6.04 // PERCHÉ IL NOSTRO FEMMINISMO È INTERSEZIONALE

Continua la collaborazione del Collettivo Scintilla con i Quaderni del ForumAlternativo.

Per il numero corrente, abbiamo scritto di un pilastro ideologico di Scintilla, sin dalla sua nascita: il femminismo intersezionale. Per dimostrare che non basta essere donne per condividere la medesima visione del mondo e della lotta, ma che è necessario un fondamento ideologico comune.

 

Con femminismo intersezionale si definisce quella corrente del movimento femminista che organizza le proprie pratiche politiche e sociali partendo da una coscienza di classe che individua nelle svariate forme di oppressione una causa identificabile in un denominatore comune, ovvero la società piramidale dominata al vertice da una cultura patriarcale sessista, classista e razzista.

Questa concezione sostiene che per giungere all’emancipazione e per liberarsi da qualsiasi forma di sfruttamento, di discriminazione e di oppressione, sia fondamentale considerare le lotte sociali nella loro trasversalità, sostenersi reciprocamente ed evitare di creare delle gerarchie che indichino quali siano primarie e quali secondarie, poiché esse si intersecano e si sostanziano vicendevolmente.
Il collante per creare un movimento che abbia la forza di porre le basi per una società più equa e giusta è dunque la solidarietà. Sul piano concreto questo dovrebbe tradursi in un sostegno di tutte quelle rivendicazioni volte a rompere i rapporti di forza per costruirne dei nuovi basati sulla parità e sull’orizzontalità.

Per questo motivo il femminismo intersezionale non divide il mondo in due generi identificando in quello maschile la causa di tutti i mali, e non persegue l’unità tra le donne su base prettamente biologica. Perché ‘l’essere donna non ci fa delle persone migliori’. Ci sono infatti anche donne che
sostengono lo status quo e che promuovono forme di oppressione.

La politica ne è piena. Le quote rosa non sono sinonimo di uguaglianza rappresentativa. E se talvolta nelle discussioni politiche viene portata avanti la questione (spesso illusoriamente) di
genere, nella maggioranza dei casi essa è dissociata da quella di classe. Esistono donne che giustamente proclamano la parità salariale tra uomo e donna, ma che ad esempio sono contrarie all’introduzione di salari minimi adeguati (quando le professioni più sottopagate e precarie sono quelle femminilizzate: industria tessile, orologiera, settore delle pulizie, cure a domicilio, estetista, ecc.); o che con un malcelato razzismo sostengono leggi come quella antiburqa in virtù di una fantomatica difesa della libertà delle donne; oppure ancora che si oppongono all’estensione del congedo paternità perché gli uomini “hanno già troppi privilegi”; o che reclamano una società maggiormente improntata al “sorvegliare e punire”, contraddistinta  da una massiccia presenza di poliziotti e agenti di sicurezza (uomini beninteso) per scongiurare qualsiasi violenza o abuso nei luoghi pubblici (quando la maggior parte dei soprusi avviene tra le mura di casa).

Questi sono solo alcuni dei tanti esempi di un pseudo femminismo che si rivela non utile alle donne ma utile alle logiche patriarcali, capitaliste, razziste, autoritarie, reazionarie e che in sostanza è un ulteriore mezzo di controllo – con l’alibi della tutela – per scongiurare l’autodeterminazione delle donne, definendole tutte come potenziali vittime e arrogarsi il diritto di ergersi a loro difesa e decidere cosa sia meglio per loro.

Con ciò non s’intende che chi non subisce un determinato tipo di sfruttamento non debba interessarsene. Anzi, considerando la nostra posizione privilegiata rispetto a tanta altra gente nel mondo, è un dovere occuparci anche delle discriminazioni che non hanno un effetto diretto su di noi, in quanto esistono persone che appartengono a minoranze etniche, religiose, per orientamento sessuale o identità di genere che non sono nella posizione di poter combattere per i propri diritti.
Questo però non vuol dire definire le lotte altrui e sovradeterminarle. Le lotte appartengono a chi le pronuncia, dal basso; noi possiamo amplificarne la voce e offrire una mano, ma ognuno deve avere la possibilità di autodeterminarsi a modo proprio.

Attenzione quindi a sostenere che le donne dovrebbero essere votate in quanto donne senza tenere conto delle precise idee delle quali si fanno portatrici.

