è giusto uccidere per il bene di Israele”, Tzipi Livni ha saputo col tempo mettere in pratica quanto appreso, tanto che la Gran Bretagna ha emesso un mandato di cattura nei suoi confronti in quanto ritenuta responsabile di Crimini di guerra.

Questo personaggio, su cui grava il peso delle 1400 persone uccise a Gaza nel 2008/09, sarà dunque presente a Lugano nell’anno in cui ricorre il 50esimo anniversario dell’occupazione militare della Cisgiordania a seguito della Guerra dei Sei Giorni nel 1967 .

Non accetteremo che questa passerella del terrore avvenga indisturbata e siamo pronti a fare da eco al grido che in queste ore si alza dalle carceri della Palestina occupata. Ogni manifestazione del mostro sionista e dei suoi interessi imperialisti va denunciata e combattuta!

Per la liberazione della Palestina e di tutti i prigionieri politici, ORGANIZZARSI E LOTTARE

 

 

05.06 // SI SCRIVE AMICIZIA, SI LEGGE APARTHEID

Il 5 giugno al Palazzo dei Congressi di Lugano si terrà la celebrazione del giorno di Israele, come ogni anno. Municipali, consiglieri di Stato e la “società bene” vi parteciperanno, come di consueto. Vi prenderanno parte elogiando la cooperazione fra popoli o l’unica democrazia del Medio Oriente. I giornalisti riporteranno. Dietro i loro sorrisi ipocriti e le loro frasi di circostanza, la realtà è però un’altra.

Lo Stato d’Israele non sorge dal nulla. Su quelle terre hanno vissuto per secoli i palestinesi, con le loro case, le loro famiglie e la loro società. In seguito, nel 1948, è arrivata la Nakba, la catastrofe: centinaia di villaggi arabi distrutti, milioni di palestinesi costretti col tempo a rifugiarsi dentro i campi profughi. Da allora sono trascorsi 68 anni. Intorno a Israele si nasce, si cresce, si ama, si muore dentro a dei campi profughi. Per una, due, tre e fra poco quattro generazioni. La Nakba non è stato un evento casuale, frutto di una catastrofe naturale avulsa da qualsiasi responsabilità umana, bensì un progetto ben ponderato di pulizia etnica, che vede un solo colpevole, il quale ha agito con la connivenza e l’appoggio degli Stati occidentali: stiamo parlando dello Stato sionista d’Israele,

Chi, fra il popolo palestinese, rimane in Cisgiordania, vive circondato da un muro, in territori che sono prigioni a cielo aperto con villaggi separati da vari checkpoint. Ogni tanto, i terreni della comunità vengono espropriati e le proprietà che vi sorgono rase al suolo per costruire nuove residenze per i coloni in arrivo. Troppo spesso, l’esercito spara e uccide impunemente, oppure incarcera ogni sospetto terrorista – bambini compresi – detenendolo in condizioni disumane, senza processo per un lungo periodo di tempo, spesso con pene ingiustificate e inumane. Gaza è un enorme prigione a cielo aperto, sovraffollata e distrutta dalle bombe dell’aviazione sionista. Del povero Davide, contro Golia, rimangono solo le macerie.

Lo Stato razzista israeliano si legittima attraverso l’orrore della Shoa. Chi si oppone al colonialismo israeliano e alle sue brutalità viene tacciato di antisemitismo. Lo stesso premier israeliano Netanyahu ha sostenuto che vi sia un legame fra la Shoa e l’oppressione della Palestina, asserendo pubblicamente che il genocidio del popolo ebraico è stato causato dai palestinesi, e non dai nazisti, mistificando la storia del suo stesso popolo, nel tentativo di giustificare gli orrori che ogni giorno sono compiuti in Palestina. Noi però siamo coscienti che Israele non rappresenta gli ebrei: uno è uno Stato, l’altra una confessione. Esistono ebrei e israeliani sensibili e coscienti che si rifiutano di servire l’esercito o si battono pubblicamente a fianco dei palestinesi per la fine del colonialismo, pagando un caro prezzo le loro azioni.

