4-5.12 // LA CONFERENZA DEI MINISTRI DELL’OCSE E IL CONFLITTO IN UCRAINA

parte 3Lo striscione del Collettivo Scintilla insieme ad altri striscioni alla manifestazione contro l’OCSE.

 

La resistenza contro le aggressioni imperialiste è anche qui

L’OCSE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) è conosciuta dai più come un’organizzazione imparziale che lavora per la pace, la sicurezza e la democrazia. In realtà questa falsa immagine che l’organizzazione ama dare di sé rappresenta un consapevole inganno. Dirsi imparziali in una situazione sostanziale di rapporti di potere asimmetrici, può essere soltanto frutto di un’irriflessa coscienza dei rapporti di forza o – per l’appunto – di una volontà ingannatrice volta soltanto a perseguire i propri interessi e/o a conservare lo status quo. È evidente che all’interno dell’OCSE si rispecchiano gli stessi rapporti di potere che troviamo anche nelle sfere dell’economica e del potere militare. A stabilire la direzione politica dell’OCSE, sono infatti gli Stati più ricchi e più aggressivi (Stati Uniti, Germania, Francia). A conferma di ciò il fatto che i rappresentanti di tali Stati siano molto più numerosi degli altri.

Se poi diamo un’occhiata agli Stati membri dell’organizzazione dell’OCSE troviamo i maggiori guerrafondai ed esportatori di armi del mondo. Come essi riescano a far credere alla maggioranza della popolazione che si occupino di pace è dunque un gande mistero. Inoltre, l’OCSE si fa portavoce della cosiddetta “lotta contro il terrorismo,” di cui abbiamo potuto vedere i risultati nei casi della guerra in Iraq, di quella in Siria e nella cooperazione militare con Israele.

Le sorprese però non finiscono qui. L’OCSE non è soltanto uno strumento ideologico a servizio delle forze imperialiste e guerrafondaie della NATO, degli USA e dell’UE, essa collabora anche con l’agenzia europea per il controllo delle frontiere Frontex, che, attraverso la militarizzazione dei confini, ogni anno si rende partecipe della morte di migliaia di rifugiati.

L’OCSE inoltre dichiara di volere favorire il clima di investimento degli Stati membri. Tradotto per i profani ciò significa voler promuovere politiche neoliberiste a scapito della classe lavoratrice, sicché nella logica capitalista la promozione di un clima di investibilità è possibile solo mediante privatizzazioni, tagli al sociale, dumping e riduzione dei salari.

Come abbiamo cercato di dimostrare, obiettivi come “pace” e “sicurezza” che l’OCSE dichiara di volere perseguire, sono in realtà pace e sicurezza soltanto per un numero ristretto di persone e di Stati. A chi non fa parte del club, spettano invece guerra, precarizzazione, repressione e violenza.

Inoltre, è importante sottolineare il fatto che non può esistere pace e sicurezza all’interno di un sistema capitalista e che ogni tentativo di voler realizzare una situazione che persegue queste finalità è fin dall’inizio destinato al fallimento, se non vengono prima messi in discussione i rapporti di produzione. Questo perché il capitalismo è un sistema fondato sullo sfruttamento, sulla divisione della società in classi antagoniste e pieno di contraddizioni. L’imperialismo, inoltre, non è altro che una fase di sviluppo del capitalismo, dettata dalle logiche interne del sistema. Il capitale, costretto a crescere, deve infatti trovare sempre nuove materie prime e nuovi mercati per estendere il proprio raggio di investimenti economici e la propria “sfera d’influenza”. Ciò può avvenire in diversi modi: attraverso la mercificazione di sempre più ambiti dell’attività umana, attraverso i processi di gentrificazione delle città o – più classicamente – attraverso l’annessione imperialista di nuovi Paesi, Stati, territori. L’industria delle armi e della guerra inoltre, gioca un ruolo fondamentale in tutto questo, essa non è solo terreno di grandi interessi e investimenti economici, ma contribuisce in modo sostanziale a intensificare il potere militare di chi ne ha il controllo e dunque a consolidare i rapporti di forza dominanti. L’unica soluzione per fermare in modo duraturo l’infinita tendenza alla guerra dell’imperialismo, è quella di risolvere le contraddizioni del sistema capitalista alla sua base e ciò non significa altro che: lotta di classe. Ogni lotta di classe contro le forze del capitale e i suoi rappresentanti (nelle strade, nelle fabbriche, nelle città, nelle scuole, tra le mura domestiche, negli apparati ideologici) contribuisce dunque a cambiare i rapporti di forza e di produzione esistenti e a fermare la tendenza alla guerra del capitalismo avanzato.

