8.04 // POLITICA MIGRATORIA E DIRITTO AL LAVORO

IMG_5173

 

Ci permettiamo di riportare le parole del compagno Diego, pronunciate durante la manifestazione dell’8 aprile “vogliamo vivere e lavorare in un Paese democratico”.

 

Buenas tardes a todas y todos
Buona sera a tutte e tutti

È un piacere per me poter essere qui con voi. Poter parlare ed esprimermi rappresenta una piccola vittoria personale in un posto dove sono condannato all’anonimato, a non esistere. È un piacere essere qui insieme a persone ch, che partecipano, insieme a gente che è da parte dei diritti umani e non dei “diritti” che determina il capitale, che è dalla parte della giustizia sociale e non della “giustizia” che impone l’economia.

Mi chiamo Diego, il mio nome è importante, com’è importante il nome di ogni migrante. È importante perché non siamo braccia per lavorare, né un misero permesso. Il nome è il primo pilastro dell’identità, avere un nome significa riconoscere che quello che abbiamo davanti è una persona come tutti voi, con figli, famiglia e sogni.

Sono un lavoratore migrante disoccupato, ho 24 anni e faccio parte dello esercito di riserva del capitale. Sono emigrato in Svizzera 4 anni fa e fin ora tento di SOPRAVVIVERE in questo cantone, e rimarco sopravvivere. Perché una cosa è tener duro giorno dopo giorno per arrivare alla fine del mese è un altra ben distinta è vivere.

Emigrare è drammatico. Perché è drammatico accettare che la tua casa, la tua vita, la tua gente saranno differenti d’ora in poi. Accettare questo cambiamento e un percorso molto lungo che dura da anni e che io personalmente dopo 4 anni non ho ancora risolto.

Per farvi capire vi dico solo che io sono venuto qua per amore.
Sono arrivato in Svizzera senza permesso (turista). sono rimasto illegalmente finche ho trovato un lavoro estivo di vari mesi che mi ha permesso avere il permesso L (Finito il lavoro, finito il permesso), tornando di nuovo nella stessa situazione d’illegalità. Cosi son passati due lungi anni. Dopo questi anni senza lavoro e permesso sono dovuto tornare in spagna separandomi della mia compagna e sapendo che rimanere in Spagna non aveva senso. Per normalizzare la situazione ho richiesto un permesso B senza attività lucrativa. Per averlo devi farti avvallare con 2000 franchi al mese da un garante e firmare immediatamente numerosi documenti che tra ‘altro mi obbligavano a non chiedere mai un sussidio o aiuto. Per questo non ho mai chiesto quello di malattia, anche se lavoriamo per una miseria e non arriviamo a fine di mese per paura a vedere la revoca del nostro permesso di soggiorno.

Il b senza attività lucrativa ti permette di lavorare solo 12 ore a settimana, questo ti spinge a lavorare in nero, perche il resto delle ore non le puoi dichiarare, o dall’altra parte a non trovare lavoro perché il padrone onesto normalmente ha bisogno di più ore.

Per avere il tanto desiderato e ancora nelle mie mani permesso B normale dovevo trovare qualcuno che volesse assumermi per un anno, né 3 mesi né 6 né 11 e mezzo. Un anno. Io vi chiedo: chi assume una persona straniera a priori con un contratto di un anno? Nessuno. Dimostrando che questo requisito serve solo per impedirci di risiedere e lavorare in svizzera.

Ho avuto fortuna con una persona che mi ha fatto un contrato di un anno e ho lavorato esattamente un anno, ricevendo il permesso ma perdendo il lavoro giacche era a termine. Non era il lavoro che volevo fare era l’unico lavoro che potevo fare

4 anni ci sono voluti per normalizzare la mia situazione in questo paese e per fortuna sono nato in Europa e se venisse da più lontano? 4 anni di grosse sofferenze, alcune non posso raccontarle pubblicamente in questa sala, 4 anni di precarietà, di disperazione di paura a essere espulso, persino un incidente nel quale quasi perdo la mano destra.

