20.9 // LIBERTÀ PER MEHMET, LIBERTÀ PER TUTTI I PRIGIONIERI POLITICI

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Dopo essere stato imprigionato e torturato nel suo Paese, Mehmet Yesilçali ha ottenuto lo status di rifugiato politico in Svizzera.
Mehmet è un militante della Confederazione dei Lavoratori di Turchia in Europa (Atik), organizzazione sindacale criminalizzata dalla macchina repressiva di Erdogan, ma assolutamente legale alle nostre latitudini.
Agendo in qualità di cane da guardia del governo turco, “l’umanissima” Germania ha agito su mandato di quest’ultimo, giungendo all’arresto di 12 compagni turchi sul territorio europeo.
Fra questi Mehmet, accusato di aver preso parte a cinque riunioni dell’opposizione turca su suolo tedesco, senza che la benché minima prova di un’attività illecita sia stata avanzata dal procuratore pubblico.
Dallo scorso mese di aprile Mehmet è incarcerato a Friborgo. Il 19 giugno, in violazione della convenzione di Ginevra, della pratica giuridica elvetica, del diritto internazionale e di tutti gli altri strumenti istituzionali di cui la Svizzera è una fervente sostenitrice, il Dipartimento Federale di giustizia e polizia ha deciso di estradare il militante turco verso la Germania, senza passare per i tribunali nazionali.
Le ragioni per le quali Mehmet ha ottenuto lo statuto di rifugiato politico sono oggettivamente le stesse ragioni per le quali oggi s’intende procedere alla sua estradizione.

Indipendentemente dalla legittimità giuridica di tali azioni, questo fatto ci mostra come la presunta neutralità elvetica non sia altro che un ipocrita specchio per allodole, destinato a mantenere intatta la pretesa verginità politica di uno Stato che strutturalmente si colloca dalla parte sbagliata della lotta di classe, agendo come alleato oggettivo dell’imperialismo.

Libertà d’autorganizzazione politica per i rifugiati, i migranti, per TUTTI.
Solidarietà alle compagne e ai compagni turchi.
Solidarietà a tutte le minoranze oppresse di Turchia.
Liberare Mehmet, liberare TUTTI i prigionieri politici.

19.06// LIBERTA PER MARCO CAMENISCH, DAVIDE ROSCI E TUTT* I/LE PRIGIONIERI RIVOLUZIONARI

Volantino distribuito da Scintilla durante Festate per le giornate di solidarietà con Marco Camenisch indette dal Soccorso Rosso Internazionale dal 20 al 22 giugno.Marcolibero

“La solidarietà è una legge della vita animale, non meno che la lotta” P. A. Kropotkin

“Marco Camenisch libero”: ancora una volta, senza chiederlo allo Stato e alle sue guardie, lo ribadiamo e lo rivendichiamo. Ancora una volta, ci stringiamo a fianco di Marco, prigioniero politico anarchico ostaggio nelle carceri italiane e svizzere dal 1991, e lo facciamo in occasione delle giornate internazionali indette in sua solidarietà dal Soccorso Rosso Internazionale per il 20-22 giugno 2015. Ancora una volta, parlare di Marco Camenisch è motivo per rimarcare le contraddizioni della società e del suo modello liberista e liberticida, fondato sulla paura e l’odio del diverso e sulla repressione di ogni obiezione di coscienza.
La storia personale di Marco Camenisch si intreccia nell’opposizione fra l’amore per la libertà, la natura e l’umanità, e l’odio verso chi in nome del profitto devasta i territori e incatena le persone. Attivo in prima linea nelle lotte ecologiste e antinucleari degli anni 70 in Svizzera, Marco viene arrestato per la prima volta nel 1980 per aver compiuto due attacchi contro degli elettrodotti. In linea con le tendenze repressive contro le lotte sociali e ecologiste di quegli anni, Marco subisce una pena spropositata e viene condannato a dieci anni di prigione. Insieme ad altri detenuti, l’anno successivo riesce a evadere e per dieci anni vive in clandestinità in Italia, finché, a seguito di uno scontro a fuoco con la polizia, viene arrestato nuovamente. Accusato dell’omicidio di una guardia carceraria in occasione della sua fuga (imputazione poi caduta in quanto fu provato che Camenisch non ebbe alcuna responsabilità), di innumerevoli attentati a sfondo ecologista e dell’omicidio di una guardia di confine a Brusio (accusa quest’ultima da sempre respinta dallo stesso Marco), lo Stato ha tentato negli anni di dipingerlo come un assassino sanguinario e lo ha colpito trasferendolo di carcere in carcere fra Italia e Svizzera, dove si trova da quando nel 2002 è stato estradato. Come se non bastasse, lo Stato tenta di attribuire un’etichetta psichiatrica alla sua lotta, con la chiara volontà di dichiararlo folle e di tenerlo rinchiuso anche dopo la fine della sua pena, prevista per il 2018. Da parte sua, Marco ha sempre respinto ogni attacco e ha sempre manifestato la sua integrità ideologica, collaborando attivamente da dentro con i movimenti fuori e dimostrando che nessuna istituzione totale può arrestare le lotte sociali e la sete di libertà. Schierarsi dalla parte di Marco significa fare breccia fra quelle mura che lo isolano fisicamente in quanto prigioniero politico ma che non riusciranno mai a scalfire la sua identità di rivoluzionario.