In tutto questo, il ruolo dell’Occidente resta fondamentale: complice, silente nel migliore dei casi oppure attivo, degli orrori compiuti in Palestina, in quanto a tutti fa comodo avere Israele quale cane da guardia degli interessi del capitalismo nella polveriera che è il Medio Oriente.

Yaakov Peri, il deputato della Knesset invitato come ospite d’onore durante la giornata che celebra l’amicizia con Israele, è il volto rispettabile dei nuovi carnefici. Parlamentare di centro, all’opposizione rispetto al governo, è stato a capo dei servizi segreti accusati di crimini di guerra. Inoltre, ha proposto una task-force contro il movimento d’opinione non violento BDS (boicotta, disinvesti e sanziona). Dietro alla sua immagine presentabile, si cela tutto il marcio delle violenze, degli orrori e della connivenza con quanto accade ogni giorno sul territorio palestinese.

Il diritto alla resistenza dei palestinesi è sacrosanto. I loro atti di ribellione, impossibili da paragonare, in quanto a mezzi e ferocia, alla violenza quotidiana dei colonizzatori sionisti, sono frutto solo della disperazione. Ma il tempo scorre, e con il supporto internazionale la disperazione può farsi speranza nel cambiamento.
No alla glorificazione di uno Stato fascista e razzista.

Per il diritto al ritorno dei profughi palestinesi.

Per la fine del razzismo interno, delle violenze e dei soprusi dello Stato d’Israele.

Per una convivenza fra i popoli che non sia dominio ma pace, basata sull’uguaglianza.

Per una Palestina libera e per la libertà di tutti i popoli oppressi.

ORGANIZZARSI E LOTTARE

10.08 // NESSUNA CARTA BIANCA A ISRAELE

Volantino Festival

24.07 // NESSUNA CARTA BIANCA A ISRAELE – PRESENTAZIONE BDS

BDS

BDS-Svizzera (http://www.bds-info.ch/index.php/fr/) è un collettivo che sostiene l’appello della società civile palestinese emanato nel luglio 2005, che mira alla fine dell’occupazione e della colonizzazione dello Stato della Palestina, e allo smantellamento del muro di Gaza, nonché al riconoscimento dei diritti dei cittadini arabi palestinesi risiedenti in Israele e il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi nei territori pre1967 come stipulato nella risoluzione 194 delle Nazioni Unite.

BSD si occupa di attività e campagne in differenti campi d’azione, quali il boicotto dei consumatori, il termine degli investimenti del governo svizzero e le sanzioni nei confronti di Israele

Recentemente BDS ha lanciato un apello affinché Il Film Festival di Locarno non si renda complice dei crimini di Israele (http://www.bds-info.ch/index.php/fr/home-fr/158-bds-fr/campagnes/bds-suisse/boycott-culturel-academique/1023-l-industria-cinematografica-al-festival-del-film-locarno-non-date-carte-blanche-al-apartheid-israeliano).

No all’autocelebrazione di Israele all’interno del Festival del Film di Locarno

L’organizzazione del Festival del Film di Locarno legittima indirettamente l’oppressione di Isrele nei confronti della Palestina, dimostrando la sua complicità con le autorità israeliane: nella sessione 2015 sarà infatti proposta una retrospettiva sul cinema israeliano, nell’iniziativa “Carte Bianche”, in collaborazione con il Fondo Israeliano per il Cinema (agenzia finanziata dal governo e dal Ministero degli esteri israeliani). Nonostante il carattere “sociale” del festival, quest’ultimo non si preoccupa di collaborare con chi, negli ultimi 60 anni, ha messo in atto un vero e proprio genocidio, torturando, massacrando e devastando un popolo.

