8.04 // POLITICA MIGRATORIA E DIRITTO AL LAVORO

IMG_5173

 

Ci permettiamo di riportare le parole del compagno Diego, pronunciate durante la manifestazione dell’8 aprile “vogliamo vivere e lavorare in un Paese democratico”.

 

Buenas tardes a todas y todos
Buona sera a tutte e tutti

È un piacere per me poter essere qui con voi. Poter parlare ed esprimermi rappresenta una piccola vittoria personale in un posto dove sono condannato all’anonimato, a non esistere. È un piacere essere qui insieme a persone ch, che partecipano, insieme a gente che è da parte dei diritti umani e non dei “diritti” che determina il capitale, che è dalla parte della giustizia sociale e non della “giustizia” che impone l’economia.

Mi chiamo Diego, il mio nome è importante, com’è importante il nome di ogni migrante. È importante perché non siamo braccia per lavorare, né un misero permesso. Il nome è il primo pilastro dell’identità, avere un nome significa riconoscere che quello che abbiamo davanti è una persona come tutti voi, con figli, famiglia e sogni.

Sono un lavoratore migrante disoccupato, ho 24 anni e faccio parte dello esercito di riserva del capitale. Sono emigrato in Svizzera 4 anni fa e fin ora tento di SOPRAVVIVERE in questo cantone, e rimarco sopravvivere. Perché una cosa è tener duro giorno dopo giorno per arrivare alla fine del mese è un altra ben distinta è vivere.

Emigrare è drammatico. Perché è drammatico accettare che la tua casa, la tua vita, la tua gente saranno differenti d’ora in poi. Accettare questo cambiamento e un percorso molto lungo che dura da anni e che io personalmente dopo 4 anni non ho ancora risolto.

Per farvi capire vi dico solo che io sono venuto qua per amore.
Sono arrivato in Svizzera senza permesso (turista). sono rimasto illegalmente finche ho trovato un lavoro estivo di vari mesi che mi ha permesso avere il permesso L (Finito il lavoro, finito il permesso), tornando di nuovo nella stessa situazione d’illegalità. Cosi son passati due lungi anni. Dopo questi anni senza lavoro e permesso sono dovuto tornare in spagna separandomi della mia compagna e sapendo che rimanere in Spagna non aveva senso. Per normalizzare la situazione ho richiesto un permesso B senza attività lucrativa. Per averlo devi farti avvallare con 2000 franchi al mese da un garante e firmare immediatamente numerosi documenti che tra ‘altro mi obbligavano a non chiedere mai un sussidio o aiuto. Per questo non ho mai chiesto quello di malattia, anche se lavoriamo per una miseria e non arriviamo a fine di mese per paura a vedere la revoca del nostro permesso di soggiorno.

Il b senza attività lucrativa ti permette di lavorare solo 12 ore a settimana, questo ti spinge a lavorare in nero, perche il resto delle ore non le puoi dichiarare, o dall’altra parte a non trovare lavoro perché il padrone onesto normalmente ha bisogno di più ore.

Per avere il tanto desiderato e ancora nelle mie mani permesso B normale dovevo trovare qualcuno che volesse assumermi per un anno, né 3 mesi né 6 né 11 e mezzo. Un anno. Io vi chiedo: chi assume una persona straniera a priori con un contratto di un anno? Nessuno. Dimostrando che questo requisito serve solo per impedirci di risiedere e lavorare in svizzera.

Ho avuto fortuna con una persona che mi ha fatto un contrato di un anno e ho lavorato esattamente un anno, ricevendo il permesso ma perdendo il lavoro giacche era a termine. Non era il lavoro che volevo fare era l’unico lavoro che potevo fare

4 anni ci sono voluti per normalizzare la mia situazione in questo paese e per fortuna sono nato in Europa e se venisse da più lontano? 4 anni di grosse sofferenze, alcune non posso raccontarle pubblicamente in questa sala, 4 anni di precarietà, di disperazione di paura a essere espulso, persino un incidente nel quale quasi perdo la mano destra.

Viviamo al limite, con il minimo, senza nessuna prospettiva di futuro, senza sapere cosa sarà di noi settima prossima. Senza sapere se finiremo dall’altra parte della ramina o in un programma occupazionale a lavorare gratis, se finiremo in una fabbrica come quella del signor Siccardi (medacta internacional) per 2000 franchi al mese a turno e sotto terra come mi hanno offerto. Viviamo con la paura di partecipare politicamente, viviamo al margine della società, senza lavoro o con appena risorse economiche non possiamo fare una vita normale. Andare al bar a prendere un caffe diventa un lusso. Vediamo come la società avanza con una marcia molto più forte della che noi possiamo avere, rimanendo sempre indietro e indietro, rinchiusi a casa, rinchiusi nei nostri problemi, senza esistere. Come vogliono che ci integriamo se continuamente siamo messi da parte in qualunque ambito. In piu con l accusa di essere ladri e approfittatori quando in realtà diamo molto di più di quello che riceviamo.

Ora mi trovo in un momento critico, da 8 mesi disoccupato dopo aver lavorato a tempo pieno per 2300 franchi e con la compagna che non lavora più al cento ma a meta tempo. Se non troverò lavoro in questi 4 mesi che mi rimangono ancora di diritto probabilmente sarò espulso.
Dovrò andare io ma anche la mia compagna svizzera, ci espelleranno entrambi direttamente o indirettamente. Una storia in più da aggiungere al lungo elenco della vergogna della politica migratoria svizzera e delle leggi che riguardano l’intero nostro collettivo.
Ho due mani, sono giovane, ho formazioni accademiche, esperienza, lingue…che sistema è questo dove non celavoro? Che sistema è questo dove la mia unica speranza è aspettare che il lavoro cada dal cielo qualche giorno? E se trovo il lavoro cosa succede con tutti gli altri? Lavorare è vivere, senza lavoro non c’è vita.

Non vogliamo compassione, vogliamo diritti e rispetto. Quello che ci sta capitando non è per sfortuna o perché dio l’abbia voluto, ha dei responsabili ben definiti nel paese di origine e quello di accoglienza e una popolazione complice.