Rivendicare la libertà di Marco Camenisch significa infine indirizzarsi contro il carcere in quanto istituzione e rivolgersi alle prigioniere e ai prigionieri politici di ogni dove in quanto parte attiva delle lotte. La nostra solidarietà complice va così anche a tutti loro e in particolare a Davide Rosci, antifascista accusato di “devastazione e saccheggio” (sebbene nessuna prova di queste imputazioni sia stata prodotta in tal senso) per i fatti di Roma del 15 ottobre 2011, condannato a 6 anni di prigione e appena reincarcerato dopo che solo poche settimane fa era stato trasferito agli arresti domiciliari.
Davide, Marco e molti altri sono l’esempio di come il potere si accanisca contro singoli e ne voglia fare dei capri espiatori, colpevolizzandoli per una resistenza collettiva alle mostruosità del potere. Davide e Marco sono altresì l’esempio di compagni in galera che rimangono parte integrante dei movimenti e di come la solidarietà è un’arma che ci unisce nelle lotte.

Per scrivere a Marco: Marco Camenisch, Justizvollzugsanstalt Lenzburg; Postfach 75; 5600 Lenzburg; Svizzera
Per scrivere a Davide: Casa circondariale di Teramo, Strada Comunale Rotabile Castrogno ; 64100 Teramo (TE); Italia

Per la liberazione di Marco Camenisch, Davide Rosci e tutte le prigioniere e i prigionieri rivoluzionari

Per la liberazione totale dell’uomo e della terra

Organizzarsi e Lottare

16.05 // PRESENTAZIONE “SEBBEN CHE SIAMO DONNE – STORIE DI RIVOLUZIONARIE”

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Il Collettivo Scintilla vi invita alla presentazione del libro “Sebben che siamo donne – Storie di rivoluzionarie”, che sarà strutturata con interventi, video e reading da parte di Paola Staccioli e Silvia Baraldini, il 16 maggio 2015, alla Casa del Popolo a Bellinzona, alle ore 18.

Questo libro è nato per dare un volto e un perché a una congiunzione. Nel commando c’era anche una donna, titolavano spesso i giornali qualche decennio fa. Anche. Un mondo intero racchiuso in una parola. A sottolineare l’eccezionalità ed escludere la dignità di una scelta. Sia pure in negativo. Nel sentire comune una donna prende le armi per amore di un uomo, per cattive conoscenze. Mai per decisione autonoma. Al genere femminile spetta un ruolo rassicurante. In un’epoca in cui sembra difficile persino schierarsi «controcorrente», le «streghe» delle quali si racconta nel libro emergono dal recente passato con la forza delle loro scelte. Dieci militanti politiche (Elena Angeloni, Margherita Cagol, Annamaria Mantini, Barbara Azzaroni, Maria Antonietta Berna, Annamaria Ludmann, Laura Bartolini, Wilma Monaco, Maria Soledad Rosas, Diana Blefari) che dagli anni Settanta all’inizio del nuovo millennio, in Italia, hanno impugnato le armi o effettuato azioni illegali all’interno di differenti organizzazioni e aree della sinistra rivoluzionaria, sacrificando la vita per il loro impegno.

(http://www.deriveapprodi.org/2015/01/sebben-che-siamo-donne-2/)

Durante la serata potrà essere acquistato il libro e saranno venduti libri e altro materiale informativo della bancarella di Scintilla.