Ma c’è chi non vuole tacere di fronte a quest’autocelebrazione: c’è chi ricorda i corpi dilaniati dopo i bombardamenti su Gaza, che non può chiudere gli occhi di fronte al razzismo di uno Stato che vuole distruggere un popolo in nome di un “diritto superiore”, che non può dimenticare che un genocidio è in corso e che quindi non c’è nulla da celebrare. La politica di apartheid e il sistematico genocidio operato contro la popolazione palestinese vanno denunciati e combattuti, con ogni mezzo necessario.

Per queste ragioni, il Collettivo Scintilla ha il piacere di invitare diversi militanti del Collettivo BDS di Ginevra, che presenteranno la loro organizzazione ed esporranno le campagne in corso (fra cui quella contro l’acquisto dei droni israeliani da parte del governo svizzero) e l’appello contro la partecipazione di israele come ospite d’onore al Festival del Film di Locarno.

16. 07 // PRESENTAZIONE ” LA SCUOLA DELL’ODIO – 7 ANNI NELLE PRIGIONI ISRAELIANE”

SCUOLA

 

Militante ticinese del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, Bruno Breguet ha appena vent’anni quando, nel 1970, viene arrestato ad Haifa dalle autorità israeliane. Accusato di svolgere attività terroristica per conto del Fronte, Breguet viene percosso e torturato a lungo prima di essere trasferito nel carcere di Ramleh dove, per ben sette anni, rimarrà a disposizione dei suoi aguzzini, che riservano ai prigionieri politici i trattamenti più duri senza riuscire ad avere la meglio sulla determinazione con cui i militanti riescono a lottare perfino dietro le sbarre di una cella di sicurezza.
Nella prigione, Breguet continuerà la sua battaglia antisionista, rifiutando di scendere a patti con i servizi segreti e, in seguito, organizzando sommosse, preparando piani di evasione e tentando sempre e comunque di comprendere, attraverso lo studio, la natura dei mostri generati da una società divisa in classi nel contesto della guerra di conquista condotta ai danni della Palestina dall’imperialismo israeliano.

Nato nel 1950 a Muralto, in Svizzera, entra a far parte del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina nel 1970 diventando, dopo l’arresto subito ad Haifa lo stesso anno, il primo non palestinese membro della Resistenza a essere processato e condannato da un tribunale israeliano. Costretto a subire durissime condizioni detentive, Breguet sconterà una pena di sette anni nel carcere di Ramleh, rifiutando sistematicamente di dichiararsi “pentito” e raccogliendo, al culmine di una mobilitazione internazionale, la solidarietà di attivisti e intellettuali come Roland Barthes, Louis Althusser, Jacques Le Goff, Gilles Deleuze, Umberto Terracini, Alberto Moravia, Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Franco Fortini, Noam Chomsky.
Uscito di prigione nel 1977, Bruno Breguet è arrestato nuovamente in Francia nel 1982, accusato di essere membro dell’ORI, l’Organizzazione dei Rivoluzionari Internazionali di Ilich Ramirez Sanchez, più noto con il nome di battaglia di “Carlos”. Tornato in libertà tre anni dopo, Breguet si trasferisce in Grecia, dove lavora come carpentiere fino al 1995, anno in cui sparisce misteriosamente dalla motonave “Lato” lungo la rotta Ancona-Igoumenitsa.

45 anni dopo l’arresto di Breguet, l’essenza dello Stato Israeliano non è mutata

No all’autocelebrazione di Israele all’interno del Festival del Film di Locarno

L’organizzazione del Festival del Film di Locarno legittima indirettamente questa oppressione, dimostrando la sua complicità con le autorità israeliane: nella sessione 2015 sarà infatti proposta una retrospettiva sul cinema israeliano, nell’iniziativa “Carte Bianche”, in collaborazione con il Fondo Israeliano per il Cinema (agenzia finanziata dal governo e dal Ministero degli esteri israeliani). Nonostante il carattere “sociale” del festival, quest’ultimo non si preoccupa di collaborare con chi, negli ultimi 60 anni, ha messo in atto un vero e proprio genocidio, torturando, massacrando e devastando un popolo.