Il femminismo intersezionale è costruito su obiettivi comuni, non sull’essere donna, e promuove in definitiva un posizionamento conflittuale contro la società patriarcale e a favore della decostruzione degli stereotipi di genere, dell’intersezione delle lotte, dell’autodeterminazione delle singole persone. È volto all’emancipazione collettiva di categorie di persone che subiscono prevaricazioni. Rimette in discussione regole arcaiche che ancora interferiscono quotidianamente nelle relazioni, nell’educazione dei figli, nella sessualità, nelle scelte in merito al proprio corpo. E agisce globalmente contro culture autoritarie, ovunque e a partire da qualunque genere esse si manifestino.

Riconosciamo allora l’importanza e il valore di tutte le lotte contro l’ingiustizia, la gerarchia, il precariato senza decretare quali siano primarie e quali marginali. Sono tutte interrelate e abbiamo ottime ragioni per occuparcene e per essere solidali tra noi.

13.02 // FASCISMO, CANE DA GUARDIA DEL CAPITALE

Continua la collaborazione del Collettivo Scintilla con i Quaderni del ForumAlternativo. Per il numero corrente, ci siamo focalizzati su un tema attuale e sempre più preoccupante: la normalizzazione del neofascismo all’interno di un discorso istituzionale, la tendenza a vedere i fascisti come degli attori con i quali discutere.

Il nostro invito è invece quello di unirsi un unico fronte antifascista forte e determinato.

 

I fascisti non sono mica come i funghi, che nascono così, in una notte. No. I fascisti sono stati i padroni a seminarli, li hanno voluti, li hanno pagati. E coi fascisti i padroni hanno guadagnato sempre di più, al punto che non sapevano più dove metterli i soldi”. Come Olmo nell’intramontabile film di Bertolucci, “Novecento”, ancora una volta ci troviamo nella condizione di dover ribadire quanto il fascismo sia strumentale al capitale. E di quanto serva al capitale, per mantenere l’ordine tra le proprie fila e per far sprofondare il popolo nella più totale ottusità che questa ideologia comporta.

Sebbene i movimenti neofascisti odierni – come nel passato – si propongano come movimenti antisistemici, che vogliono sovvertire l’ordine costituito per crearne uno nuovo, nella realtà dei fatti questi movimenti sono saldamente ancorati al capitalismo, creati e foraggiati per non porre limiti al sistema. Infatti, il fascismo è e sarà sempre un cane di Pavlov: il capitale chiama, il fascista accorre. Chi ne paga le conseguenze è la classe lavoratrice, che spesso – in mancanza di altre risposte – si lascia ammaliare dalle sirene populiste e dalle facilonerie che questi movimenti propongono. Il risultato è la divisione di questa classe, fra noi e loro, fra lavoratori residenti e immigrati, tra fissi e precari: e l’unico che ci guadagna, come spesso accade, è sempre il capitale con i suoi accoliti.

Parlare di fascismo oggi non è – come tanti, anche nelle file della socialdemocrazia, sostengono – desueto o anacronistico. I movimenti neofascisti si stanno consolidando in tutta Europa, attraverso un terrificante e preoccupante processo di normalizzazione, che conduce a vedere questi pendagli da forca come degli attori con cui discutere e con cui attuare delle politiche comuni. L’errore sta in questo processo: credere che il fascismo non esista più, che i ragazzi pelati che infestano le nostre strade siano “bravi ragazzi che esprimono le proprie idee ma che non fanno male a nessuno”. È seguendo questa logica, nascondendo la testa sotto la sabbia e facendo finta che nulla stia avvenendo, che ovunque si vive una recrudescenza del fascismo, con tutto quello che ciò comporta. Questi bravi ragazzi – infatti – minacciano e si fanno attori di vili attacchi, per non sbagliare in tanti contro uno, di notte, prendendo il malcapitato alle spalle.

Il Ticino non è esente da questa recrudescenza, né lo è dal tentativo di minimizzare l’esistenza di questi movimenti neofascisti e le loro azioni. Si assiste con preoccupazione al fatto che questi vili individui possano esistere e girare tranquillamente propugnando le proprie idee ed esponendo i propri simboli. Con altrettanta preoccupazione, ogni qualvolta questi bravi ragazzi aggrediscono violentemente qualcuno (in un’escalation di violenza che non sembra avere limiti, sino ad arrivare all’uso di coltelli), assistiamo con preoccupazione al fatto che media, polizia e opinione pubblica minimizzino il tutto, diffondendo notizie smozzicate, suggerendo che si tratti di una semplice “rissa fra balordi”, decontestualizzando e spoliticizzando tali aggressioni. In Italia, cloache immonde come CasaPound sono ormai considerate attori politici con i quali è possibile discutere, ai loro militanti è consentito di aprire sedi, di esporre i propri simboli, di manifestare e di fare parte delle liste elettorali. Sono chiamati nei dibattiti televisivi e sono trattati come qualsivoglia altra forza politica.