13.02 // Libertà per Lina Khattab e per tutti i prigionieri politici

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Lunedì 16 febbraio 2015 la studentessa diciottenne Lina Khattab verrà processata dalle autorità israeliane alla corte militare di Ofer, nella Palestina occupata. Arrestata nel dicembre 2014 per aver partecipato a una manifestazione studentesca che chiedeva la liberazione dei prigionieri politici palestinesi, è accusata di aver lanciato delle pietre contro i soldati israeliani: la pena per questo genere di “reati” va dai 6 mesi ai 20 anni di carcere.

Il caso di Lina si aggiunge a quello dei “Cinque di Hares”: cinque ragazzi arrestati in marzo 2013 e da due anni rinchiusi nelle prigioni israeliane. I loro processi sono in programma in queste settimane nella corte militare di Salem, Palestina occupata. Sotto tortura, i cinque ragazzi hanno confessato di aver lanciato dei sassi sulla Road 5 che costeggia il villaggio, provocando l’incidente di un’auto israeliana che si stava recando nell’insediamento illegale di Yakir. I Cinque di Hares sono accusati di tentato omicidio e rischiano una pena che va dai 20 anni all’ergastolo. Una campagna internazionale (https://haresboys.wordpress.com/) è stata lanciata al fine di affermare l’innocenza dei ragazzi e al contempo denunciare le condizioni di detenzione dei prigionieri politici palestinesi nelle carceri israeliane. Ad oggi, più di 6’500 palestinesi sono rinchiusi nelle carceri israeliane: tra loro vi sono più di 160 minorenni con età che variano fra i 12 e i 17 anni. Dal momento dell’arresto in avanti, i palestinesi sono sottoposti a sistematiche torture da parte delle forze armate israeliane: insulti, percosse, minacce di morte rivolte ai famigliari, privazioni del sonno, elettroshock, reclusione per settimane in celle di isolamento prive di finestre e di spazio vitale. Inoltre, nella maggior parte dei casi i prigionieri non conoscono la ragione dell’incarcerazione e i loro famigliari non vengono informati per giorni sul luogo in cui sono detenuti. La dispersione dei prigionieri nelle carceri israeliane à illegale secondo la Legge Internazionale (la Quarta Convenzione di Ginevra, art. 76, vieta infatti a uno Stato occupante di trasferire i detenuti in carceri situate sul proprio territorio) e rappresenta un grande ostacolo per le visite dei famigliari, le quali subiscono altresì numerose restrizioni nella durata e nella frequenza. La detenzione e la tortura di oltre il 20% della popolazione palestinese da parte dello Stato occupante è parte integrante della strategia repressiva israeliana, che mira a colpire la resistenza e a sradicarla fin dalle basi. I palestinesi, da parte loro, rispondono a ogni attacco perpetrato dall’avanzata israeliana rafforzando il sentimento d’appartenenza comune e l’inarrestabile aspirazione alla libertà.

Il Collettivo Scintilla esprime la propria solidarietà a tutti i prigionieri politici palestinesi rinchiusi nelle prigioni dello Stato terrorista di Israele e prende parte alla campagna di denuncia contro la multinazionale britannica della sicurezza privata G4S (http://www.addameer.org/gatesdivest), la quale assicura la protezione delle carceri israeliane e si rende così complice delle innumerevoli torture perpetrate all’interno delle mura oltre che della pulizia etnica della Palestina. Nella convinzione che l’unica forma di sicurezza possibile sia quella favorita dal rispetto e dalla convivenza fra i popoli, il Collettivo Scintilla ribadisce l’importanza di sviluppare una lotta internazionalista contro ogni tipo di fascismo e colonialismo e contro il sistema capitalista che vi sta alle spalle.