Il 4 e il 5 dicembre si è tenuta a Basilea la conferenza dei ministri dell’OCSE. È importante ricordare che questa conferenza è un vertice. Nei vertici, personalità a capo di potenze e Paesi capitalisti, si incontrano a porte chiuse per discutere di politica internazionale e prendono decisioni a favore degli interessi delle potenze mondiali e del capitale finanziario globale escludendo la stragrande maggioranza della popolazione. All’incontro di Basilea erano presenti, oltre ai 1200 delegati dei 57 Paesi membri, personalità come: John Kerry (segretario di stato degli Stati Uniti), Pavlo Klimkin (ministro degli Esteri ucraino filo-EU), Mevlüt Çavuşoğlu (ministro per gli Affari europei del governo Erdoğan), Didier Burkhalter (presidente della confederazione, PLR), Frank-Walter Steinmeier (deputato e capogruppo del SPD al Bundestag ed ex ministro degli Esteri della Germania durante il governo di grande coalizione di Angela Merkel), Philip Hammond (ex segretario di Stato degli Affari esteri del Partito conservatore del Regno Unito), Sergej Lavrov (ministro russo degli Affari esteri).

Migliaia di poliziotti da tutti i cantoni e un numero ancora maggiore di militari sono stati mobilitati per garantire che i ministri potessero incontrarsi senza essere disturbati. Attorno alla zona dove si è tenuta la conferenza è stata inoltre allestita una “zona rossa” inespugnabile e fortemente sorvegliata. Zona dalla quale le persone “indesiderate” come per esempio i mendicanti o i manifestanti sono state allontanate (anche con l’impiego di pallottole di gomma e lacrimogeni). Il dispositivo di sicurezza (munito di elicotteri e droni) messo in atto per presentare Basilea come città internazionale a disposizione dei ricchi e dei potenti è costato alla popolazione 7,4 milioni di franchi. Questo grande impiego di forze repressive la dice tutta sul carattere politico dell’evento e delle forze repressive stesse, entrambi asserviti al volere del capitale globale e ai suoi rappresentanti.

Quest’anno, la conferenza dei ministri dell’OCSE si è occupata in modo particolare della situazione in Ucraina. Viste le forze militari, economiche e politiche che determinano la direzione politica dell’OCSE, non è sorprendente venire a sapere che la maggior parte dei ministri partecipanti al vertice ha sostenuto posizioni favorevoli al governo filo NATO e filo-UE di Poroshenko e ostili nei confronti dei “terroristi” separatisti della Nuova Russia e delle politiche filo-russe che destabilizzerebbero la sicurezza europea (ovvero il clima di investimento negli interessi del capitale USA e UE e il clima di espansione del potere militare della NATO). Per rendersi conto della complessità del conflitto tra filo-USA/UE e filo-russi si pensi al fatto che secondo la posizione dei sostenitore del governo di Kiev a essere illegali sarebbero la resistenza delle milizie popolari contro la giunta di Kiev e la presenza di truppe russe in Crimea, mentre per i filo-russi a essere illegittimo è l’attuale governo di Kiev, affermatosi con un vero e proprio colpo di Stato finanziato da organizzazioni filo-USA/UE. Soltanto il ministro russo Sergej Lavrov, si è espresso in difesa della popolazione del Donbass e sul pericolo del neonazismo in Ucraina. Non c’è invece da sorprendersi se l’avanzare dei neonazisti non rappresenti alcun problema per il ministro ucraino Pavlo Klimkin. Per il governo di Kiev al momento ogni mezzo è buono per mandare soldati antirussi e anticomunisti a combattere i “terroristi” separatisti del Donbass: anche la creazione di battaglioni di ideologia neonazista e la legalizzazione di simboli nazisti. Il tutto viene addirittura fatto passare come una missione umanitaria di lotta contro il terrorismo. Il pericolo che rappresentano e rappresenteranno i neonazisti (armati e addestrati) non sembra destare preoccupazioni.