Viviamo al limite, con il minimo, senza nessuna prospettiva di futuro, senza sapere cosa sarà di noi settima prossima. Senza sapere se finiremo dall’altra parte della ramina o in un programma occupazionale a lavorare gratis, se finiremo in una fabbrica come quella del signor Siccardi (medacta internacional) per 2000 franchi al mese a turno e sotto terra come mi hanno offerto. Viviamo con la paura di partecipare politicamente, viviamo al margine della società, senza lavoro o con appena risorse economiche non possiamo fare una vita normale. Andare al bar a prendere un caffe diventa un lusso. Vediamo come la società avanza con una marcia molto più forte della che noi possiamo avere, rimanendo sempre indietro e indietro, rinchiusi a casa, rinchiusi nei nostri problemi, senza esistere. Come vogliono che ci integriamo se continuamente siamo messi da parte in qualunque ambito. In piu con l accusa di essere ladri e approfittatori quando in realtà diamo molto di più di quello che riceviamo.

Ora mi trovo in un momento critico, da 8 mesi disoccupato dopo aver lavorato a tempo pieno per 2300 franchi e con la compagna che non lavora più al cento ma a meta tempo. Se non troverò lavoro in questi 4 mesi che mi rimangono ancora di diritto probabilmente sarò espulso.
Dovrò andare io ma anche la mia compagna svizzera, ci espelleranno entrambi direttamente o indirettamente. Una storia in più da aggiungere al lungo elenco della vergogna della politica migratoria svizzera e delle leggi che riguardano l’intero nostro collettivo.
Ho due mani, sono giovane, ho formazioni accademiche, esperienza, lingue…che sistema è questo dove non celavoro? Che sistema è questo dove la mia unica speranza è aspettare che il lavoro cada dal cielo qualche giorno? E se trovo il lavoro cosa succede con tutti gli altri? Lavorare è vivere, senza lavoro non c’è vita.

Non vogliamo compassione, vogliamo diritti e rispetto. Quello che ci sta capitando non è per sfortuna o perché dio l’abbia voluto, ha dei responsabili ben definiti nel paese di origine e quello di accoglienza e una popolazione complice.

Al migrante che ha fame lo si da da mangiare ma lo si vieta di lavorare per mangiare, al migrante li si da un aiuto economico ma li si impedisce accedere a una salario giusto. Questo non funziona, perché allora per lavorare, mangiare, vivere, dipenderemo sempre di qualcuno e non volgiamo questo rapporto schiavo. Vogliamo avere diritti come tutti gli alti perche è giusto e perche è l’unico modo per vivere liberi ed emancipati.

Chi pulisce?, lavora con anziani?, costruisce case, scava gellerie o spegne incendi?. Sono la maggior parte migranti. Persone che sono trattate come di seconda categoria per non dire a volte come animali. Non siamo venuti qua a rubare il lavoro e la casa a nessuno, prima perché il lavoro non è proprietà di nessuno e secondo perché è un diritto fondamentale del quale dovrebbe godere ogni essere umano.

Siamo ¼ della popolazione svizzera, non siamo una minoranza, siamo un pilastro fondamentale, siamo i vostri vicini, amici, i vostri lavoratori, il vostro futuro.

l’integrazione è un tema decisivo se si vuole costruire una società forte ed equilibrata.
Non possiamo pretendere dare una festa nella quale alcune persone sono sedute agli angoli, zitte, sole, senza risorse e con diritto a rimanere nella festa ma non a sedersi a tavola.

L’integrazione io credo sia come un albero. Se la terra non è buona noi, il seme, non cresceremmo o cresceremmo deboli e storti senza dare mai i pregiati frutti tanto aspettati che potremmo godere tutte e tutti. La terra dove crescono i buoni semi bisogna curarla, concimarla, ararla. Che non vi ingannino dicendo che se non ci integriamo è solo colpa nostra quando pretendono che mettiamo le radici nell’asfalto.

L’integrazione è riuscire a vivere tutte insieme essendo diversi, in armonia, in parità di obblighi ma soprattutto di opportunità.

Non possiamo accettare che fra operai e operaie ci incolpiamo delle nostre miserie, della mancanza di opportunità, delle ingiustizie delle proprie vite quotidiane. I veri colpevoli sono sopra, seduti in poltrone di consigli d’amministrazione, di banche, di alcuni partiti politici. Loro come noi non hanno patria, ma la loro patria non sono le persone, la loro patria sono i soldi.