Contro ogni carcere

Contro ogni muro

Per la liberazione della Palestina

Organizzarsi e Lottare

Collettivo Scintilla

12.01// PAESE BASCO: IL TERRORISMO È DI STATO

Thousands march behind a banner reading "Repatriate all Basque Prisoners" during an annual nationalist demonstration in Bilbao

Mentre tutto il mondo occidentale e i suoi capi di Stato piangono la strage avvenuta nella redazione del settimanale “Charlie Hebdo”, facendo altisonanti proclami a favore della libertà di stampa ed espressione e contro il terrorismo, nel Paese Basco, una volta ancora, si perpetua la repressione contro la struttura di solidarietà che combatte in favore dei diritti civili delle prigioniere e dei prigionieri politici. Ancora una volta, la macchina oppressiva di Madrid si è messa in moto affinché non ci siano dubbi sul fatto che cercherà di fermare la lotta degli indipendentisti baschi con qualsiasi mezzo. Sedici persone legate a organizzazioni della sinistra indipendentista basche, fra cui dodici avvocati impegnati nella difesa dei diritti dei prigionieri politici, sono state arrestate lunedì 12 gennaio, nel corso di una maxi-operazione ordita dalla Guardia Civil, e accusate di crimini di tipo fiscale , oltre all’intramontabile reato di “integrazione in organizzazione terroristica”. Manovra avvenuta a poche ore dalla marcia che ha visto a Bilbao 80’000 persone scendere in piazza, per l’ennesima volta, al fine di esigere il rispetto dei diritti delle prigioniere e dei prigionieri politici baschi. Dimostrazioni che non hanno nessun effetto su Rajoy e il suo sistema giudiziario, che imperterriti proseguono nella loro personale “lotta al terrorismo”. La chiamano lotta al terrorismo, quando è più che evidente che l’unico terrorismo è quello operato da Madrid contro i diritti civili della propria classe operaia e l’indipendentismo di sinistra basco: attraverso la prosecuzione dell’uso della detenzione in incommunicado, che permette alla Guardia Civil di trattenere una persona sospettata di terrorismo fino a 13 giorni senza che costui possa parlare con un avvocato, un medico o alla famiglia, con l’utilizzo sistematico della tortura durante gli interrogatori e di un uso brutale della forza durante delle manifestazioni pacifiche. Inutile che il primo ministro Rajoy marci a Parigi per il rispetto delle libertà sopraccitate, quando è il primo a non voler rispettare i diritti dei propri cittadini: inutile scandalizzarsi degli atti brutali effettuati dal “nemico comune”, l’integralismo islamico, quando giorno dopo giorno, nel silenzio e l’indifferenza internazionale, la Guardia Civil e il governo dello Stato spagnolo commettono efferate e brutali violazioni, altrettanto gravi e intimidatorie nei confronti del movimento popolare e in particolare dei suoi settori più coscienti e organizzati.

Il Collettivo Scintilla si unisce alle denunce contro le intimidazioni e le violazioni dei diritti fondamentali attuati dallo Stato spagnolo verso le compagne e i compagni baschi e solidarizza con le prigioniere e i prigionieri politici sparsi per tutto il Paese. Venerdì 23 gennaio sarà organizzata una cena in solidarietà col Paese Basco alle ore 20.00 al Bar dal Giovann a Osogna . Vi aspettiamo numeros*.

 

LA LOTTA È L’UNICO CAMMINO!

BORROKA DA BIDE BAKARRA!

MOLTI PAESI, UNA SOLA LOTTA!

HAMAIKA HERRI BORROKA BAKARRA!

12. 12 // SOLIDARIETÀ CON JONE

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Il Collettivo Scintilla aderisce alla mobilitazione di Solidarietà nei confronti di Jone, compagna basca, ingiustamente accusata e perseguitata politicamente, al momento ricercata e condannata a un anno e mezzo di carcere.

” Liberare tutt* vuol dire lottare ancora”.. JONE LIBRE, NO PASARAN!


Per più informazioni: http://www.naiz.eus/eu/actualidad/noticia/20141212/he-decidido-vivir-libre-y-sera-posible-gracias-al-compromiso-de-la-gente

https://www.facebook.com/jonelibre?ref=ts&fref=ts

17.04 // Giornata internazionale dei prigionieri e delle prigioniere politiche

17aprile

LIBERARE TUTTI E TUTTE VUOL DIRE LOTTARE ANCORA

Nel 2004 a Donostia (Paese basco) è stata adottata una dichiarazione istituendo il 17 aprile come giornata internazionale in solidarietà con i prigionieri e le prigioniere politiche. Questa data è stata scelta per ampliare la portata di una giornata che, dal 1975, era già dedicata alla solidarietà con i prigionieri e le prigioniere palestinesi, trasformandola nell’occasione per portare il calore e il sostegno a tutti e tutte le rivoluzionarie e militanti prigioniere in ogni paese del mondo.