Al migrante che ha fame lo si da da mangiare ma lo si vieta di lavorare per mangiare, al migrante li si da un aiuto economico ma li si impedisce accedere a una salario giusto. Questo non funziona, perché allora per lavorare, mangiare, vivere, dipenderemo sempre di qualcuno e non volgiamo questo rapporto schiavo. Vogliamo avere diritti come tutti gli alti perche è giusto e perche è l’unico modo per vivere liberi ed emancipati.

Chi pulisce?, lavora con anziani?, costruisce case, scava gellerie o spegne incendi?. Sono la maggior parte migranti. Persone che sono trattate come di seconda categoria per non dire a volte come animali. Non siamo venuti qua a rubare il lavoro e la casa a nessuno, prima perché il lavoro non è proprietà di nessuno e secondo perché è un diritto fondamentale del quale dovrebbe godere ogni essere umano.

Siamo ¼ della popolazione svizzera, non siamo una minoranza, siamo un pilastro fondamentale, siamo i vostri vicini, amici, i vostri lavoratori, il vostro futuro.

l’integrazione è un tema decisivo se si vuole costruire una società forte ed equilibrata.
Non possiamo pretendere dare una festa nella quale alcune persone sono sedute agli angoli, zitte, sole, senza risorse e con diritto a rimanere nella festa ma non a sedersi a tavola.

L’integrazione io credo sia come un albero. Se la terra non è buona noi, il seme, non cresceremmo o cresceremmo deboli e storti senza dare mai i pregiati frutti tanto aspettati che potremmo godere tutte e tutti. La terra dove crescono i buoni semi bisogna curarla, concimarla, ararla. Che non vi ingannino dicendo che se non ci integriamo è solo colpa nostra quando pretendono che mettiamo le radici nell’asfalto.

L’integrazione è riuscire a vivere tutte insieme essendo diversi, in armonia, in parità di obblighi ma soprattutto di opportunità.

Non possiamo accettare che fra operai e operaie ci incolpiamo delle nostre miserie, della mancanza di opportunità, delle ingiustizie delle proprie vite quotidiane. I veri colpevoli sono sopra, seduti in poltrone di consigli d’amministrazione, di banche, di alcuni partiti politici. Loro come noi non hanno patria, ma la loro patria non sono le persone, la loro patria sono i soldi.

Vorrei finire parafrasando al CAMARADA SALVADOR ALLENDE che diceva: LA HISTORIA ES NUESTRA Y LA HACEN LOS PUEBLOS: io vi chiedo di scrivere insieme una pagina che potremmo far leggere a tutti gli altri, fieri di sapere che quello che non volevamo per noi non l’abbiamo voluto per gli altri.

Vi chiedo di non chinare mai la testa davanti agli attacchi fascisti e xenofobi, fatelo per noi, per i vostri figli, per il futuro, per voi stessi

Preferisco essere espulso, andar via o non arrivare alla fine del mese che chinare la testa. Perche l’ultima cosa che voglio farmi rubare è la dignita come essere umano e l’ultima cosa che vorrei vendere sono le idee nelle quali credo

Come si dice dalle mie parti :

NO PASARAN !

11.02 // PRESENTAZIONE DEL LIBRO “AMORE E LOTTA. AUTOBIOGRAFIA DI UN RIVOLUZIONARIO NEGLI STATI UNITI”

david Gilbert

Presentazione del libro “Amore e lotta. Autobiografia di un rivoluzionario negli Stati Uniti” di David Gilbert, con il co-curatore Giacomo Marchetti.
Sabato 11 febbraio 2017, alle ore 20 alla Casa del Popolo a Bellinzona.

********************************************************************
Nato nel 1944 da una famiglia di origine ebraica fuggita dalle persecuzioni anti-semite in Europa, cresciuto in un sobborgo benestante di Boston, si impegna – dopo l’attività scoutistica – dall’età di 17 anni nella lotta anti-razzista al fianco dei “Neri”.
Iscrittosi alla Columbia University nel ’62 è stato uno dei più eminenti esponenti del movimento studentesco contro la Guerra in Vietnam e contro il “suprematismo bianco”, cofondatore dell’organizzazione Students for a Democratic Society (SDS), la più importante organizzazione del movimento studentesco dell’epoca dal seno del quale nasceranno i Weather Underground di cui sarà un esponente di spicco.
Questo gruppo di anti-imperialisti bianchi cresciuto all’interno delle mobilitazioni contro la guerra in Vietnam e al fianco del movimento afro-americano, diverrà autore di numerosi “attacchi” contro edifici e strutture dell’apparato di potere statunitense, senza mai mietere alcuna vittima.
Con l’attiva complicità delle varie comunità di Freaks sparse per gli States David, si sposterà “in clandestinità” in diverse città e parteciperà a differenti azioni, contribuendo anche alla formazione teorica del gruppo e alla stesura del loro più esteso e noto documento politico “Prateria in Fiamme”.
Uscito dalla clandestinità, dopo la fine di questa esperienza nella seconda metà degli anni settanta, continuerà a dare il suo contributo alle “Nazioni Oppresse” all’interno degli States e contro la politica bellicista Nord-Americana unendo poi il suo destino, insieme ad altri antimperialisti bianchi ai militanti del Black Liberation Army, organizzazione clandestina nata da una delle scissioni delle Black Panthers Party.
Venne arrestato nel 1981, in seguito alla partecipazione ad una rapina di “autofinanziamento” ad un furgone porta-valori a New York, che costò la vita a due agenti di polizia.

Il libro ripercorre le tappe fondamentali della sua esistenza politica intrecciate con gli avvenimenti che hanno riguardato la storia nord-americana dalla lotta anti-segregazionista fino alla genesi delle politiche neo-conservatrici di Ronald Reagan insediatosi alla Casa Bianca proprio nel gennaio del 1981.
Con uno sguardo critico, ma non liquidatorio sulla propria esperienza, ed una attenzione costante a fornire elementi di comprensione delle vicende narrate anche a chi non le ha vissute, ci fornisce uno spaccato di una esperienza umana che riflette sugli aspetti più peculiari della storia statunitense, arricchendo il proprio bagaglio con elementi attinti dalla critica di genere e la sensibilità ecologista.
Nella sua recensione al libro il giornalista afro-americano Mumia Abu Jamal coglie la cifra del lavoro di Gilbert quando afferma che “da cuore e ossa alla Storia”.
Una storia in cui affondano le radici del presente.