Da un punto di vista di classe è interessante notare che né Lavrov né altri ministri hanno speso una sola parola sulla presenza di battaglioni proletari, antifascisti e comunisti tra le milizie popolari delle repubbliche popolari del Lugansk e del Donetsk o sulla collettivizzazione di alcune fabbriche della regione. Queste omissioni non sono per niente sorprendenti: è chiaro che una risposta di classe alla crisi e alla guerra in Ucraina disturbi sia gli interessi del capitale UE/USA sia quelli del capitale russo.

Il presidente della Confederazione svizzera Didier Burkhalter, presidente di turno dell’OCSE, ha chiamato in causa la Russia per i suoi atti “illegali”, dichiarando inoltre che Berna stanzierà altri due milioni di franchi in favore della missione degli osservatori OCSE nell’Ucraina orientale. Di quale carattere saranno queste missioni è ancora tutto da scoprire. È interessante ricordare un fatto piuttosto dubbio riguardante una missione dell’OCSE in Ucraina: verso la fine dell’aprile 2014, 13 persone, tutte appartenenti a Stati della NATO, sono state sequestrate in Ucraina orientale mentre erano a bordo di un pullman dell’OCSE, nonostante nessuna di queste persone fosse mai stata attiva all’interno della suddetta organizzazione. Il capo della delegazione si è rivelato poi essere un ufficiale tedesco della NATO, cosa che fa pensare che questa fosse in realtà una missione della NATO sotto la copertura dell’OCSE. Se si tiene conto di questo fatto diventa difficile pensare che le prossime missioni dell’OCSE avranno un carattere pacifista, diviene invece legittimo immaginare che esse si svolgeranno per architettare la prossima aggressione filo-USA/UE.

Per protestare contro il meeting dei ministri dell’OCSE e contro il carattere filo-imperialista dell’organizzazione, il collettivo “OSZE angreifen” ha organizzato una manifestazione tenutasi venerdì sera nelle strade di Basilea, a cui hanno partecipato circa 1’000 manifestanti. Il Collettivo Scintilla era presente con uno striscione riportante la scritta “SOLIDARIETÀ CON L’UCRAINA ANTINAZISTA. AGGRESSIONI IMPERIALISTE, NATO, NEONAZISTI: NO PASARAN!”. Con esso si è voluto tematizzare il conflitto in Ucraina e dimostrarsi solidali con le tendenze di sinistra e comuniste presenti sul territorio ucraino, oltre che con la resistenza antifascista delle milizie popolari del Donbass.

Risposte “dal basso” come la manifestazione contro l’OCSE di venerdì sono importanti per dimostrare che il fronte tra resistenza popolare e aggressioni imperialiste, che attualmente troviamo in forma acuta nel Donbass, può essere portato anche a qualche passo da casa nostra, se siamo capaci di individuarlo, di organizzarci e di lottare. Non dobbiamo dimenticare che il capitale globale (e tutti i suoi vizietti imperialisti) cresce di giorno in giorno anche sulla nostra schiena e proprio per questo abbiamo il potere di fermarlo. Contro guerra e crisi il nostro compito consiste nel costruire una risposta di classe e avviare un processo rivoluzionario.

CONTRO L’IMPERIALISMO, ORGANIZZARSI E LOTTARE

 

 

Fonti

Articoli interessanti sulla situazione in Ucraina

Libertà per i prigionieri e le prigioniere politiche

Da dicembre 2013 è in corso una campagna di solidarietà  nei confronti delle compagne e dei compagni  rinchiusi nelle prigioni del mondo in ragione della loro attività politica. Compagn* spesso sottomess* a regime di carcere duro, trasferimenti continui, allungamento delle pene, rifiuto della libertà condizionale. Per ragioni logistiche, abbiamo scelto di iniziare con sei prigionier* che dalla Svizzera fino agli Stati Uniti sono  rinchius*, spesso da moltissimi anni, ma sempre a testa alta facendo fronte alla repressione senza rinnegare la loro identità politica.