Questa data resta purtroppo di attualità essendo ancora migliaia le persone che dal Kurdistan alla Palestina, passando dal Paese Basco ma anche dalle carceri svizzere, si trovano oggi incarcerate e condannate a pene più severe del previsto a causa della loro lotta contro il capitalismo, per i diritti delle minoranze e della classe operaia.

Oltre a subire pene più lunghe, i militanti sono soggetti a misure d’eccezione come la dispersione in carceri lontane centinaia di km da compagni e famigliari, censura della posta, negazione dell’accesso ai giornali e all’informazione, isolamento, perquisizioni continue e degradanti, rifiuto della liberazione condizionali, … Trattamenti che impongono, di fatto, una doppia pena ai prigionieri e le prigioniere politiche e ai e alle loro familiari .

Il carcere è spesso il destino dei e delle militanti che più si impegnano nella critica e nella lotta contro il capitale e che per questo motivo né diventano i bersagli prioritari. Se il sostegno delle organizzazioni rivoluzionarie è un passo importante sul piano umano per chi le persone incarcerate, il passato insegna che è solo con la mobilitazione di un’ampia fetta della classe operaia nazionale e internazionale che si può ristabilire un rapporto di forza che permetta un effettivo miglioramento delle condizioni dei e delle detenute politiche e, in alcuni casi, di ottenere la loro liberazione.

In questo senso si inserisce la campagna di solidarietà portata avanti dal Gruppo di Informazione e Appoggio ai Prigionieri (GIAP), organo del Collettivo Scintilla, in sostegno a sei prigionieri e prigioniere, scelti per rappresentare l’insieme dei compagni e delle compagne incarcerate.

L’azione principale è consistita nell’invio di decine di cartoline, firmate da compagne e amici, che hanno voluto mostrare a tanto alle persone rinchiuse che a chi ha pronunciato le condanne, che non sono soli e sole, e che è possibile e necessario organizzarsi per trasformare ogni condanna in uno spunto per allargare la lotta e per smascherare la violenza del capitalismo. Violenza diretta principalmente contro le classi popolari e in particolare contro quel settore che si organizza per resistere all’offensiva capitalista e per costruire un’alternativa politica e sociale.

I destinatari della campagna sono i seguenti : i prigionieri svizzeri Marco Camenisch e Andrea Stauffacher, l’antifascista italiano Davide Rosci, il franco-libanese Georges Ibrahim Abdallah, il prigioniero politico basco Gaizka Astorkizaga e la pantera nera Mumia Abu-Jamal.

Favorevolmente stupiti dall’entusiasmo che ha suscitato la campagna, tanto tra chi ha partecipato che dai destinatari delle cartoline, continueremo a lavorare per ampliare il sostegno ai prigionieri e alle prigioniere politiche finché per ognuno e ognuna dentro, mille lotteranno fuori.

LA SOLIDARIETÀ È UN’ARMA
PER LA LIBERTÀ DEI PRIGIONIERI E DELLE PRIGIONIERE POLITICHE : ORGANIZZARSI E LOTTARE

Collettivo Scintilla // Gruppo di Informazione e Appoggio ai Prigionieri

Libertà per i prigionieri e le prigioniere politiche

Da dicembre 2013 è in corso una campagna di solidarietà  nei confronti delle compagne e dei compagni  rinchiusi nelle prigioni del mondo in ragione della loro attività politica. Compagn* spesso sottomess* a regime di carcere duro, trasferimenti continui, allungamento delle pene, rifiuto della libertà condizionale. Per ragioni logistiche, abbiamo scelto di iniziare con sei prigionier* che dalla Svizzera fino agli Stati Uniti sono  rinchius*, spesso da moltissimi anni, ma sempre a testa alta facendo fronte alla repressione senza rinnegare la loro identità politica.

Portiamo quindi oggi il nostro sostegno a Davide, Marco, Andi, Mumia, Georges e Gaizka sapendo che per far fronte alle angherie del potere che li tiene rinchiusi, i nostri prigionieri hanno bisogno di noi così come noi abbiamo bisogno di loro e del loro esempio.

Invitiamo quindi tutt* a sostenere la campagna informandovi sulla situazione dei e delle prigioniere politiche e scrivendo a chi è in carcere. Richiedete le cartoline dei prigionieri ai nostri eventi o scrivendoci all’indirizzo : scintilla@canaglie.net

Mostriamo ai capitalisti e ai loro sgherri che nessun@ sarà abbandonat@.