Già nelle ultime elezioni cantonali abbiamo visto come diversi candidati della destra nostrana non si preoccupassero minimamento di pubblicare sui propri social media immagini e riferimenti a fascismo e nazismo (per poi prenderne le distanze una volta smascherati, buttandola nella goliardia). Tutto ciò è inaccettabile e tutti, dalla socialdemocrazia ai movimenti di estrema sinistra, devono ergersi come una sola voce contro questa deriva. Perché i fascisti non spuntano dall’oggi al domani: non è stato il caso negli anni 30, né sicuramente lo è ora questa vile e miserabile recrudescenza. Si guarda spesso con stupore alla storia contemporanea, chiedendosi come certi orrori siano stati possibili: la realtà è che sono stati possibili perché la società civile ha voluto minimizzare, ha preferito non vedere sino alle estreme conseguenze. Onde evitare che questo accada nuovamente, uniamoci in un unico fronte antifascista forte e determinato. Citando Gramsci: “Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza.”

 

6.12 // Catalunya ARA! Non un passo indietro!

Dal mese di dicembre, il Collettivo Scintilla inizierà una collaborazione con i Quaderni editi dal ForumAlternativo, nei quali avremo una pagina dove discuteremo dei temi che da sempre contraddistinguono la nostra militanza: lotte operaie e internazionalismo.

Per questo numero, ci siamo focalizzati sulla questione catalana, introducendo il contesto dell’indipendenza catalana e intervistando Marco Santopadre su prospettive e futuro della votazione catalana.

 

IL CONTESTO

Il movimento indipendentista catalano ha radici che affondano lontano nella storia. Dopo la sconfitta nella Guerra di successione (1714) la Catalogna attraversa due secoli caratterizzati da un alternarsi di momenti di repressione e di relativa autonomia.

A inizio 900 nascono vari movimenti politici nazionalisti catalani: organizzazioni operaie e sindacali che lottano strenuamente contro le imposizioni militari ed economiche spagnole, rivendicando dapprima una piena autonomia e in seguito radicalizzando la propria posizione indipendentista.

Nel 1931 Francesc Macià col partito Esquerra repubblicana de Catalunya (ERC) vince le elezioni regionali e proclama la Repubblica catalana indipendente. Durante la Guerra civile spagnola (1936-1939) la Catalogna si schiera contro il regime franchista. Una volta al potere, il dittatore Franco nega ogni forma di autonomia alla regione e vieta l’uso della lingua catalana. Al termine della dittatura (1975) il governo catalano viene ripristinato (1977). Tuttavia, lo Stato spagnolo rimane autoritario, l’imposizione di un re persiste, le idee franchiste non vengono abbandonate del tutto e la Spagna resta una nazione unica e indivisibile.
Nel 2003 una coalizione di sinistra vince le elezioni catalane e propone una modifica dello Statuto di autonomia (2006), volta al rinnovamento delle condizioni auto-governative rimaste al lontano 1979. Dopo una prima conferma generale, nel 2010 il Tribunale costituzionale spagnolo annulla lo Statuto di autonomia e il riconoscimento nazionale della Catalogna.

Ne seguono mobilitazioni e proteste che per la prima volta nel XI secolo raggiungono le masse. Il 2011 segna il ritorno al potere nazionale del Partito popolare (PP) di centro-destra, il quale – anche servendosi della crisi economica – attua un piano di ricentralizzazione del potere, stringendo sulle libertà delle comunità autonome e aumentando loro il peso fiscale. Nel 2012 l’obiettivo della Catalogna, sostenuto da un movimento di massa trasversale e intergenerazionale, è l’indipendenza vera e propria; nello stesso anno la Candidatura d’unità popolare (CUP) – partito indipendentista – ottiene un buon risultato alle elezioni parlamentari.

Nel 2014 il governo catalano indice un referendum informale consultivo: il risultato è netto, l’80% dei votanti vuole l’indipendenza. Alle elezioni regionali del 2015 il CUP raddoppia i propri seggi favorendo Carles Puigdemont. In seguito il nuovo governo indipendentista avvia il processo istituzionale che porta al referendum catalano del 1° ottobre 2017.