Portiamo quindi oggi il nostro sostegno a Davide, Marco, Andi, Mumia, Georges e Gaizka sapendo che per far fronte alle angherie del potere che li tiene rinchiusi, i nostri prigionieri hanno bisogno di noi così come noi abbiamo bisogno di loro e del loro esempio.

Invitiamo quindi tutt* a sostenere la campagna informandovi sulla situazione dei e delle prigioniere politiche e scrivendo a chi è in carcere. Richiedete le cartoline dei prigionieri ai nostri eventi o scrivendoci all’indirizzo : scintilla@canaglie.net

Mostriamo ai capitalisti e ai loro sgherri che nessun@ sarà abbandonat@.

Alla repressione rispondiamo con l’organizzazione e la solidarietà.

DAVIDE ROSCI

Davide RosciDavide è un militante comunista italiano. Attivo politicamente fin da giovane a Teramo, la sua città natale, milita nelle file di Rifondazione Comunista. Nell’aprile 2012, Davide viene arrestato, assieme ad altre cinque persone, per gli scontri avvenuti alla grande manifestazione del 15 ottobre 2011 a Roma. Lo accusano di resistenza a pubblico ufficiale, devastazione e saccheggio, con l’aggravante di averlo fatto coperto da passamontagna. Al termine del processo, il tribunale condanna Rosci a 6 anni di carcere. La difesa ha sempre contestato l’accusa: nel corso della manifestazione Davide aveva attuato, infatti, come centinaia di altre persone e l’accusa si basa esclusivamente su fotografie raffiguranti Davide presente nel luogo della violenza, non mentre compie atti illegali. È in ogni caso evidente che il suo processo sia stato un  processo politico, tanto per la debolezza delle prove che hanno portato alla condanna, quanto per la severità della pena.

Subito dopo la condanna, Davide ha iniziato uno sciopero della fame per contestare l’esistenza del reato di devastazione e saccheggio, perché quello che ha subito non lo subiscano altri. Dopo l’arresto, gli atti di solidarietà nei confronti di Davide non si sono fatti attendere, perché fra compagni “si va e si torna insieme”. Nel periodo passato in carcere, Davide sta vivendo una vera e propria odissea, fatta di cambiamenti continui di prigione, sette in 11 mesi, in un chiaro tentativo di spezzare la sua determinazione. Non permettiamogli di farlo.

Sosteniamo Davide scrivendogli al al seguente indirizzo:

Davide Rosci

c\o Casa Circondariale Mammaggialla; 

via San Salvatore; 01100, Viterbo; Italia

GEORGES IBRAHIM ABDALLAH

Gerges AbdallahGeorges nasce il 2 aprile del 1951 ad Al Qoubaiyat (Libano). Nel 1971 raggiungere il FPLP, il Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, con cui lotterà contro l’invasione del Libano da parte dell’esercito israeliano nel 1978. Dopo il massacro di Sabra e Chatila nel settembre del 1982, dove l’esercito israeliano lascia massacrare migliaia di civili palestinesi inermi rifugiati in Libano, si assiste alla creazione delle FAR (Frazione Armata Rivoluzionaria libanese). Questo movimento entra in azione in Europa, abbattendo il responsabile del Mossad in Francia, Yacov Barsimantov, il 3 aprile 1982.

Il 24 ottobre 1984, le autorità francesi arrestano Georges, dopo che questi è stato seguito da agenti del Mossad e da agenti libanesi fino a Lyon. L’arresto viene motivato dal possesso di un documento d’identità falso, sebbene quest’ultimo fosse stato in realtà rilasciato legalmente dallo Stato algerino. Sebbene la Francia avesse dichiarato che Georges sarebbe stato liberato a breve in ragione di mancanza di prove, le pressioni statunitensi giocarono un ruolo fondamentale nella sua permanenza in carcere. In un primo processo Georges è condannato a 4 anni per possesso d’armi e di documenti falsi. In un secondo processo del 1987 Georges è invece accusato di cospirazione al fine di promuovere degli atti terroristici (creazione delle FAR e pianificazione delle sue operazioni). Georges è condannato all’ergastolo da un tribunale speciale anti-terrorista, creato appositamente dal governo francese per l’occasione, libero di agire senza dover utilizzare prove giuridiche o testimoni (che per altro non esistevano).Georges è quindi un colpevole senza prove e continua a scontare la sua pena, sebbene, per il diritto francese, sarebbe liberabile dal 1999.