Alla repressione rispondiamo con l’organizzazione e la solidarietà.

DAVIDE ROSCI

Davide RosciDavide è un militante comunista italiano. Attivo politicamente fin da giovane a Teramo, la sua città natale, milita nelle file di Rifondazione Comunista. Nell’aprile 2012, Davide viene arrestato, assieme ad altre cinque persone, per gli scontri avvenuti alla grande manifestazione del 15 ottobre 2011 a Roma. Lo accusano di resistenza a pubblico ufficiale, devastazione e saccheggio, con l’aggravante di averlo fatto coperto da passamontagna. Al termine del processo, il tribunale condanna Rosci a 6 anni di carcere. La difesa ha sempre contestato l’accusa: nel corso della manifestazione Davide aveva attuato, infatti, come centinaia di altre persone e l’accusa si basa esclusivamente su fotografie raffiguranti Davide presente nel luogo della violenza, non mentre compie atti illegali. È in ogni caso evidente che il suo processo sia stato un  processo politico, tanto per la debolezza delle prove che hanno portato alla condanna, quanto per la severità della pena.

Subito dopo la condanna, Davide ha iniziato uno sciopero della fame per contestare l’esistenza del reato di devastazione e saccheggio, perché quello che ha subito non lo subiscano altri. Dopo l’arresto, gli atti di solidarietà nei confronti di Davide non si sono fatti attendere, perché fra compagni “si va e si torna insieme”. Nel periodo passato in carcere, Davide sta vivendo una vera e propria odissea, fatta di cambiamenti continui di prigione, sette in 11 mesi, in un chiaro tentativo di spezzare la sua determinazione. Non permettiamogli di farlo.

Sosteniamo Davide scrivendogli al al seguente indirizzo:

Davide Rosci

c\o Casa Circondariale Mammaggialla; 

via San Salvatore; 01100, Viterbo; Italia

GEORGES IBRAHIM ABDALLAH

Gerges AbdallahGeorges nasce il 2 aprile del 1951 ad Al Qoubaiyat (Libano). Nel 1971 raggiungere il FPLP, il Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, con cui lotterà contro l’invasione del Libano da parte dell’esercito israeliano nel 1978. Dopo il massacro di Sabra e Chatila nel settembre del 1982, dove l’esercito israeliano lascia massacrare migliaia di civili palestinesi inermi rifugiati in Libano, si assiste alla creazione delle FAR (Frazione Armata Rivoluzionaria libanese). Questo movimento entra in azione in Europa, abbattendo il responsabile del Mossad in Francia, Yacov Barsimantov, il 3 aprile 1982.

Il 24 ottobre 1984, le autorità francesi arrestano Georges, dopo che questi è stato seguito da agenti del Mossad e da agenti libanesi fino a Lyon. L’arresto viene motivato dal possesso di un documento d’identità falso, sebbene quest’ultimo fosse stato in realtà rilasciato legalmente dallo Stato algerino. Sebbene la Francia avesse dichiarato che Georges sarebbe stato liberato a breve in ragione di mancanza di prove, le pressioni statunitensi giocarono un ruolo fondamentale nella sua permanenza in carcere. In un primo processo Georges è condannato a 4 anni per possesso d’armi e di documenti falsi. In un secondo processo del 1987 Georges è invece accusato di cospirazione al fine di promuovere degli atti terroristici (creazione delle FAR e pianificazione delle sue operazioni). Georges è condannato all’ergastolo da un tribunale speciale anti-terrorista, creato appositamente dal governo francese per l’occasione, libero di agire senza dover utilizzare prove giuridiche o testimoni (che per altro non esistevano).Georges è quindi un colpevole senza prove e continua a scontare la sua pena, sebbene, per il diritto francese, sarebbe liberabile dal 1999.