Vorrei finire parafrasando al CAMARADA SALVADOR ALLENDE che diceva: LA HISTORIA ES NUESTRA Y LA HACEN LOS PUEBLOS: io vi chiedo di scrivere insieme una pagina che potremmo far leggere a tutti gli altri, fieri di sapere che quello che non volevamo per noi non l’abbiamo voluto per gli altri.

Vi chiedo di non chinare mai la testa davanti agli attacchi fascisti e xenofobi, fatelo per noi, per i vostri figli, per il futuro, per voi stessi

Preferisco essere espulso, andar via o non arrivare alla fine del mese che chinare la testa. Perche l’ultima cosa che voglio farmi rubare è la dignita come essere umano e l’ultima cosa che vorrei vendere sono le idee nelle quali credo

Come si dice dalle mie parti :

NO PASARAN !

23.3 // LO STATO SPAGNOLO TORTURA, LA SVIZZERA È COMPLICE

LO STATO SPAGNOLO TORTURA, LA SVIZZERA È COMPLICE!

NO ALL’ESTRADIZIONE DI NEKANE TXAPARTEGI!

Nekane Txapartegi è stata arrestata il 6 aprile 2016 in Svizzera, dopo essere stata identificata dai servizi segreti spagnoli, i quali hanno agito su territorio estero illegalmente in quanto neppure le autorità elvetiche ne erano a conoscenza.
Dal giorno del suo arresto è rimasta pendente – come una spada di Damocle – una richiesta di estradizione da parte dello Stato spagnolo. Richiesta che se soddisfatta avrebbe significato rimettere Nekane nelle mani di chi a suo tempo l’aveva torturata e violentata. La polizia dello Stato spagnolo, nel 1998 aveva infatti già arrestato Nekane, accusandola di aver partecipato a una riunione con attivisti baschi a Parigi e di aver fornito due passaporti a presunti membri di ETA. Come accade a tutti i prigionieri politici accusati dall’Ordinamento legislativo iberico di “terrorismo”, Nekane è stata trattenuta per giorni dai servizi paramilitari della Guardia Civil in un stato di completo isolamento, nell’impossibilità di avere qualsiasi tipo di contatto con l’esterno o con un/a avvocato. In quel buco nero dell’isolamento totale, oggi come allora, lo Stato spagnolo tortura i dissidenti politici. Come accaduto a tante compagne e tanti compagni prima e dopo di lei, Nekane in quel buco nero dove tutto può accadere è stara brutalmente seviziata e stuprata da quattro militari. La condanna che pende sulla sua testa è frutto di quanto avvenuto in quelle ore e si basa su una dichiarazione estorta con la tortura.
Dopo nove mesi di carcere, rilasciata in attesa di processo, Nekane è fuggita in Svizzera.
Oggi la Svizzera ha dato il via libera alla sua estradizione.
Quella Svizzera che si erge a culla dei diritti umani, oggi ha deciso che Nekane non è stata in grado di rendere verosimili le sue torture e le rinfaccia la “colpevolezza” di non aver impugnato le sentenze dinanzi alla Corte suprema spagnola e alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Paradossalmente, la Svizzera dei salotti democratici borghesi e dei suoi soldi sporchi, delle armi vendute ai governi corrotti impegnati in guerre imperialiste, delle violazioni contro i/le migranti che provano ad attraversare il suo territorio, accusa un’attivista incarcerata e torturata di non aver fatto appello alle sedi di quella stessa “giustizia” che è responsabile delle gravissime violazioni perpetrate contro la sua persona e la sua integrità.
La Svizzera è complice: quella Svizzera che, nonostante le centinaia di denunce – anche da parte di organismi riconosciuti internazionalmente – non ritiene lecito presumere che nello Stato spagnolo si faccia sistematico ricorso alla tortura; quella Svizzera che come da tradizione nasconde la testa sotto la sabbia per non compromettere le sue relazioni politiche e commerciali con gli altri Paesi, macchiandosi dei loro stessi crimini contro l’umanità; quella Svizzera che rispedisce così Nekane nelle mani dei suoi aguzzini, consapevole che i torturatori della Guardia Civil le faranno pagare giorno dopo giorno il prezzo per aver denunciato pubblicamente le sevizie subite.