Ma c’è chi non vuole tacere di fronte a quest’autocelebrazione: c’è chi ricorda i corpi dilaniati dopo i bombardamenti su Gaza, che non può chiudere gli occhi di fronte al razzismo di uno Stato che vuole distruggere un popolo in nome di un “diritto superiore”, che non può dimenticare che un genocidio è in corso e che quindi non c’è nulla da celebrare. La politica di apartheid e il sistematico genocidio operato contro la popolazione palestinese vanno denunciati e combattuti, con ogni mezzo necessario.

Per queste ragioni, il Collettivo Scintilla ha il piacere di invitare Cristiano Armati (http://www.armati.info/chi-e-cristiano-armati/) per la presentazione del libro edito da Red Star Press “La scuola dell’odio – 7 anni nelle prigioni israeliane” di Bruno Breguet.

31.05 // CONTRO SIONISMO E RAZZISMO: NO ISRAEL DAY

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31.05 // PRESIDIO NO ISRAEL DAY

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Domenica 31 maggio 2015, al Palazzo dei Congressi di Lugano, si terrà l’ incontro denominato “Israel Day”, organizzato dall’Associazione Svizzera – Israele, per “celebrare i 66 anni di relazioni tra la Svizzera e Israele e il 67esimo anniversario d’Indipendenza d’Israele”.

Ospite d’onore sarà il “filosofo” francese Bernard-Henri Lévy, strenuo difensore e propagandista degli interessi dello Stato sionista, nonché paladino dei diritti umani a fasi alterne (è stato la testa di ponte ideologica per bombardare la Libia e uno strenuo sostenitore del colpo di Stato ucraino). Ogni massacro perpetrato da Israele e dal suo esercito viene sistematicamente difeso da Lévy e da quelli che la pensano come lui, in nome della fantomatica “necessità di difendersi” dell’ “unica democrazia del Medio Oriente”. Così, bambini dodicenni diventano pericolosi terroristi in grado di intimidire uno degli eserciti meglio armati al mondo, grazie al sostegno degli Stati Uniti, e dunque si può colpirli senza pietà o metter loro un proiettile nel cranio; studenti che manifestano per il loro diritto all’autodeterminazione sarebbero gravi minacce alla sicurezza israeliana e potrebbero quindi essere torturati e imprigionati senza processo; donne che salgono sui tetti per difendere la propria casa dai bombardamenti sarebbero « scudi umani » e quindi « bersagli legittimi » dei bombardamenti.

Israele devasta, tortura e massacra e nonostante questo, merita di essere celebrato. Questa l’opinione di una parte della borghesia luganese che ha scelto di esprimere pubblicamente il suo sostegno all’apartheid contro i palestinesi. Non sorprende che accanto all’estrema destra sionista, il 31 maggio siederà l’estrema destra ticinese, rappresentata da Norman Gobbi e Marco Borradori.

Ma c’è chi non vuole tacere di fronte a quest’autocelebrazione: c’è chi ricorda i corpi dilaniati dopo i bombardamenti su Gaza, che non può chiudere gli occhi di fronte al razzismo di uno Stato che vuole distruggere un popolo in nome di un “diritto superiore”, che non può dimenticare che un genocidio è in corso e che quindi non c’è nulla da festeggiare. La politica di apartheid e il sistematico genocidio operato contro la popolazione palestinese vanno denunciati e combattuti, con ogni mezzo necessario.

Denunciamo l’occupazione sionista della Palestina e l’inaccettabile sostegno complice delle autorità comunali e cantonali. Esprimiamo la nostra solidarietà incondizionata alle vittime delle politiche disumane dello stato israeliano.

Nel nome dell’internazionalismo e della lotta al razzismo, chiamiamo tutte le organizzazioni e singoli a presenziare al presidio che si terrà il 31 maggio 2015 alle 17.00 in Piazza Indipendenza, a Lugano. Vi aspettiamo In piazza con bandiere e striscioni inerenti alla situazione palestinese.