9.11 // IL 9 NOVEMBRE TUTTI A FIANCO DEI LAVORATORI

Edilizia 2015

Il 9 novembre 2015 in Ticino ci sarà un grande sciopero generale dell’edilizia, un appuntamento che ci permette di elaborare un’analisi su quanto sta accadendo ora nel mondo lavorativo ticinese.

Le premesse di questo sciopero si sono viste nel tempo, con un susseguirsi sempre più pressante di scioperi e malcontenti da parte della classe operaia in ogni settore, elemento nuovo nel contesto ticinese, ma assolutamente giustificato dai soprusi che il padronato ha messo in atto. Abbiamo già avuto modo di notare come con la scusa del franco forte, tramite l’abbandono della soglia minima del cambio franco/euro da parte della Banca nazionale svizzera nel gennaio 2015, la classe padronale (soprattutto nel settore industriale), una volta di più, abbia trovato una giustificazione per peggiorare ulteriormente le condizioni, salariali e di lavoro, degli operai, piangendo miseria e minacciando la delocalizzazione nel caso in cui le sue condizioni inaccettabili non fossero state accolte in pieno. Ore di lavoro supplementari non retribuite, abbassamenti salariali, licenziamenti, sono stati solo la punta dell’iceberg di quanto messo in atto. Praticamente, ci troviamo di fronte alla banalizzazione e approvazione di concetti che già erano inaccettabili due secoli fa, quali la settimana lavorativa di più di 40 ore oppure il lavoro non retribuito: il tutto con la spada di Damocle pendente della consapevolezza da parte dei lavoratori che se ciò non venisse accettato, dietro di loro la fila di ancor più disperati pronti ad accogliere condizioni così sfavorevoli si allunga di giorno in giorno.

E la politica in tutto ciò? Invece che castigare il padronato che abusa del suo potere e delle scuse fornite dall’economia, e assicurare che le condizioni di lavoro siano oneste, che a lavoro fornito ci sia la giusta remunerazione, applica la politica del divide et impera. Nel più bieco e disgustoso dei metodi, mettendo i lavoratori gli uni contro gli altri. Facendo credere ai lavoratori “residenti” che il loro vero e unico problema siano i “frontalieri” e i “migranti”, i feroci usurpatori pronti a distruggere tutto quanto guadagnato. Attraverso questa politica s’impedisce dunque l’individuazione del vero nemico da combattere, che con questa politica ingrassa e goda: il padronato. Una politica pagante, il risultato alle urne parla da sé, ma completamente assurda: si è creata una guerra fratricida fra operai, sempre più poveri e sfruttati, mentre il padrone intasca i proventi di questa politica. Infatti, mentre i “residenti” vedono nei “frontalieri” il solo nemico, votando leggi create ad hoc, che comunque non intaccano in nessuna maniera gli introiti che il lavoro del frontalierato porta nelle tasche dei padroni, creando un divario nella classe lavoratrice fra “noi” e “loro” e accettando condizioni di lavoro sfavorevoli onde non perdere il posto di lavoro in favore dei non residenti, il padronato gode dei frutti di questo conflitto.

Grazie a questa lotta fratricida, vediamo la fioritura di tutta una serie di nuovi status lavorativi oppure il rinforzo di altre condizioni di lavoro che una volta avevano un carattere provvisorio. Primo fra tutti, è quella degli “interinali”: i lavoratori assunti tramite le agenzie di prestito del personale in qualsiasi settore. Rispetto al passato, dove gli operai venivano assunti come interinali in maniera transitoria, fintanto che non si fosse trovato un lavoro a tempo indeterminato presso una ditta, ora questo status si sta trasformando in una condizione lavorativa a lungo termine. Fondamentalmente, la condizione del lavoratore interinale è quella del precario costante, con tutte le aggravanti e gli strascichi sociali del caso, che si protraggono sino e dopo il pensionamento. In Svizzera, questo status lavorativo non si è ancora fortemente radicato, a differenza di altri Paesi europei (uno su tutti la vicina Italia), però la situazione non è fra le più rosee e tutto fa presupporre che più presto che tardi si arriverà all’insediamento del precario costante sul territorio. Infatti, secondo i dati della Segreteria di Stato dell’economia, dai 5’391 lavoratori interinali del 2003 si è passati a 10’830 interinali nel 2013, mentre le ore di prestazioni fornite da loro sono passate dall’essere 2’310’625 nel 2003 a 6’526’547 nel 2013 [1]. La proporzione di questi lavoratori è quindi più che raddoppiata, mentre le ore fornite da loro sono quasi triplicate, e il fenomeno non pare volersi arrestare.

È necessario dunque trovare dei rimedi prima che questo fenomeno si consolidi e diventi abituale: se così non fosse, col passare del tempo vi si potrà solo porre un freno e non si potrà evitare che questo status lavorativo si radichi in maniera permanente sul territorio. Una possibilità potrebbe essere quella di limitare l’assunzione dei lavoratori tramite agenzie interinali: il problema in questo caso è la scarsa considerazione nei confronti dei lavoratori da parte della legislatura svizzera (Legge sul lavoro e codice delle obbligazioni); anche se un cambiamento avvenisse in tal senso, e ciò al momento attuale appare abbastanza improbabile se non inserito nelle singole convenzioni collettive di lavoro, sarebbe necessario che anche i lavoratori coinvolti attuino una presa di coscienza dei loro rinnovati diritti, al fine di potersi contrapporre alle scappatoie che il padronato sicuramente cercherebbe di prendere. La soluzione è dunque quella di ragionare e agire su due fronti: da una parte su quello legislativo e dall’altra su quello della classe operaia. Bisogna dunque riuscire a fornire ai lavoratori interinali gli strumenti necessari per combattere una possibile futura condizione di precariato e un supporto volto all’analisi di tale meccanismo: è necessario partire dalla base affinché questo avvenga, analizzando le necessità concrete dei lavoratori per poter mettere in atto una strategia che combatta in maniera determinata le dinamiche di sfruttamento e di precarietà che nascono da tali condizioni lavorative.