 

L’INTERVISTA

Marco Santopadre – giornalista freelance italiano –, assieme a una delegazione di una decina di altri compagni provenienti da realtà quali la Rete dei comunisti, Eurostop, Noi Restiamo e USB (Unione sindacale di base), è volato a Barcellona a fine settembre per seguire dal vivo la votazione al referendum relativo all’indipendenza della Catalogna dallo Stato spagnolo. Il Collettivo Scintilla l’ha intervistato per conoscere i dettagli di questa esperienza e interrogarsi sul futuro della Catalogna, le relazioni con altre realtà che anelano all’indipendenza e sull’ambiguità e i posizionamenti della sinistra spagnola – dal fronte istituzionale a quello marxista ortodosso.

 

Marco, ci puoi raccontare della situazione che hai trovato quando sei arrivato a Barcellona?

Quando siamo arrivati a Barcellona abbiamo trovato una situazione di mobilitazione permanente: già il 28 settembre si è svolta una grande manifestazione studentesca come preludio alla votazione che si sarebbe tenuta da lì a tre giorni. Inoltre, in molti quartieri si erano formati Comitati che avevano lo scopo di gestire sul territorio la partecipazione popolare al referendum e di difendere in un secondo momento le urne elettorali e i risultati: le discussioni svolte da questi Comitati vertevano su argomenti quindi anche tecnici, oltre che ideologici. Si evince dunque come vari livelli abbiano preparato, gestito e difeso il voto: dalle istituzioni catalane alle organizzazioni politiche passando per grandi associazioni di massa fino ad arrivare ai Comitati di quartiere.

Onde evitare la chiusura delle scuole alla fine delle lezioni – come ordinato ai presidi da parte dalla polizia -, il venerdì precedente al voto le associazioni delle famiglie vi hanno organizzato varie attività affinché queste non fossero deserte. Durante la notte le stesse scuole sono poi state occupate in massa dai cittadini catalani fino alla domenica sera: durante quest’occupazione abbiamo potuto assistere all’organizzazione dei seggi e alla preparazione tecnica della resistenza.

Domenica mattina sono infatti iniziati gli attacchi nelle scuole, concentrati in quelle più importanti, a Barcellona ma anche a Tarragona e a Girona: per veicolarli al meglio, in quanto sarebbe stato impossibile attaccare tutte le scuole, il governo di Madrid ha fatto una selezione dei seggi più significativi in ragione del numero di votanti e del livello d’indipendentismo dei vari quartieri. Nel pomeriggio, le cariche violente si sono esaurite in quanto la polizia si è resa conto dell’impossibilità d’opporsi alla mole di gente che si recava a votare e alla sua resistenza passiva. Mi preme rilevare che comunque alcune centinaia di migliaia di catalani non hanno potuto votare a causa dei seggi chiusi o dell’hackeraggio del sistema informatico, mentre in altri casi le schede già votate sono state sequestrate dalla polizia.

A seguito della votazione – e come risposta alla brutalità messa in atto da Madrid – il 3 ottobre è stato indetto uno sciopero generale in tutta la Catalogna, al quale hanno aderito ampie frange di lavoratori: la partecipazione dei lavoratori è stata molto importante, giacché sono entrati in campo in maniera consistente dopo un primo momento di egemonia da parte dei partiti e delle associazioni rappresentative della piccola borghesia.

 

Esistono dei legami fra le diverse realtà indipendentiste dello Stato spagnolo?

Bisogna innanzitutto sottolineare che in Catalogna fino al 2010 – a differenza di altre regioni dello Stato spagnolo – non esisteva una reale spinta indipendentista se non in alcuni settori di estrema sinistra, poiché maggioritariamente il catalanismo era orientato su una posizione autonomista/regionalista, che verteva sull’aumento dell’autogoverno all’interno dello Stato spagnolo. Poi sono avvenute diverse crisi: da una parte il rifiuto di Madrid di approvare la riforma dello statuto di autonomia catalano del 2006, la quale voleva aumentare le prerogative di autonomia della Generalitat, ha convinto molti autonomisti che l’indipendenza fosse l’unica via praticabile. Dall’altra, l’impatto e la gestione della crisi economica sia da parte di Madrid sia del governo catalano hanno spinto ampi settori popolari e della piccola borghesia – lontani sin lì dalla politica e dalle lotte – a politicizzarsi. Questo doppio fenomeno ha quindi cambiato il quadro precedente, passando da un quadro autonomista a uno indipendentista (che non sono sinonimi, anche se talvolta le due categorie vengono erroneamente equiparate). Questo cambiamento ha avuto un impatto su altri movimenti indipendentisti che sono un po’ in impasse in questo momento storico, soprattutto nei Paesi Baschi dopo la fine della lotta armata, o in Galizia. Durante il voto in Catalogna, gli indipendentisti baschi si sono uniti alla lotta: 1’500 attivisti baschi sono infatti arrivati a Barcellona all’interno di una esperienza che ha rivitalizzato indirettamente anche il movimento in Euskal Herria. Una rottura della Catalogna dallo Stato spagnolo costituirebbe un enorme precedente da seguire da altre realtà, ma mi preme sottolineare che quanto si sta muovendo ora in Catalogna è espressione unicamente del movimento catalano, non esiste una direzione condivisa con altri gruppi indipendentisti a livello statale.