CONTRO L’ESTRADIZIONE DI NEKANE, PER LA SUA LIBERTÀ E QUELLA DI TUTT* I/LE PRIGIONIER* POLITIC*, ORGANIZZARSI E LOTTARE!

IMG_4867

1.03 // MORTE ACCIDENTALE DI UN MIGRANTE

IMG_4395

“Io non credo nei confini, nelle barriere, nelle bandiere. Credo che apparteniamo tutti, indipendentemente dalle latitudini e dalle longitudini, alla stessa famiglia, che è la famiglia umana” (Vittorio Arrigoni)

In questi giorni si è esaurito l’ennesimo dramma che ha insanguinato le coscienze di tutti noi: un ragazzo, probabilmente per evitare i controlli e riuscire ad attraversare quella maledetta frontiera che distrugge i sogni di chi arriva pieno di speranze, è rimasto folgorato contro i cavi della ferrovia ed è morto.
L’ennesimo morto, l’ennesima strage che la fortezza Europa si porta sulla coscienza.
Il flusso migratorio che specialmente in quest’ultimo anno ha interessato le coste europee non è frutto di una casualità, non è frutto della cupidigia dei migranti accorsi in massa per rubarci casa e lavoro. È frutto – invece – di secoli di sfruttamento e di guerre che il capitalismo ha creato e rimpolpato negli anni, per derubare le risorse naturali e sfruttare il capitale umano, distruggendo prospettive e futuro di intere generazioni.
Dopo aver esportato guerra e terrore in nome di profitto e sviluppo, l’Occidente volta ora le spalle alle masse di persone che sono costrette all’esilio. Per gestire quella che è stata definita come un’ “emergenza migranti”, gli Stati europei hanno proceduto a una vera e propria militarizzazione dei territori, hanno innnalzato barriere e presidiato i confini immaginari con energumeni in divisa a cui è stato arrogato il diritto di decidere chi è meritevole di accoglienza e chi no. Se nella maggior parte dei casi i muri hanno impedito la mobilità a tutte le persone migranti, in altre occasioni sono state introdotte categorie arbitrarie e classificazioni frutto delle ennesime menzogne. Infatti, secondo l’infame mentalità che si è creata – e che si ritrova anche spesso e volentieri nei discorsi della socialdemocrazia – solo chi è bombardato da mattina a sera ha – forse – il diritto a ricercare una vita migliore. Chi invece non ha nulla, nemmeno la speranza di un futuro in quanto il sistema capitalista l’ha spogliato di qualunque opportunità, è un migrante economico, un clandestino, e quindi dev’essere rispedito da dove è arrivato. Magari facendogli prima pagare il prezzo dei Centri di identificazione ed espulsione, dove violenze, torture e soprusi sono all’ordine del giorno.
Il capitalismo ha da sempre negato la possibilità di costruire un futuro di giustizia, libertà e autodeterminazione alle popolazioni vittime dell’imperialismo degli Stati occidentali e dei giochi di potere internazionali: l’ha fatto e lo fa tuttora massacrando con le bombe e con la creazione d’instabilità politiche oppure trucidando con povertà e devastazione dei territori. Per questa ragione non è possibile dividere, classificare o discriminare in nessun modo la dignità delle persone migranti e il loro diritto alla libertà di movimento.
Ancora una volta appare chiaro come lo Stato e il suo sistema economico capitalista abbiano interesse a sfruttare le disgrazie di alcune loro vittime per seminare odio fra le persone, nascondendo dietro a queste guerre fratricide l’unico vero artefice delle tragedie che quotidianamente viviamo sulla nostra pelle: il capitalismo stesso, questo sistema assassino basato sullo sfruttamento e che ogni giorno si lascia alle spalle una lunga striscia di sangue. L’unica soluzione è debellarlo fino alle radici, e per farlo ogni mezzo è legittimo e necessario.

CON CHI SCAPPA DA GUERRA E POVERTÀ, CONTRO LE FRONTIERE E IL CAPITALISMO, ORGANIZZARSI E LOTTARE

8.01 // ZORIONAK NEKANE

ZORIONAK NEKANE! BUON COMPLEANNO NEKANE!