Basta dunque con proclami altisonanti completamente distaccati dalla realtà, senza interrogarsi a fondo su cosa vogliano gli operai, come troppo spesso è stato fatto dalla sinistra. Ripartire dalla base, per consolidare un fronte operaio che combatta assieme il vero nemico. Frontalieri, residenti, interinali, uniti contro il padrone. Perché non devono esistere divisioni fra i lavoratori, così facendo si fa solo il gioco di potenti e padronato. La guerra da combattere è lunga e tortuosa, ma non permettiamo che paura, minacce e intimidazioni distruggano il nostro futuro.

Il Collettivo Scintilla invita dunque tutti a unirsi alla grande mobilitazione dell’edilizia a partire dalle ore 9 di lunedì 9 novembre all’Espocentro di bellinzona (programma completo: http://ticino.unia.ch/fileadmin/user_upload/ticino/Edilizia_congiunto_manif._9_11_2015.pdf)

CONTRO PADRONI E MINACCE

DI SCIOPERO IN SCIOPERO

ORGANIZZARSI E LOTTARE

[1] Annuario statistico ticinese 2015, http://www3.ti.ch/DFE/DR/USTAT/allegati/volume/161441annuario_2015_20150312.pdf

23.10 // SOLIDARIETÀ CON I PRIGIONIERI POLITICI

libera2

Dopo l’iniziativa lanciata nel dicembre del 2013 a sostegno delle compagne e dei compagni rinchiuse/i nelle carceri dal sistema repressivo dello Stato in ragione della loro attività politica, il Collettivo Scintilla torna a occuparsi di quanti sono ingiustamente imprigionati, spesso sottoposti a regime di carcere duro, trasferimenti continui, allungamento delle pene, rifiuto della libertà condizionale ecc., tutte modalità atte a fiaccarne la resistenza.

Dall’Italia allo Stato spagnolo, dagli Stati Uniti alla Turchia, a Israele, alla Francia, fino alla democraticissima Svizzera, migliaia di compagni e compagne languono nelle prigioni, in attesa di una giustizia che lo Stato borghese non è e non sarà in grado di dare. Tanto si mostra debole di fronte ai padroni e ai potenti, quanto la struttura repressiva dello Stato si mostra spietata nei confronti di chi sogna e lotta per un mondo diverso, migliore, dove non esistano più sfruttatori e sfruttati. Ma le compagne e i compagni resistono nelle carceri, senza piegarsi e senza rinnegare la loro identità politica, negandosi alle sirene che vorrebbero vedere abiurati i propri principi in favore di facilitazioni carcerarie e una libertà agevolata, libertà che sarebbe vana una volta sconfessata l’integrità rivoluzionaria che dà un senso alla loro esistenza.

A fronte del rafforzamento della repressione da parte dello Stato, che vede sempre più compagni privati della propria libertà, riteniamo che ora sia necessario allargare la solidarietà a tutti coloro che restano nelle carceri: il nostro scopo è lottare finché nessuna compagna e compagno resti detenuto.

Le cartoline con le quali scrivere ai compagni e alle compagne saranno disponibili alla nostra bancarella oppure scrivendoci un messaggio.

 

CONTRO LE CARCERI E LO STATO REPRESSIVO, ORGANIZZARSI E LOTTARE!

LIBERARE TUTT* VUOL DIRE LOTTARE ANCORA!

16. 07 // PRESENTAZIONE ” LA SCUOLA DELL’ODIO – 7 ANNI NELLE PRIGIONI ISRAELIANE”

SCUOLA

 

Militante ticinese del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, Bruno Breguet ha appena vent’anni quando, nel 1970, viene arrestato ad Haifa dalle autorità israeliane. Accusato di svolgere attività terroristica per conto del Fronte, Breguet viene percosso e torturato a lungo prima di essere trasferito nel carcere di Ramleh dove, per ben sette anni, rimarrà a disposizione dei suoi aguzzini, che riservano ai prigionieri politici i trattamenti più duri senza riuscire ad avere la meglio sulla determinazione con cui i militanti riescono a lottare perfino dietro le sbarre di una cella di sicurezza.
Nella prigione, Breguet continuerà la sua battaglia antisionista, rifiutando di scendere a patti con i servizi segreti e, in seguito, organizzando sommosse, preparando piani di evasione e tentando sempre e comunque di comprendere, attraverso lo studio, la natura dei mostri generati da una società divisa in classi nel contesto della guerra di conquista condotta ai danni della Palestina dall’imperialismo israeliano.

Nato nel 1950 a Muralto, in Svizzera, entra a far parte del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina nel 1970 diventando, dopo l’arresto subito ad Haifa lo stesso anno, il primo non palestinese membro della Resistenza a essere processato e condannato da un tribunale israeliano. Costretto a subire durissime condizioni detentive, Breguet sconterà una pena di sette anni nel carcere di Ramleh, rifiutando sistematicamente di dichiararsi “pentito” e raccogliendo, al culmine di una mobilitazione internazionale, la solidarietà di attivisti e intellettuali come Roland Barthes, Louis Althusser, Jacques Le Goff, Gilles Deleuze, Umberto Terracini, Alberto Moravia, Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Franco Fortini, Noam Chomsky.
Uscito di prigione nel 1977, Bruno Breguet è arrestato nuovamente in Francia nel 1982, accusato di essere membro dell’ORI, l’Organizzazione dei Rivoluzionari Internazionali di Ilich Ramirez Sanchez, più noto con il nome di battaglia di “Carlos”. Tornato in libertà tre anni dopo, Breguet si trasferisce in Grecia, dove lavora come carpentiere fino al 1995, anno in cui sparisce misteriosamente dalla motonave “Lato” lungo la rotta Ancona-Igoumenitsa.

45 anni dopo l’arresto di Breguet, l’essenza dello Stato Israeliano non è mutata

No all’autocelebrazione di Israele all’interno del Festival del Film di Locarno

L’organizzazione del Festival del Film di Locarno legittima indirettamente questa oppressione, dimostrando la sua complicità con le autorità israeliane: nella sessione 2015 sarà infatti proposta una retrospettiva sul cinema israeliano, nell’iniziativa “Carte Bianche”, in collaborazione con il Fondo Israeliano per il Cinema (agenzia finanziata dal governo e dal Ministero degli esteri israeliani). Nonostante il carattere “sociale” del festival, quest’ultimo non si preoccupa di collaborare con chi, negli ultimi 60 anni, ha messo in atto un vero e proprio genocidio, torturando, massacrando e devastando un popolo.