 

La sinistra si è divisa di fronte a questo voto: oltre a chi difende e supporta il movimento indipendentista, troviamo Podemos che – a livello statale  – in quest’occasione difende l’unità spagnola e alcuni ortodossi marxisti che bollano come reazionaria la lotta per l’indipendenza. Cosa ne pensi?

Podemos rappresenterebbe sicuramente una novità positiva in un paese reazionario come la Spagna, in quanto teoricamente riconosce il diritto all’autodeterminazione dei popoli dello Stato. Però questa si è rivelata essere solo una dichiarazione di principio, perché poi, alla resa dei conti, Podemos si è posizionato contro il referendum in quanto “unilaterale” e chiedendo ai catalani di fermarsi per indire poi un referendum concordato con lo Stato che però non è possibile convocare. Questa dichiarazione di principio condivisibile e per certi versi ‘coraggiosa’ di Podemos non ha quindi legami con la realtà, perché non esiste una forza politica che possa obbligare Madrid a indire tale referendum e a cambiare la Costituzione. La posizione di Podemos rischia di costituire solo un alibi senza riscontri concreti: in Catalogna esistono ora le condizioni per una rottura con uno degli Stati più reazionari dell’Unione europea, ma Podemos non si confronta con questa realtà, sostenendo lo status quo senza approfittare delle possibilità concrete create ora dai catalani.  Conseguentemente, Podemos si sta spaccando su quest’ambiguità, perché difende fondamentalmente l’unità dello Stato, quando in Catalogna ormai è noto che non esiste la possibilità di un cambiamento costituzionale: il suo discorso perde dunque valore. Podem – parte della sezione catalana di Podemos – si è avvicinata al movimento indipendentista, rifiutandosi di aderire alla coalizione Catalunya en Comú di Ada Colau.

Anche alcuni marxisti ortodossi difendono teorie che come Podemos hanno un carattere libresco ma nessun aggancio con la realtà concreta. Vorrebbero infatti buttare a mare un movimento di potenziale rottura in nome di una trasformazione socialista e confederale dello Stato spagnolo che al momento non è all’ordine del giorno. Si condannano così alla mera testimonianza degli accadimenti attuali invece di farne parte, mettendosi di fatto dalla parte dello status quo. Bisogna comunque sottolineare che esistono anche movimenti marxisti ortodossi e forze di sinistra radicale a favore dell’indipendenza catalana in tutto lo Stato Spagnolo.

 

Quale scenario futuro si prospetta a seguito del referendum e della vittoria indipendentista?

È difficile prevedere cosa succederà nella realtà. Il governo catalano retto da Puigdemont non mira realmente a una rottura con lo Stato spagnolo: si trova in questa situazione perché obbligato da anni di mobilitazione popolare, ma è alla ricerca di una trattativa con Madrid, al fine di mantenere lo status quo dal punto di vista economico e sociale. Ma d’altro canto, lo Stato spagnolo non è la Gran Bretagna, e in nome dello sciovinismo sul quale si regge lo Stato, non potrebbe in alcun modo accettare una Catalogna indipendente. Madrid quindi ha agito reprimendo e sospendendo il governo catalano, che ora si trova stretto fra lo sciovinismo di Madrid e la pressione popolare che chiede al governo di Barcellona di essere conseguente e rispettare le promesse. C’è il rischio che il tutto si riduca a una schermaglia, a una trattativa al ribasso fra le élite catalane e quelle spagnole, mentre la pressione popolare potrebbe rappresentare una rottura degli equilibri in senso progressista. Le vie restano dunque aperte in questa doppia direzione.