Oggi 8 gennaio è il compleanno di Nekane Txapartegi, la quale festeggerà il suo compleanno in carcere. Facciamole sentire la nostra solidarietà scrivendo a:

Nekane Txapartegi
Gefängnis Zürich
Rotwandstrasse 21,
Postfach
8036 Zürich

La sua lotta è la nostra lotta!

 

15826502_1215989748456864_1816984754330886671_n

24.09 // MANIFESTAZIONE NAZIONALE PER LA LIBERAZIONE DI NEKANE TXAPARTEGI

13907003_1086398211416019_178471825720604202_n

 

Sabato 24 SETTEMBRE a BERNA si terrà una grande manifestazione nazionale per la liberazione di Nekane Txapartegi, giornalista basca e militante della sinistra indipendentista, la quale è stata arrestata dalle autorità svizzere e incarcerata a Zurigo l’8 aprile 2016, a seguito di una domanda di estradizione depositata dallo Stato spagnolo.

Il Collettivo Scintilla organizzerà un trasporto collettivo dal Ticino per essere presenti in massa a questa manifestazione.
Chi volesse partecipare può scrivere un messaggio privato a questa pagina oppure a scintilla@canaglie.net.

04.06 // NEKANE LIBERA: NESSUNA ESTRADIZIONE NELLO STATO SPAGNOLO CHE TORTURA

13320652_1033288000060374_7159445529910713130_o

 

Serata benefit e di informazione per Nekane Txapartegi, esiliata basca incarcerata a Zurigo sotto richiesta di estradizione, già torturata e violentata dai militari spagnoli in seguito al suo arresto nel 1999.


IL PROGRAMMA DELLA SERATA:

19.00 TORTURA E REPRESSIONE CONTRO IL MOVIMENTO POPOLARE BASCO – PRESENTAZIONE E DIBATTITO CON L’AVVOCATO DI NEKANE TXAPARTEGI

20.00 CENA POPOLARE

22. CONCERTI:
– BEONES (PUNK BOLOGNA)
– DEVOURED BY VERMIN (BASTARDS GRINDCORE BOLOGNA)

A SEGUIRE TRASH PARTY!

08.05 // NO ALL’ESTRADIZIONE DI NEKANE TXPARTEGI

Rueda de prensa ofrecida en Hernani por Toturaren Aurkako Taldea (TAT) en relación a la detención por parte de la Guardia Civil de Sebas Bedouret cuando se dirigía al acto pro amnistía del velódromo del pasado 6 de enero y su denuncia de haber sido torturado. En la imagen, Nekane Txapartegi, víctima de la tortura.

Nekane Txapartegi, giornalista basca e militante della sinistra indipendentista, ex consigliera comunale della città di Asteasu, è stata arrestata dalle autorità svizzere e incarcerata a Zurigo l’8 aprile 2016, a seguito di una domanda di estradizione depositata dallo Stato spagnolo.

Nel 1999, Nekane è stata arrestata e incarcerata una prima volta dalla Guardia Civil, corpo paramilitare della polizia spagnola, incaricato delle “operazioni antiterroriste”. Durante i primi giorni di detenzione, lei e un altro prigioniero sono state rinchiusi in isolamento (incomunicacion), pratica nella quale le detenute e i detenuti accusati di “terrorismo” scompaiono in un buco nero per giorni, senza poter aver contatti con l’esterno, neppure un avvocato, subendo un utilizzo quasi sistematico della tortura durante gli interrogatori. In quell’occasione Nekane è stata violentemente torturata dai militari spagnoli è ha subito uno stupro da parte dei suoi torturatori. Ciò che ha dovuto patire in carcere è stato denunciato poche settimane più tardi. Dopo una rapida archiviazione della denuncia da parte delle autorità spagnole, gli avvocati di Nekane sono riusciti a fare riaprire la procedura qualche anno più tardi, prima che il caso fosse definitivamente insabbiato. Nonostante numerosi certificati medici che dimostrano che Nekane sia uscita dall’incomunicacion con numerosi ematomi su tutto il corpo e nonostante testimonianze di compagni di cella indicando che una volta giunta in carcere Nekane fosse in stato di shock e non riusciva né a camminare, né a muovere le mani, i magistrati spagnoli hanno rifiutato di identificare i suoi aguzzini. Solo uno di loro è stato finalmente sentito, per video conferenza e in forma anonima, senza però rispondere alle domande della difesa. Così come in decine di altri casi, che hanno portato alla condanna della Spagna da parte di organi internazionali, la denuncia è stata archiviata dalle autorità spagnole e i torturatori di Nekane sono rimasti impuniti.