Ma c’è chi non vuole tacere di fronte a quest’autocelebrazione: c’è chi ricorda i corpi dilaniati dopo i bombardamenti su Gaza, che non può chiudere gli occhi di fronte al razzismo di uno Stato che vuole distruggere un popolo in nome di un “diritto superiore”, che non può dimenticare che un genocidio è in corso e che quindi non c’è nulla da celebrare. La politica di apartheid e il sistematico genocidio operato contro la popolazione palestinese vanno denunciati e combattuti, con ogni mezzo necessario.

Per queste ragioni, il Collettivo Scintilla ha il piacere di invitare Cristiano Armati (http://www.armati.info/chi-e-cristiano-armati/) per la presentazione del libro edito da Red Star Press “La scuola dell’odio – 7 anni nelle prigioni israeliane” di Bruno Breguet.

18.03 // PER LA DIFESA DEGLI SPAZI SOCIALI: ORGANIZZARSI E LOTTARE

Molino

Il Collettivo Scintilla rinnova la sua solidarietà al Centro Sociale Autogestito il Molino, a proposito dei continui attacchi subiti da parte dei politici di una certa corrente ideologica. Ancora una volta, cavalcando l’onda dei movimenti da torce e forconi contro il centro sociale, Bertini, bimbo d’oro della politica neoliberista, ripropone la chiusura del Molino come panacea di tutti i problemi, fiscali e non, che al momento attanagliano la città di Lugano. Invece di ammettere una gestione comunale che ha fatto acqua da tutte le parti, nella quale tutti hanno mangiato indistintamente, facendo i propri interessi, soprattutto sulle spalle dei lavoratori e delle lavoratrici, certi politici luganesi cercano di sviare l’attenzione facendo la voce grossa con il Molino, difendendo, una volta di più, il grande capitale, vero motore della crisi, cittadina e non. Stranamente questa mossa arriva oggi, a un mese dalle elezioni cantonali, evidenziando il fatto che, per una manciata di voti, certi politici sono pronti a tutto, anche a sostenere l’insostenibile.

Bertini, il quale riteneva “difficile” la decisione di licenziare i poliziotti che, massacrandolo di botte, hanno quasi ucciso un rumeno nel gennaio 2014, non dimostra la stessa disponibilità verso chi da più di vent’anni porta avanti un progetto culturale e di autogestione, definendolo un tentativo di “ricatto” a cui lui, duro e puro qual è, non è pronto a cedere. Un fatto di per se emblematico dell’ambiguità e dell’ipocrisia con la quale la tanto esaltata “legalità” istituzionale venga evocata con assoluta discrezione, a seconda del contesto e degli interessi in gioco.

Come già detto in precedenti occasioni, come Collettivo crediamo nell’importanza che gli spazi sociali ricoprono all’interno di questa società, sempre più volta alla disgregazione sociale e alla mercificazione del tempo libero: il centro sociale, motore culturale di una città che fa spesso dell’ovvietà e del qualunquismo la sua principale forza, propone eventi e tocca tematiche che, in sua assenza , sparirebbero all’interno del vasto oceano di mediocrità e conformiso intellettuale di cui sopra.

Il tutto nell’interesse di quella parte politica che costantemente (dis)informa sulle piccolezze, nascondendo sotto il tappeto i veri problemi che assillano la nostra società: è molto più facile pontificare sul “rispetto delle regole” in mancanza di un’abitudine allo spirito critico e alla conoscenza, perché un popolo ignorante è più facile da governare.

Indipendentemente dalla nostra stima e dalla solidarietà dovuta alle amiche e agli amici del Molino, tali politiche vanno combattute in quanto si iscrivono all’interno di una più ampia logica sistemica. Una logica che dietro a tanto retoriche quanto squallide formulette, come ad esempio “riqualificazione”, nasconde una pluralità di processi urbani e sociali che vanno dalla gentrificazione fino al controllo indiretto di ogni spazio intellettuale antagonistico.

Bertini può continuare a starnazzare i suoi deliri da inquisitore ed invocare l’intervento dei suoi amici sbirri, assumendo al contempo le contraddittorie veci di chi pretende di restituire “alla comunità” quello che probabilmente rappresenta l’unico spazio realmente comunitario esistente oggigiorno. La realtà parlerà sempre più forte di lui: l’esperienza insegna che la “riqualificazione” dei centri cittadini è sinonimo di imborghesimento e privilegio. Operazione attuata proprio partendo dallo sgombero di questi spazi da tutto ciò che non è destinato a facoltosi autoctoni o ai migranti “buoni”, siano essi sceicchi o capitalisti internazionali attirati dalla piazza finanziaria.

Al di là delle parole, la solidarietà fattuale al Molino deve essere oggi un elemento concreto e portato avanti da parte di tutte le forze (collettive e individuali) che vogliano legittimamente qualificarsi come “progressiste”.

Non cerchiamo forzatamente uno scontro frontale con le autorità. Ma in nessun caso saremo disposti a tirarci indietro qualora quest’eventualità dovesse manifestarsi. Alle parole dovrà seguire una pratica militante. Al soldo delle minacce da campagna elettorale sarebbe forse il caso che gli amanti della repressione e del suo squallido braccio armato si interroghino su questa semplice domanda: volete davvero creare un problema laddove non esiste?

 

Se ci togliete gli spazi, ci avrete nelle strade.

4-5.12 // LA CONFERENZA DEI MINISTRI DELL’OCSE E IL CONFLITTO IN UCRAINA

parte 3Lo striscione del Collettivo Scintilla insieme ad altri striscioni alla manifestazione contro l’OCSE.

 

La resistenza contro le aggressioni imperialiste è anche qui

L’OCSE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) è conosciuta dai più come un’organizzazione imparziale che lavora per la pace, la sicurezza e la democrazia. In realtà questa falsa immagine che l’organizzazione ama dare di sé rappresenta un consapevole inganno. Dirsi imparziali in una situazione sostanziale di rapporti di potere asimmetrici, può essere soltanto frutto di un’irriflessa coscienza dei rapporti di forza o – per l’appunto – di una volontà ingannatrice volta soltanto a perseguire i propri interessi e/o a conservare lo status quo. È evidente che all’interno dell’OCSE si rispecchiano gli stessi rapporti di potere che troviamo anche nelle sfere dell’economica e del potere militare. A stabilire la direzione politica dell’OCSE, sono infatti gli Stati più ricchi e più aggressivi (Stati Uniti, Germania, Francia). A conferma di ciò il fatto che i rappresentanti di tali Stati siano molto più numerosi degli altri.