Potete scrivere a Georges al seguente indirizzo:

Georges Ibrahim Abdallah ;

n° d’écrou 2388 W

CP de Lannemezan ; 204 rue des Saligues ;

BP 70166 65307 – Lannemezan, France

 

MARCO CAMENISCH

Marco CamenishMarco nasce in Svizzera il 21 gennaio 1952. Negli anni ’70 si impegna in prima linea nella lotta anti-nucleare. Sarà questa lotta a portarlo per la prima volta di fronte a un tribunale quando, nel 1980, è accusato del sabotaggio di svariate centrali nucleari. Marco rivendica come sua l’azione, lanciando un’invettiva dal tribunale contro lo sfruttamento naturale del Grigioni. L’accusa più grave è la tentata esplosione di un traliccio dell’alta tensione: Marco, allora incensurato, è condannato a 10 anni di prigione, una pena il cui carattere sproporzionato denota la matrice politica della sentenza e la volontà di farne un monito per tutto il movimento. Nel 1981, Marco, assieme ad altri detenuti, riesce a evadere dal carcere. Durante l’evasione una guardia rimane uccisa.

Per 10 anni, Marco vive in latitanza in Italia finché, nel 1991, a seguito di una sparatoria con un carabiniere, viene arrestato. Processato in Italia, viene condannato a 12 anni per vari reati ma non per il tentato omicidio del carabiniere, giacché la sparatoria è giudicata più un gesto d’autodifesa che una volontà d’uccidere. Nel 2002, dopo un’odissea, che ha più il sapore di calvario, fra numerosissime carceri italiane, viene estradato in Svizzera, dove Marco deve rispondere dell’accusa di tentato omicidio durante l’evasione del 1981, e dell’uccisione di una guardia di confine a Brusio, nel 1989. Se, per quanto riguarda la guardia carceraria del 1981, Marco viene rapidamente assolto, la polizia e l’accusa sembrano considerare indubbia la colpevolezza di Marco rispetto all’omicidio della guardia di confine. Il processo appare fin da subito viziato da una sentenza scritta anni addietro: come se non bastasse, il giudice che presiede il processo Camenisch è figlia del presidente della società elettrica cui Marco aveva fatto saltare un traliccio negli anni ’80. In questo processo Marco reclama a gran voce la sua innocenza: le prove a suo carico sono inesistenti, basate solo su indizi lacunosi e incerti. Eppure, la giuria condanna Marco a 17 anni di carcere, ridotta in seguito a 8, poiché Marco deve ancora scontare la pena precedente all’evasione. Marco sarà libero nel 2018, imprigionato in un sistema carcerario che non gli ha mai concesso nessun tipo d’agevolazione o di premio.

Potete scrivere a Marco al seguente indirizzo:

Marco Camenisch;

Justizvollzugsanstalt Lenzburg;

Postfach 75; 5600 Lenzburg; Svizzera

ANDREA “ANDI” STAUFFACHER

AndiAndi nasce a Zurigo il 3 febbraio 1950. Andi è una militante dell’organizzazione rivoluzionaria Aufbau e segretaria del Soccorso Rosso Internazionale. Nel novembre 2012, Andi è condannata a 17 mesi di detenzione con l’accusa d’utilizzo d’esplosivi e danni alla proprietà privata, in particolare per delle azioni dirette contro il consolato spagnolo a Zurigo e una sede degli uffici di polizia a Berna. L’azione contro il consolato spagnolo è stata rivendicata dal gruppo “Perspective Révolutionnaire”, in segno di solidarietà ai prigionieri politici baschi in sciopero della fame in quel momento.