Dopo nove mesi di detenzione preventiva, Nekane è stata rilasciata su cauzione e nel 2007 è fuggita dallo Stato spagnolo per evitare una nuova incarcerazione basata unicamente sulle testimonianze ottenuta sotto tortura. Infatti, durante il maxiprocesso contro numerose organizzazioni della sinistra indipendentista basca, denominato “Sumario 18/98”, è stata condannata a una pena di sei anni e nove mesi con l’accusa di appartenenza in prima istanza, e di collaborazione in appello, con un’ ”organizzazione terrorista” (ETA). Nel corso di questo processo Nekane ha nuovamente denunciato quanto ha dovuto subire in carcere nel 1999 (video: https://www.youtube.com/watch?v=8Y67p5TR4pM) e, come massima ignominia, ha dovuto pure confrontarsi con uno dei suoi torturatori, intervenuto in tribunale in qualità di “esperto”. Le colpe principali che le sono state imputate sono quelle di aver partecipato a una riunione con degli attivisti indipendentisti baschi a Parigi e di aver consegnato due passaporti a dei membri di ETA.

A partire dal momento della sua fuga, le autorità dello Stato spagnolo le hanno dato la caccia, affinché raggiungesse i 390 prigioniere e prigionieri politici baschi già incarcerati nelle prigioni spagnole e francesi, scomparendo in qualche carcere a centinaia di kilometri da dove risiedono la sua famiglia, i suoi amici e compagni.

Non è possibile che Nekane sia riconsegnata ai suoi torturatori. In Svizzera è già stato creato il gruppo di solidarietà “Free Nekane”, un gruppo aperto alle persone e ai collettivi che voglio dimostrare la propria solidarietà e sostenere Nekane e la sua famiglia. L’obiettivo di questo gruppo è impedire la sua estradizione in Spagna, sostenere Nekane e la famiglia durante la procedura e informare sulle violazioni dei diritti dei prigionieri e esiliati politici baschi.

Per chi volesse scrivere a Nekane può farlo a:

Nekane TXAPARTEGI NIEVE,
Gefängnis Zürich,
Rotwandstrasse 21,
8004 Zürich

Per chi volesse versare dei soldi a sostegno delle spese legali di Nekane, può farlo a:

Euskal Herriaren Lagunak Schweiz
3001 Bern
PC: 60-397452-5
IBAN: CH27 0900 0000 6039 7452 5
BIC: POFICHBEXXX

Con la nota: “Free Nekane”

http://www.noisaremotutto.org/2016/05/08/no-allestradizione-di-nekane-txapartegi/

23.10 // SOLIDARIETÀ CON I PRIGIONIERI POLITICI

libera2

Dopo l’iniziativa lanciata nel dicembre del 2013 a sostegno delle compagne e dei compagni rinchiuse/i nelle carceri dal sistema repressivo dello Stato in ragione della loro attività politica, il Collettivo Scintilla torna a occuparsi di quanti sono ingiustamente imprigionati, spesso sottoposti a regime di carcere duro, trasferimenti continui, allungamento delle pene, rifiuto della libertà condizionale ecc., tutte modalità atte a fiaccarne la resistenza.

Dall’Italia allo Stato spagnolo, dagli Stati Uniti alla Turchia, a Israele, alla Francia, fino alla democraticissima Svizzera, migliaia di compagni e compagne languono nelle prigioni, in attesa di una giustizia che lo Stato borghese non è e non sarà in grado di dare. Tanto si mostra debole di fronte ai padroni e ai potenti, quanto la struttura repressiva dello Stato si mostra spietata nei confronti di chi sogna e lotta per un mondo diverso, migliore, dove non esistano più sfruttatori e sfruttati. Ma le compagne e i compagni resistono nelle carceri, senza piegarsi e senza rinnegare la loro identità politica, negandosi alle sirene che vorrebbero vedere abiurati i propri principi in favore di facilitazioni carcerarie e una libertà agevolata, libertà che sarebbe vana una volta sconfessata l’integrità rivoluzionaria che dà un senso alla loro esistenza.