Se poi diamo un’occhiata agli Stati membri dell’organizzazione dell’OCSE troviamo i maggiori guerrafondai ed esportatori di armi del mondo. Come essi riescano a far credere alla maggioranza della popolazione che si occupino di pace è dunque un gande mistero. Inoltre, l’OCSE si fa portavoce della cosiddetta “lotta contro il terrorismo,” di cui abbiamo potuto vedere i risultati nei casi della guerra in Iraq, di quella in Siria e nella cooperazione militare con Israele.

Le sorprese però non finiscono qui. L’OCSE non è soltanto uno strumento ideologico a servizio delle forze imperialiste e guerrafondaie della NATO, degli USA e dell’UE, essa collabora anche con l’agenzia europea per il controllo delle frontiere Frontex, che, attraverso la militarizzazione dei confini, ogni anno si rende partecipe della morte di migliaia di rifugiati.

L’OCSE inoltre dichiara di volere favorire il clima di investimento degli Stati membri. Tradotto per i profani ciò significa voler promuovere politiche neoliberiste a scapito della classe lavoratrice, sicché nella logica capitalista la promozione di un clima di investibilità è possibile solo mediante privatizzazioni, tagli al sociale, dumping e riduzione dei salari.

Come abbiamo cercato di dimostrare, obiettivi come “pace” e “sicurezza” che l’OCSE dichiara di volere perseguire, sono in realtà pace e sicurezza soltanto per un numero ristretto di persone e di Stati. A chi non fa parte del club, spettano invece guerra, precarizzazione, repressione e violenza.

Inoltre, è importante sottolineare il fatto che non può esistere pace e sicurezza all’interno di un sistema capitalista e che ogni tentativo di voler realizzare una situazione che persegue queste finalità è fin dall’inizio destinato al fallimento, se non vengono prima messi in discussione i rapporti di produzione. Questo perché il capitalismo è un sistema fondato sullo sfruttamento, sulla divisione della società in classi antagoniste e pieno di contraddizioni. L’imperialismo, inoltre, non è altro che una fase di sviluppo del capitalismo, dettata dalle logiche interne del sistema. Il capitale, costretto a crescere, deve infatti trovare sempre nuove materie prime e nuovi mercati per estendere il proprio raggio di investimenti economici e la propria “sfera d’influenza”. Ciò può avvenire in diversi modi: attraverso la mercificazione di sempre più ambiti dell’attività umana, attraverso i processi di gentrificazione delle città o – più classicamente – attraverso l’annessione imperialista di nuovi Paesi, Stati, territori. L’industria delle armi e della guerra inoltre, gioca un ruolo fondamentale in tutto questo, essa non è solo terreno di grandi interessi e investimenti economici, ma contribuisce in modo sostanziale a intensificare il potere militare di chi ne ha il controllo e dunque a consolidare i rapporti di forza dominanti. L’unica soluzione per fermare in modo duraturo l’infinita tendenza alla guerra dell’imperialismo, è quella di risolvere le contraddizioni del sistema capitalista alla sua base e ciò non significa altro che: lotta di classe. Ogni lotta di classe contro le forze del capitale e i suoi rappresentanti (nelle strade, nelle fabbriche, nelle città, nelle scuole, tra le mura domestiche, negli apparati ideologici) contribuisce dunque a cambiare i rapporti di forza e di produzione esistenti e a fermare la tendenza alla guerra del capitalismo avanzato.

Il 4 e il 5 dicembre si è tenuta a Basilea la conferenza dei ministri dell’OCSE. È importante ricordare che questa conferenza è un vertice. Nei vertici, personalità a capo di potenze e Paesi capitalisti, si incontrano a porte chiuse per discutere di politica internazionale e prendono decisioni a favore degli interessi delle potenze mondiali e del capitale finanziario globale escludendo la stragrande maggioranza della popolazione. All’incontro di Basilea erano presenti, oltre ai 1200 delegati dei 57 Paesi membri, personalità come: John Kerry (segretario di stato degli Stati Uniti), Pavlo Klimkin (ministro degli Esteri ucraino filo-EU), Mevlüt Çavuşoğlu (ministro per gli Affari europei del governo Erdoğan), Didier Burkhalter (presidente della confederazione, PLR), Frank-Walter Steinmeier (deputato e capogruppo del SPD al Bundestag ed ex ministro degli Esteri della Germania durante il governo di grande coalizione di Angela Merkel), Philip Hammond (ex segretario di Stato degli Affari esteri del Partito conservatore del Regno Unito), Sergej Lavrov (ministro russo degli Affari esteri).

Migliaia di poliziotti da tutti i cantoni e un numero ancora maggiore di militari sono stati mobilitati per garantire che i ministri potessero incontrarsi senza essere disturbati. Attorno alla zona dove si è tenuta la conferenza è stata inoltre allestita una “zona rossa” inespugnabile e fortemente sorvegliata. Zona dalla quale le persone “indesiderate” come per esempio i mendicanti o i manifestanti sono state allontanate (anche con l’impiego di pallottole di gomma e lacrimogeni). Il dispositivo di sicurezza (munito di elicotteri e droni) messo in atto per presentare Basilea come città internazionale a disposizione dei ricchi e dei potenti è costato alla popolazione 7,4 milioni di franchi. Questo grande impiego di forze repressive la dice tutta sul carattere politico dell’evento e delle forze repressive stesse, entrambi asserviti al volere del capitale globale e ai suoi rappresentanti.