13.02 // Libertà per Lina Khattab e per tutti i prigionieri politici

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Lunedì 16 febbraio 2015 la studentessa diciottenne Lina Khattab verrà processata dalle autorità israeliane alla corte militare di Ofer, nella Palestina occupata. Arrestata nel dicembre 2014 per aver partecipato a una manifestazione studentesca che chiedeva la liberazione dei prigionieri politici palestinesi, è accusata di aver lanciato delle pietre contro i soldati israeliani: la pena per questo genere di “reati” va dai 6 mesi ai 20 anni di carcere.

Il caso di Lina si aggiunge a quello dei “Cinque di Hares”: cinque ragazzi arrestati in marzo 2013 e da due anni rinchiusi nelle prigioni israeliane. I loro processi sono in programma in queste settimane nella corte militare di Salem, Palestina occupata. Sotto tortura, i cinque ragazzi hanno confessato di aver lanciato dei sassi sulla Road 5 che costeggia il villaggio, provocando l’incidente di un’auto israeliana che si stava recando nell’insediamento illegale di Yakir. I Cinque di Hares sono accusati di tentato omicidio e rischiano una pena che va dai 20 anni all’ergastolo. Una campagna internazionale (https://haresboys.wordpress.com/) è stata lanciata al fine di affermare l’innocenza dei ragazzi e al contempo denunciare le condizioni di detenzione dei prigionieri politici palestinesi nelle carceri israeliane. Ad oggi, più di 6’500 palestinesi sono rinchiusi nelle carceri israeliane: tra loro vi sono più di 160 minorenni con età che variano fra i 12 e i 17 anni. Dal momento dell’arresto in avanti, i palestinesi sono sottoposti a sistematiche torture da parte delle forze armate israeliane: insulti, percosse, minacce di morte rivolte ai famigliari, privazioni del sonno, elettroshock, reclusione per settimane in celle di isolamento prive di finestre e di spazio vitale. Inoltre, nella maggior parte dei casi i prigionieri non conoscono la ragione dell’incarcerazione e i loro famigliari non vengono informati per giorni sul luogo in cui sono detenuti. La dispersione dei prigionieri nelle carceri israeliane à illegale secondo la Legge Internazionale (la Quarta Convenzione di Ginevra, art. 76, vieta infatti a uno Stato occupante di trasferire i detenuti in carceri situate sul proprio territorio) e rappresenta un grande ostacolo per le visite dei famigliari, le quali subiscono altresì numerose restrizioni nella durata e nella frequenza. La detenzione e la tortura di oltre il 20% della popolazione palestinese da parte dello Stato occupante è parte integrante della strategia repressiva israeliana, che mira a colpire la resistenza e a sradicarla fin dalle basi. I palestinesi, da parte loro, rispondono a ogni attacco perpetrato dall’avanzata israeliana rafforzando il sentimento d’appartenenza comune e l’inarrestabile aspirazione alla libertà.

Il Collettivo Scintilla esprime la propria solidarietà a tutti i prigionieri politici palestinesi rinchiusi nelle prigioni dello Stato terrorista di Israele e prende parte alla campagna di denuncia contro la multinazionale britannica della sicurezza privata G4S (http://www.addameer.org/gatesdivest), la quale assicura la protezione delle carceri israeliane e si rende così complice delle innumerevoli torture perpetrate all’interno delle mura oltre che della pulizia etnica della Palestina. Nella convinzione che l’unica forma di sicurezza possibile sia quella favorita dal rispetto e dalla convivenza fra i popoli, il Collettivo Scintilla ribadisce l’importanza di sviluppare una lotta internazionalista contro ogni tipo di fascismo e colonialismo e contro il sistema capitalista che vi sta alle spalle.