A fronte del rafforzamento della repressione da parte dello Stato, che vede sempre più compagni privati della propria libertà, riteniamo che ora sia necessario allargare la solidarietà a tutti coloro che restano nelle carceri: il nostro scopo è lottare finché nessuna compagna e compagno resti detenuto.

Le cartoline con le quali scrivere ai compagni e alle compagne saranno disponibili alla nostra bancarella oppure scrivendoci un messaggio.

 

CONTRO LE CARCERI E LO STATO REPRESSIVO, ORGANIZZARSI E LOTTARE!

LIBERARE TUTT* VUOL DIRE LOTTARE ANCORA!

13.02 // Libertà per Lina Khattab e per tutti i prigionieri politici

IMAG0306-2

Lunedì 16 febbraio 2015 la studentessa diciottenne Lina Khattab verrà processata dalle autorità israeliane alla corte militare di Ofer, nella Palestina occupata. Arrestata nel dicembre 2014 per aver partecipato a una manifestazione studentesca che chiedeva la liberazione dei prigionieri politici palestinesi, è accusata di aver lanciato delle pietre contro i soldati israeliani: la pena per questo genere di “reati” va dai 6 mesi ai 20 anni di carcere.

Il caso di Lina si aggiunge a quello dei “Cinque di Hares”: cinque ragazzi arrestati in marzo 2013 e da due anni rinchiusi nelle prigioni israeliane. I loro processi sono in programma in queste settimane nella corte militare di Salem, Palestina occupata. Sotto tortura, i cinque ragazzi hanno confessato di aver lanciato dei sassi sulla Road 5 che costeggia il villaggio, provocando l’incidente di un’auto israeliana che si stava recando nell’insediamento illegale di Yakir. I Cinque di Hares sono accusati di tentato omicidio e rischiano una pena che va dai 20 anni all’ergastolo. Una campagna internazionale (https://haresboys.wordpress.com/) è stata lanciata al fine di affermare l’innocenza dei ragazzi e al contempo denunciare le condizioni di detenzione dei prigionieri politici palestinesi nelle carceri israeliane. Ad oggi, più di 6’500 palestinesi sono rinchiusi nelle carceri israeliane: tra loro vi sono più di 160 minorenni con età che variano fra i 12 e i 17 anni. Dal momento dell’arresto in avanti, i palestinesi sono sottoposti a sistematiche torture da parte delle forze armate israeliane: insulti, percosse, minacce di morte rivolte ai famigliari, privazioni del sonno, elettroshock, reclusione per settimane in celle di isolamento prive di finestre e di spazio vitale. Inoltre, nella maggior parte dei casi i prigionieri non conoscono la ragione dell’incarcerazione e i loro famigliari non vengono informati per giorni sul luogo in cui sono detenuti. La dispersione dei prigionieri nelle carceri israeliane à illegale secondo la Legge Internazionale (la Quarta Convenzione di Ginevra, art. 76, vieta infatti a uno Stato occupante di trasferire i detenuti in carceri situate sul proprio territorio) e rappresenta un grande ostacolo per le visite dei famigliari, le quali subiscono altresì numerose restrizioni nella durata e nella frequenza. La detenzione e la tortura di oltre il 20% della popolazione palestinese da parte dello Stato occupante è parte integrante della strategia repressiva israeliana, che mira a colpire la resistenza e a sradicarla fin dalle basi. I palestinesi, da parte loro, rispondono a ogni attacco perpetrato dall’avanzata israeliana rafforzando il sentimento d’appartenenza comune e l’inarrestabile aspirazione alla libertà.