Quest’anno, la conferenza dei ministri dell’OCSE si è occupata in modo particolare della situazione in Ucraina. Viste le forze militari, economiche e politiche che determinano la direzione politica dell’OCSE, non è sorprendente venire a sapere che la maggior parte dei ministri partecipanti al vertice ha sostenuto posizioni favorevoli al governo filo NATO e filo-UE di Poroshenko e ostili nei confronti dei “terroristi” separatisti della Nuova Russia e delle politiche filo-russe che destabilizzerebbero la sicurezza europea (ovvero il clima di investimento negli interessi del capitale USA e UE e il clima di espansione del potere militare della NATO). Per rendersi conto della complessità del conflitto tra filo-USA/UE e filo-russi si pensi al fatto che secondo la posizione dei sostenitore del governo di Kiev a essere illegali sarebbero la resistenza delle milizie popolari contro la giunta di Kiev e la presenza di truppe russe in Crimea, mentre per i filo-russi a essere illegittimo è l’attuale governo di Kiev, affermatosi con un vero e proprio colpo di Stato finanziato da organizzazioni filo-USA/UE. Soltanto il ministro russo Sergej Lavrov, si è espresso in difesa della popolazione del Donbass e sul pericolo del neonazismo in Ucraina. Non c’è invece da sorprendersi se l’avanzare dei neonazisti non rappresenti alcun problema per il ministro ucraino Pavlo Klimkin. Per il governo di Kiev al momento ogni mezzo è buono per mandare soldati antirussi e anticomunisti a combattere i “terroristi” separatisti del Donbass: anche la creazione di battaglioni di ideologia neonazista e la legalizzazione di simboli nazisti. Il tutto viene addirittura fatto passare come una missione umanitaria di lotta contro il terrorismo. Il pericolo che rappresentano e rappresenteranno i neonazisti (armati e addestrati) non sembra destare preoccupazioni.

Da un punto di vista di classe è interessante notare che né Lavrov né altri ministri hanno speso una sola parola sulla presenza di battaglioni proletari, antifascisti e comunisti tra le milizie popolari delle repubbliche popolari del Lugansk e del Donetsk o sulla collettivizzazione di alcune fabbriche della regione. Queste omissioni non sono per niente sorprendenti: è chiaro che una risposta di classe alla crisi e alla guerra in Ucraina disturbi sia gli interessi del capitale UE/USA sia quelli del capitale russo.

Il presidente della Confederazione svizzera Didier Burkhalter, presidente di turno dell’OCSE, ha chiamato in causa la Russia per i suoi atti “illegali”, dichiarando inoltre che Berna stanzierà altri due milioni di franchi in favore della missione degli osservatori OCSE nell’Ucraina orientale. Di quale carattere saranno queste missioni è ancora tutto da scoprire. È interessante ricordare un fatto piuttosto dubbio riguardante una missione dell’OCSE in Ucraina: verso la fine dell’aprile 2014, 13 persone, tutte appartenenti a Stati della NATO, sono state sequestrate in Ucraina orientale mentre erano a bordo di un pullman dell’OCSE, nonostante nessuna di queste persone fosse mai stata attiva all’interno della suddetta organizzazione. Il capo della delegazione si è rivelato poi essere un ufficiale tedesco della NATO, cosa che fa pensare che questa fosse in realtà una missione della NATO sotto la copertura dell’OCSE. Se si tiene conto di questo fatto diventa difficile pensare che le prossime missioni dell’OCSE avranno un carattere pacifista, diviene invece legittimo immaginare che esse si svolgeranno per architettare la prossima aggressione filo-USA/UE.

Per protestare contro il meeting dei ministri dell’OCSE e contro il carattere filo-imperialista dell’organizzazione, il collettivo “OSZE angreifen” ha organizzato una manifestazione tenutasi venerdì sera nelle strade di Basilea, a cui hanno partecipato circa 1’000 manifestanti. Il Collettivo Scintilla era presente con uno striscione riportante la scritta “SOLIDARIETÀ CON L’UCRAINA ANTINAZISTA. AGGRESSIONI IMPERIALISTE, NATO, NEONAZISTI: NO PASARAN!”. Con esso si è voluto tematizzare il conflitto in Ucraina e dimostrarsi solidali con le tendenze di sinistra e comuniste presenti sul territorio ucraino, oltre che con la resistenza antifascista delle milizie popolari del Donbass.

Risposte “dal basso” come la manifestazione contro l’OCSE di venerdì sono importanti per dimostrare che il fronte tra resistenza popolare e aggressioni imperialiste, che attualmente troviamo in forma acuta nel Donbass, può essere portato anche a qualche passo da casa nostra, se siamo capaci di individuarlo, di organizzarci e di lottare. Non dobbiamo dimenticare che il capitale globale (e tutti i suoi vizietti imperialisti) cresce di giorno in giorno anche sulla nostra schiena e proprio per questo abbiamo il potere di fermarlo. Contro guerra e crisi il nostro compito consiste nel costruire una risposta di classe e avviare un processo rivoluzionario.

CONTRO L’IMPERIALISMO, ORGANIZZARSI E LOTTARE

 

 

Fonti

Articoli interessanti sulla situazione in Ucraina

Riflessioni sul voto del 9 febbraio: i limiti di una lettura razzista e l’esigenza di una risposta internazionale di classe

Il 29 novembre 2009, gli elettori svizzeri accettavano l’iniziativa popolare : “Contro la costruzione di minareti”. Questa iniziativa, destinata ad avere ampio risalto nelle testate giornalistiche di tutta Europa, iscriveva nella Costituzione Federale l’esplicito divieto di edificazione delle caratteristiche “torri” dalle quali i muezzin sono soliti chiamare alla preghiera i fedeli mussulmani. All’epoca della votazione esistevano in Svizzera, ed esistono tuttora d’altronde, quattro moschee provviste di minareto, nessuna delle quali eseguiva appelli pubblici alla preghiera.

L’iniziativa venne approvata contro ogni previsione. Portata avanti dalla sola Unione Democratica di Centro (UDC)[1] contro il parere di tutte le altre formazioni politiche e autorità istituzionali, fu salutata dalla destra xenofoba autoctona e straniera come il trionfo della volontà popolare e della democrazia (semi)diretta: Il popolo, di nuovo sovrano, rispondeva alla “minaccia” dell’”islamizzazione” e dell’inforestieramento, utilizzando lo strumento del voto per imporre il proprio volere ad un esecutivo giudicato troppo tollerante e passivo. Il fatto che quest’iniziativa fosse chiaramente contraria al diritto internazionale e, in particolare, alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo non ha per nulla frenato gli elettori. Anzi, la volontà di dimostrare che i limiti “imposti” dal diritto internazionale potessero essere prevaricati dalla volontà popolare fu probabilmente proprio uno stimolo a votare per l’iniziativa.