Potete scrivere a Georges al seguente indirizzo:

Georges Ibrahim Abdallah ;

n° d’écrou 2388 W

CP de Lannemezan ; 204 rue des Saligues ;

BP 70166 65307 – Lannemezan, France

 

MARCO CAMENISCH

Marco CamenishMarco nasce in Svizzera il 21 gennaio 1952. Negli anni ’70 si impegna in prima linea nella lotta anti-nucleare. Sarà questa lotta a portarlo per la prima volta di fronte a un tribunale quando, nel 1980, è accusato del sabotaggio di svariate centrali nucleari. Marco rivendica come sua l’azione, lanciando un’invettiva dal tribunale contro lo sfruttamento naturale del Grigioni. L’accusa più grave è la tentata esplosione di un traliccio dell’alta tensione: Marco, allora incensurato, è condannato a 10 anni di prigione, una pena il cui carattere sproporzionato denota la matrice politica della sentenza e la volontà di farne un monito per tutto il movimento. Nel 1981, Marco, assieme ad altri detenuti, riesce a evadere dal carcere. Durante l’evasione una guardia rimane uccisa.

Per 10 anni, Marco vive in latitanza in Italia finché, nel 1991, a seguito di una sparatoria con un carabiniere, viene arrestato. Processato in Italia, viene condannato a 12 anni per vari reati ma non per il tentato omicidio del carabiniere, giacché la sparatoria è giudicata più un gesto d’autodifesa che una volontà d’uccidere. Nel 2002, dopo un’odissea, che ha più il sapore di calvario, fra numerosissime carceri italiane, viene estradato in Svizzera, dove Marco deve rispondere dell’accusa di tentato omicidio durante l’evasione del 1981, e dell’uccisione di una guardia di confine a Brusio, nel 1989. Se, per quanto riguarda la guardia carceraria del 1981, Marco viene rapidamente assolto, la polizia e l’accusa sembrano considerare indubbia la colpevolezza di Marco rispetto all’omicidio della guardia di confine. Il processo appare fin da subito viziato da una sentenza scritta anni addietro: come se non bastasse, il giudice che presiede il processo Camenisch è figlia del presidente della società elettrica cui Marco aveva fatto saltare un traliccio negli anni ’80. In questo processo Marco reclama a gran voce la sua innocenza: le prove a suo carico sono inesistenti, basate solo su indizi lacunosi e incerti. Eppure, la giuria condanna Marco a 17 anni di carcere, ridotta in seguito a 8, poiché Marco deve ancora scontare la pena precedente all’evasione. Marco sarà libero nel 2018, imprigionato in un sistema carcerario che non gli ha mai concesso nessun tipo d’agevolazione o di premio.

Potete scrivere a Marco al seguente indirizzo:

Marco Camenisch;

Justizvollzugsanstalt Lenzburg;

Postfach 75; 5600 Lenzburg; Svizzera

ANDREA “ANDI” STAUFFACHER

AndiAndi nasce a Zurigo il 3 febbraio 1950. Andi è una militante dell’organizzazione rivoluzionaria Aufbau e segretaria del Soccorso Rosso Internazionale. Nel novembre 2012, Andi è condannata a 17 mesi di detenzione con l’accusa d’utilizzo d’esplosivi e danni alla proprietà privata, in particolare per delle azioni dirette contro il consolato spagnolo a Zurigo e una sede degli uffici di polizia a Berna. L’azione contro il consolato spagnolo è stata rivendicata dal gruppo “Perspective Révolutionnaire”, in segno di solidarietà ai prigionieri politici baschi in sciopero della fame in quel momento.

Le prove che hanno portato alla condanna di Andi sono però illegali, poiché la traccia di DNA che ha permesso d’identificate Andi è quella usata in un altro processo, archiviato senza condanne. Come previso dalla legge, questa traccia di DNA sarebbe dovuta essere distrutta, mentre invece gli zelanti tutori dell’ordine l’hanno conservata e utilizzata illegalmente nel processo successivo in cui Andi è stata condannata. Sebbene risieda tuttora in prigione, Andi non ha smesso di lottare e di dimostrare la sua solidarietà verso gli altri prigionieri politici: nel luglio 2013, assieme a Marco Camenisch, ha partecipato alla settimana internazionale di sciopero della fame per la liberazione di Georges Ibrahim Abdallah. Perché la solidarietà è più forte che qualsiasi cella, per quanto questa possa essere fortificata.