Contro ogni carcere

Contro ogni muro

Per la liberazione della Palestina

Organizzarsi e Lottare

Collettivo Scintilla

Uno Stato senza umanità

Nella nottata del 12 giugno, 3 ragazzi israeliani, Eyal Yifrah di 19 anni, Gil- Ad Shayer e Naftali Yaakov Frenkel, entrambi 16enni, residenti nei territori occupati, sono scomparsi nei pressi dell’insediamento israeliano di Gush Etzion, a sud della Cisgiordania, mentre facevano autostop. Immediatamente, senza alcuna prova né rivendicazione, il premier israeliano Netanyahu ha affermato che questa scomparsa fosse addebitabile a un rapimento attuato da una non meglio definita “organizzazione terroristica”. Aggiungendo però prontamente che questo genere di azioni sono il risultato de governo d’unità fra l’Autorità Nazionale Palestine (Anp) e Hamas: a suo dire, l’Anp è colpevole dal momento in cui il rapimento è stato effettuato nel territorio sotto il suo controllo. L’obiettivo israeliano pareva già chiaro allora: sfruttando il rapimento di questi 3 ragazzi, il governo israeliano mira ad attaccare la fragile unione ritrovata fra le differenti parti palestinesi e scatenare l’inferno.

Una volta di più.

E con il passare dei giorni, quest’intenzione diviene via via più chiara: bombardamenti, assassinii, minacce, incarcerazioni e perquisizioni. Il numero delle vittime e soprattutto dei prigionieri sale di giorno in giorno senza sosta.

Senza indagini, senza prove, Hamas è colpevole, e con lei, i palestinesi tutti.

Per l’ennesima volta, nella notte del 7 luglio, il governo israeliano lancia un attacco aereo, denominato “Bordo protettivo”, contro la Striscia di Gaza. Colpendo indiscriminatamente i civili, fra cui donne e bambini, rispolverando il triste assioma che dietro ad ogni palestinese c’è un potenziale terrorista. Col passare dei giorni, le vittime crescono in maniera esponenziale, in un vero e proprio massacro di centinaia civili.

In una situazione di normalità, s’indagherebbe, si scoprirebbe e infine si punirebbero gli assassini dei tre ragazzi israeliani: si avrebbero prove, certezze. Non si agirebbe mai indiscriminatamente, puntando il dito e attaccando, senza né prove né legittimità.

Ma cosi non agisce Israele.

Israele non segue nessuna legge se non la propria, agisce liberamente e viola qualsiasi trattato e accordo che non sia in linea con il suo programma. Israele assale, distrugge, uccide. E lo fa, nella più totale impunità internazionale: Israele è speciale, Israele viene giudicato colpevole e si reprimenda solo a parole, durante le conferenze ovattate di Ginevra e New York. Quando si tratta di agire, di sanzionare duramente il comportamento d’Israele, il nulla, un silenzio assordante che tanto puzza di complicità e connivenza. E in questa impunità Israele sguazza e agisce, ben conscio d’essere l’unico bastione occidentale in un territorio potenzialmente ostile e di conseguenza, intoccabile. Senza Israele, a fare da cane da guardia degli Stati Uniti e del mondo occidentale intero, i “veri” terroristi avrebbero il sopravvento sua regione. E questo no, non si può accettare, e tanto peggio se, a farne le spese, sono i civili di Gaza.

Vittime collaterali, le chiamano.

Israele non vuole la pace, vuole attaccare fin dalle fondamenta il precario equilibrio creatosi fra Fatah e Hamas, perché questo equilibrio comporterebbe il ritorno ai tavoli di negoziazione. E tutto vuole Israele fuorché questo. Con il beneplacito di tutti i capi di Stato occidentali, tanto pronti ad accusare ed esprimere cordoglio per la triste sorte dei ragazzi israeliani uccisi, tanto chiusi in un mutismo ermetico di fronte a queste violazioni.

 

Dal Collettivo Scintilla, tutta la Solidarietà verso il popolo palestinese.

 

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