A poco più di quattro anni da quel voto, il 9 gennaio 2014, gli elettori svizzeri si sono trovati davanti a una situazione per molti versi analoga. Una nuova iniziativa lanciata in solitario dall’UDC (con l’appoggio marginale dei leghisti ginevrini e ticinesi), contro tutti gli altri partiti, con manifesti minacciosi e esprimendo la volontà di “fermare l’immigrazione di massa”. L’iniziativa, chiaramente contraria all’Accordo sulla libera circolazione delle persone tra la Svizzera e l’Unione europea, prevede il ritorno di contingenti che dovrebbero limitare il numero d’immigrati, richiedenti d’asilo compresi, e lavoratori frontalieri. Anche questa volta, grazie anche a una campagna massiccia finanziata da miliardari zurighesi del partito di estrema destra, a stretta maggioranza gli elettori svizzeri hanno accettato la proposta.

Nei giorni successivi, molti si sono posti sul piano della continuità analitica con l’iniziativa sui minareti, considerando che la Svizzera starebbe sprofondando sempre di più in una spirale isolazionista di matrice xenofoba, chiudendosi a riccio per difendersi dalla minaccia incarnata per “l’Eldorado elvetico” di orde di stranieri delinquenti e senza scrupoli. Straniero che, considerato responsabile della distruzione del tessuto sociale del paese, sarebbe all’origine della deriva razzista che sempre più spesso si riflette nelle urne.

Non è certo nostra intenzione negare l’esistenza di tali dinamiche, e in questo senso lo sciovinismo è senza dubbio una delle caratteristiche più marcate della formazione politica alla base dell’iniziativa e dei discorsi di quelle voci che si sono alzate individualmente, dalla destra alla socialdemocrazia, a sostenere l’iniziativa. Nonostante ciò, centrarsi esclusivamente su questo aspetto della questione, dipingendo un conflitto tra una mezza svizzera aperta e multiculturale e un’altra metà, prevalentemente svizzero-tedesca e ticinese, chiusa e razzista, rischia di semplificare oltremodo le dinamiche strutturali complesse all’origine del risultato di quest’ultima votazione: Il semplicismo analitico che rasenta l’imbecillità e la più totale mancanza di un’analisi sistemica della situazione[2] non fanno altro che portare acqua al mulino delle destre reazionarie di cui sopra. Continue reading Riflessioni sul voto del 9 febbraio: i limiti di una lettura razzista e l’esigenza di una risposta internazionale di classe

Polizia e abusi di potere

Sequestriamo, picchiamo e abbandoniamo il potere

 

Nella notte del 27 marzo 2013, un enorme abuso di potere e violenza è stato messo in atto da parte di due agenti ticinesi nei confronti di un cittadino rumeno, la cui unica colpa, a dire dei poliziotti, è stata quella di trovarsi ubriaco alla stazione di Lugano. Infatti, pur non avendo riscontrato alcuna irregolarità, i due agenti decisero di fermarlo e caricarlo in macchina. Una volta in macchina invece di portarlo in centrale, giacché sarebbe stato un viaggio inutile data l’estraneità della vittima a qualsiasi accusa, i due agenti lo portarono ad Arogno, dove lo picchiarono di santa ragione e lo abbandonarono, ferito ed esanime nella neve. Neve che avrebbe anche potuto uccidere la vittima per ipotermia, se un passante non lo avesse soccorso.

Le accuse a carico dei due poliziotti sembravano quindi adeguate al reato commesso: pesanti.

Il 24 gennaio 2014 è stata però emessa la sentenza: diciotto mesi sospesi con la condizionale. Praticamente niente, una reprimenda, una pacca sulla spalla, e via di nuovo con la propria vita come se niente fosse successo, con la possibilità di rientrare in servizio un domani, sebbene questo passo sia ancora incerto.

Eppure le accuse contestategli erano gravi: si legge nella sentenza che le loro colpe sono state riconosciute come tali, perché colpevoli del reato di abuso di autorità, lesioni semplici (con arma) e omissione di soccorso e “perché con l’arroganza della divisa se la sono presa con un debole che non poteva fare nulla, la vittima poteva anche morire”.

E invece… diciotto mesi sospesi con la condizionale.

Il metodo difensivo assunto dai due agenti è stato quello di mostrarsi contriti davanti alla corte, dispiaciuti del gesto compiuto, ma che si spiega a fronte dello stress e della frustrazione vissuta in quei giorni, a causa di un furto avvenuto in casa de uno dei due accusati, “probabilmente a opera di un rumeno”. Secondo questa logica quindi, tutti i rumeni erano diventati obiettivi da colpire, il che dovrebbe rendere le accuse a suo carico ancora più gravi. Eppure ai due sono state riconosciute come attenuanti il sincero pentimento mostrato, il percorso psicologico intrapreso e la collaborazione nell’inchiesta. John Noseda, procuratore pubblico a carico di questa inchiesta, sottolinea come la legge sia uguale per tutti. Per poi proporre due anni di carcere e non opporsi alla sospensione di questi ultimi.

A fronte di migliaia di compagni ingiustamente rinchiusi nelle carceri con pene esageratamente lunghe rispetto al reato commesso, vivendo qualsiasi tipo di restrizione immaginabile, questa sentenza urla di tutto ma non certo che la legge è uguale per tutti. Rileva invece come la legge si muova su due binari, il binario repressivo che punisce, ferocemente, i comportamenti ritenuti pericolosi per l’esistenza di questo stato borghese e che lo mettono in discussione fin dalla base e il binario bonario, che punisce, quasi con un moto di simpatia, reati che non ledono alla pace di nessuno nella paciosa Svizzera. I colpevoli sono due agenti ticinesi, la vittima è un cittadino rumeno: in fondo non importa a nessuno la fine che quest’ultimo avrebbe fatto perché, secondo logica popolare, “se ne fosse rimasto a casa sua e non gli sarebbe successo nulla”.

E così è archiviato l’ennesimo abuso di potere compiuto dalla polizia, in questo cantone come nel mondo, senza che nessuno si ponga l’importante quesito su cosa sarebbe successo ad assioma capovolto, con due rumeni che sequestrano, picchiano e abbandonano un agente: diciotto mesi con la condizionale? Copertura mediatica minima? Partiti politici in silenzio?

Chissà perché, ma nutriamo forti dubbi in merito…

Volantino Polizia