Il Collettivo Scintilla esprime la propria solidarietà a tutti i prigionieri politici palestinesi rinchiusi nelle prigioni dello Stato terrorista di Israele e prende parte alla campagna di denuncia contro la multinazionale britannica della sicurezza privata G4S (http://www.addameer.org/gatesdivest), la quale assicura la protezione delle carceri israeliane e si rende così complice delle innumerevoli torture perpetrate all’interno delle mura oltre che della pulizia etnica della Palestina. Nella convinzione che l’unica forma di sicurezza possibile sia quella favorita dal rispetto e dalla convivenza fra i popoli, il Collettivo Scintilla ribadisce l’importanza di sviluppare una lotta internazionalista contro ogni tipo di fascismo e colonialismo e contro il sistema capitalista che vi sta alle spalle.

Contro ogni carcere

Contro ogni muro

Per la liberazione della Palestina

Organizzarsi e Lottare

Collettivo Scintilla

12.01// PAESE BASCO: IL TERRORISMO È DI STATO

Thousands march behind a banner reading "Repatriate all Basque Prisoners" during an annual nationalist demonstration in Bilbao

Mentre tutto il mondo occidentale e i suoi capi di Stato piangono la strage avvenuta nella redazione del settimanale “Charlie Hebdo”, facendo altisonanti proclami a favore della libertà di stampa ed espressione e contro il terrorismo, nel Paese Basco, una volta ancora, si perpetua la repressione contro la struttura di solidarietà che combatte in favore dei diritti civili delle prigioniere e dei prigionieri politici. Ancora una volta, la macchina oppressiva di Madrid si è messa in moto affinché non ci siano dubbi sul fatto che cercherà di fermare la lotta degli indipendentisti baschi con qualsiasi mezzo. Sedici persone legate a organizzazioni della sinistra indipendentista basche, fra cui dodici avvocati impegnati nella difesa dei diritti dei prigionieri politici, sono state arrestate lunedì 12 gennaio, nel corso di una maxi-operazione ordita dalla Guardia Civil, e accusate di crimini di tipo fiscale , oltre all’intramontabile reato di “integrazione in organizzazione terroristica”. Manovra avvenuta a poche ore dalla marcia che ha visto a Bilbao 80’000 persone scendere in piazza, per l’ennesima volta, al fine di esigere il rispetto dei diritti delle prigioniere e dei prigionieri politici baschi. Dimostrazioni che non hanno nessun effetto su Rajoy e il suo sistema giudiziario, che imperterriti proseguono nella loro personale “lotta al terrorismo”. La chiamano lotta al terrorismo, quando è più che evidente che l’unico terrorismo è quello operato da Madrid contro i diritti civili della propria classe operaia e l’indipendentismo di sinistra basco: attraverso la prosecuzione dell’uso della detenzione in incommunicado, che permette alla Guardia Civil di trattenere una persona sospettata di terrorismo fino a 13 giorni senza che costui possa parlare con un avvocato, un medico o alla famiglia, con l’utilizzo sistematico della tortura durante gli interrogatori e di un uso brutale della forza durante delle manifestazioni pacifiche. Inutile che il primo ministro Rajoy marci a Parigi per il rispetto delle libertà sopraccitate, quando è il primo a non voler rispettare i diritti dei propri cittadini: inutile scandalizzarsi degli atti brutali effettuati dal “nemico comune”, l’integralismo islamico, quando giorno dopo giorno, nel silenzio e l’indifferenza internazionale, la Guardia Civil e il governo dello Stato spagnolo commettono efferate e brutali violazioni, altrettanto gravi e intimidatorie nei confronti del movimento popolare e in particolare dei suoi settori più coscienti e organizzati.

Il Collettivo Scintilla si unisce alle denunce contro le intimidazioni e le violazioni dei diritti fondamentali attuati dallo Stato spagnolo verso le compagne e i compagni baschi e solidarizza con le prigioniere e i prigionieri politici sparsi per tutto il Paese. Venerdì 23 gennaio sarà organizzata una cena in solidarietà col Paese Basco alle ore 20.00 al Bar dal Giovann a Osogna . Vi aspettiamo numeros*.

 

LA LOTTA È L’UNICO CAMMINO!

BORROKA DA BIDE BAKARRA!

MOLTI PAESI, UNA SOLA LOTTA!

HAMAIKA HERRI BORROKA BAKARRA!