Potete scrivere ad Andi al seguente indirizzo:

Andrea Stauffacher;

Palmstrasse, 2;

8411 Winterthur; Svizzera

MUMIA ABU-JAMAL

Mumia Aby- JamalWesley Cock, meglio conosciuto come Mumia Abu-Jamal, nasce il 24 aprile 1954 a Filadelfia. Fin dall’adolescenza inizia a battersi contro la segregazione razziale e ad avere, dunque, problemi con la polizia e l’FBI. Nel 1969, diviene l’incaricato dell’informazione nella sezione di Filadelfia delle Pantere Nere, diventando rapidamente un noto giornalista radiofonico, soprannominato la “voce dei senza-voce”, per le sue critiche alla corruzione della polizia e dei politici. Queste critiche gli valsero il licenziamento dalla radio nel 1981 e Mumia dovrà adeguarsi al lavoro di tassista.

Il 9 dicembre di quello stesso anno, mentre trasporta un cliente, Mumia viene gravemente ferito nel corso di una sparatoria durante la quale muore un poliziotto, Daniel Faulkner. Moumia verrà quindi arrestato, accusato di aver sparato a Faulkner, in nome dell’odio provato nei confronti della polizia e della sua adesione alle Pantere Nere. Alla fine di un processo viziato da molte contraddizioni nelle prove e nella ricostruzione dei fatti e dai pregiudizi razziali della giuria, Mumia Abu-Jamal è condannato a morte. Era il 1982. Nel giugno del 1999, un sicario ha confessato agli avvocati di Mumia di essere lui il vero assassino di Faulkner, ma la sua confessione non è mai stata presa in considerazione al fine di una revisione del processo. Nel 2008, la pena di morte è stata commutata in ergastolo e Mumia continua a scontare la sua pena in carcere.

Potete scrivere a Mumia al seguente indirizzo:

Mumia Abu-Jamal;

#AM8335; SCI Mahanoy;

301 Morea Road Frackville, PA 17932

GAIZKA “FITO” ASTORKIZAGA

GGaiykaaizka è un giovane militante indipendentista basco. Nel marzo 2011  è stato condannato a 6 anni di prigione per un attacco incendiario contro una banca a Bilbao, tramite l’utilizzo di un piccolo ordigno mai esploso. L’azione voleva denunciare gli arresti e la repressione subiti dai giovani del movimento indipendentista. La pena di Gaizka è stata poi ridotta di due anni dal tribunale d’appello.

Nel luglio 2012, Gaizka è stato arrestato nel corso di una manifestazione a Bilbao contro le ultime detenzioni dei membri di ETA, convocata dal movimento Elak, nato nel 2011 a difesa dei diritti umani per tutti i Paesi Baschi. Nel corso di questa manifestazione Gaizka si è incatenato al di fuori del Palazzo di Giustizia come gesto d’opposizione alla detenzione dei suoi compagni. In quel momento, l’Ertzaintza, la polizia in forza nei Paesi Baschi, ha disperso violentemente la manifestazione e arrestato Gaizka ancora incatenato al Palazzo di Giustizia. Assieme a lui, altri due militanti sono stati detenuti con l’accusa di disturbo dell’ordine pubblico, per aver cercato di difenderlo ed evitargli l’arresto.

Dopo il suo arresto, nei Paesi Baschi si sono sommate innumerevoli azioni solidali per Gaizka come per tutti gli altri detenuti politici baschi, dispersi nelle varie carceri dello Stato Spagnolo, il più lontano possibile dai Paesi Baschi e dai propri famigliari e amici, in nome dei patti antiterroristi decisi dallo Stato al fine di minare il desiderio di indipendenza e socialismo di gran parte della società basca.

Potete scrivere a Gaizka al seguente indirizzo:

Gaizka Andoni Astrorkizaga;

Ctra N-630 km 314;

37799 Topas Salamanca; Spagna

Goccia dopo goccia, costruiamo un mare per i diritti dei prigionieri politici

Il mare per i diritti dei prigionieri politici è arrivato fino in Ticino, da dove portiamo la nostra solidarietà ai 520 prigionieri politici baschi e alle loro famiglie ai quali lo Stato spagnolo impone una pena supplementare sotto forma della dispersione.

tantaztanta

Per cercare di rompere i legami di solidarietà tra i militanti e con la società basca in generale, i 520 prigionieri politici sono dispersi in 80 diverse carceri situate a centinaia di km da Euskal Herria. Nonostante questo, sono sempre più numerose le persone che si impegnano per costringere Madrid e Parigi a mettere fine a questa ennesima barbarie. Continue reading Goccia dopo goccia, costruiamo un mare per i diritti dei prigionieri politici