Le prove che hanno portato alla condanna di Andi sono però illegali, poiché la traccia di DNA che ha permesso d’identificate Andi è quella usata in un altro processo, archiviato senza condanne. Come previso dalla legge, questa traccia di DNA sarebbe dovuta essere distrutta, mentre invece gli zelanti tutori dell’ordine l’hanno conservata e utilizzata illegalmente nel processo successivo in cui Andi è stata condannata. Sebbene risieda tuttora in prigione, Andi non ha smesso di lottare e di dimostrare la sua solidarietà verso gli altri prigionieri politici: nel luglio 2013, assieme a Marco Camenisch, ha partecipato alla settimana internazionale di sciopero della fame per la liberazione di Georges Ibrahim Abdallah. Perché la solidarietà è più forte che qualsiasi cella, per quanto questa possa essere fortificata.

Potete scrivere ad Andi al seguente indirizzo:

Andrea Stauffacher;

Palmstrasse, 2;

8411 Winterthur; Svizzera

MUMIA ABU-JAMAL

Mumia Aby- JamalWesley Cock, meglio conosciuto come Mumia Abu-Jamal, nasce il 24 aprile 1954 a Filadelfia. Fin dall’adolescenza inizia a battersi contro la segregazione razziale e ad avere, dunque, problemi con la polizia e l’FBI. Nel 1969, diviene l’incaricato dell’informazione nella sezione di Filadelfia delle Pantere Nere, diventando rapidamente un noto giornalista radiofonico, soprannominato la “voce dei senza-voce”, per le sue critiche alla corruzione della polizia e dei politici. Queste critiche gli valsero il licenziamento dalla radio nel 1981 e Mumia dovrà adeguarsi al lavoro di tassista.

Il 9 dicembre di quello stesso anno, mentre trasporta un cliente, Mumia viene gravemente ferito nel corso di una sparatoria durante la quale muore un poliziotto, Daniel Faulkner. Moumia verrà quindi arrestato, accusato di aver sparato a Faulkner, in nome dell’odio provato nei confronti della polizia e della sua adesione alle Pantere Nere. Alla fine di un processo viziato da molte contraddizioni nelle prove e nella ricostruzione dei fatti e dai pregiudizi razziali della giuria, Mumia Abu-Jamal è condannato a morte. Era il 1982. Nel giugno del 1999, un sicario ha confessato agli avvocati di Mumia di essere lui il vero assassino di Faulkner, ma la sua confessione non è mai stata presa in considerazione al fine di una revisione del processo. Nel 2008, la pena di morte è stata commutata in ergastolo e Mumia continua a scontare la sua pena in carcere.

Potete scrivere a Mumia al seguente indirizzo:

Mumia Abu-Jamal;

#AM8335; SCI Mahanoy;

301 Morea Road Frackville, PA 17932

GAIZKA “FITO” ASTORKIZAGA

GGaiykaaizka è un giovane militante indipendentista basco. Nel marzo 2011  è stato condannato a 6 anni di prigione per un attacco incendiario contro una banca a Bilbao, tramite l’utilizzo di un piccolo ordigno mai esploso. L’azione voleva denunciare gli arresti e la repressione subiti dai giovani del movimento indipendentista. La pena di Gaizka è stata poi ridotta di due anni dal tribunale d’appello.

Nel luglio 2012, Gaizka è stato arrestato nel corso di una manifestazione a Bilbao contro le ultime detenzioni dei membri di ETA, convocata dal movimento Elak, nato nel 2011 a difesa dei diritti umani per tutti i Paesi Baschi. Nel corso di questa manifestazione Gaizka si è incatenato al di fuori del Palazzo di Giustizia come gesto d’opposizione alla detenzione dei suoi compagni. In quel momento, l’Ertzaintza, la polizia in forza nei Paesi Baschi, ha disperso violentemente la manifestazione e arrestato Gaizka ancora incatenato al Palazzo di Giustizia. Assieme a lui, altri due militanti sono stati detenuti con l’accusa di disturbo dell’ordine pubblico, per aver cercato di difenderlo ed evitargli l’arresto.

Dopo il suo arresto, nei Paesi Baschi si sono sommate innumerevoli azioni solidali per Gaizka come per tutti gli altri detenuti politici baschi, dispersi nelle varie carceri dello Stato Spagnolo, il più lontano possibile dai Paesi Baschi e dai propri famigliari e amici, in nome dei patti antiterroristi decisi dallo Stato al fine di minare il desiderio di indipendenza e socialismo di gran parte della società basca.

Potete scrivere a Gaizka al seguente indirizzo:

Gaizka Andoni Astrorkizaga;

Ctra N-630 km 314;

37799 Topas Salamanca; Spagna

Polizia e abusi di potere

Sequestriamo, picchiamo e abbandoniamo il potere

 

Nella notte del 27 marzo 2013, un enorme abuso di potere e violenza è stato messo in atto da parte di due agenti ticinesi nei confronti di un cittadino rumeno, la cui unica colpa, a dire dei poliziotti, è stata quella di trovarsi ubriaco alla stazione di Lugano. Infatti, pur non avendo riscontrato alcuna irregolarità, i due agenti decisero di fermarlo e caricarlo in macchina. Una volta in macchina invece di portarlo in centrale, giacché sarebbe stato un viaggio inutile data l’estraneità della vittima a qualsiasi accusa, i due agenti lo portarono ad Arogno, dove lo picchiarono di santa ragione e lo abbandonarono, ferito ed esanime nella neve. Neve che avrebbe anche potuto uccidere la vittima per ipotermia, se un passante non lo avesse soccorso.

Le accuse a carico dei due poliziotti sembravano quindi adeguate al reato commesso: pesanti.

Il 24 gennaio 2014 è stata però emessa la sentenza: diciotto mesi sospesi con la condizionale. Praticamente niente, una reprimenda, una pacca sulla spalla, e via di nuovo con la propria vita come se niente fosse successo, con la possibilità di rientrare in servizio un domani, sebbene questo passo sia ancora incerto.

Eppure le accuse contestategli erano gravi: si legge nella sentenza che le loro colpe sono state riconosciute come tali, perché colpevoli del reato di abuso di autorità, lesioni semplici (con arma) e omissione di soccorso e “perché con l’arroganza della divisa se la sono presa con un debole che non poteva fare nulla, la vittima poteva anche morire”.

E invece… diciotto mesi sospesi con la condizionale.

Il metodo difensivo assunto dai due agenti è stato quello di mostrarsi contriti davanti alla corte, dispiaciuti del gesto compiuto, ma che si spiega a fronte dello stress e della frustrazione vissuta in quei giorni, a causa di un furto avvenuto in casa de uno dei due accusati, “probabilmente a opera di un rumeno”. Secondo questa logica quindi, tutti i rumeni erano diventati obiettivi da colpire, il che dovrebbe rendere le accuse a suo carico ancora più gravi. Eppure ai due sono state riconosciute come attenuanti il sincero pentimento mostrato, il percorso psicologico intrapreso e la collaborazione nell’inchiesta. John Noseda, procuratore pubblico a carico di questa inchiesta, sottolinea come la legge sia uguale per tutti. Per poi proporre due anni di carcere e non opporsi alla sospensione di questi ultimi.

A fronte di migliaia di compagni ingiustamente rinchiusi nelle carceri con pene esageratamente lunghe rispetto al reato commesso, vivendo qualsiasi tipo di restrizione immaginabile, questa sentenza urla di tutto ma non certo che la legge è uguale per tutti. Rileva invece come la legge si muova su due binari, il binario repressivo che punisce, ferocemente, i comportamenti ritenuti pericolosi per l’esistenza di questo stato borghese e che lo mettono in discussione fin dalla base e il binario bonario, che punisce, quasi con un moto di simpatia, reati che non ledono alla pace di nessuno nella paciosa Svizzera. I colpevoli sono due agenti ticinesi, la vittima è un cittadino rumeno: in fondo non importa a nessuno la fine che quest’ultimo avrebbe fatto perché, secondo logica popolare, “se ne fosse rimasto a casa sua e non gli sarebbe successo nulla”.

E così è archiviato l’ennesimo abuso di potere compiuto dalla polizia, in questo cantone come nel mondo, senza che nessuno si ponga l’importante quesito su cosa sarebbe successo ad assioma capovolto, con due rumeni che sequestrano, picchiano e abbandonano un agente: diciotto mesi con la condizionale? Copertura mediatica minima? Partiti politici in silenzio?

Chissà perché, ma nutriamo forti dubbi in merito…

Volantino Polizia