05.06 // SI SCRIVE AMICIZIA, SI LEGGE APARTHEID

Il 5 giugno al Palazzo dei Congressi di Lugano si terrà la celebrazione del giorno di Israele, come ogni anno. Municipali, consiglieri di Stato e la “società bene” vi parteciperanno, come di consueto. Vi prenderanno parte elogiando la cooperazione fra popoli o l’unica democrazia del Medio Oriente. I giornalisti riporteranno. Dietro i loro sorrisi ipocriti e le loro frasi di circostanza, la realtà è però un’altra.

Lo Stato d’Israele non sorge dal nulla. Su quelle terre hanno vissuto per secoli i palestinesi, con le loro case, le loro famiglie e la loro società. In seguito, nel 1948, è arrivata la Nakba, la catastrofe: centinaia di villaggi arabi distrutti, milioni di palestinesi costretti col tempo a rifugiarsi dentro i campi profughi. Da allora sono trascorsi 68 anni. Intorno a Israele si nasce, si cresce, si ama, si muore dentro a dei campi profughi. Per una, due, tre e fra poco quattro generazioni. La Nakba non è stato un evento casuale, frutto di una catastrofe naturale avulsa da qualsiasi responsabilità umana, bensì un progetto ben ponderato di pulizia etnica, che vede un solo colpevole, il quale ha agito con la connivenza e l’appoggio degli Stati occidentali: stiamo parlando dello Stato sionista d’Israele,

Chi, fra il popolo palestinese, rimane in Cisgiordania, vive circondato da un muro, in territori che sono prigioni a cielo aperto con villaggi separati da vari checkpoint. Ogni tanto, i terreni della comunità vengono espropriati e le proprietà che vi sorgono rase al suolo per costruire nuove residenze per i coloni in arrivo. Troppo spesso, l’esercito spara e uccide impunemente, oppure incarcera ogni sospetto terrorista – bambini compresi – detenendolo in condizioni disumane, senza processo per un lungo periodo di tempo, spesso con pene ingiustificate e inumane. Gaza è un enorme prigione a cielo aperto, sovraffollata e distrutta dalle bombe dell’aviazione sionista. Del povero Davide, contro Golia, rimangono solo le macerie.

Lo Stato razzista israeliano si legittima attraverso l’orrore della Shoa. Chi si oppone al colonialismo israeliano e alle sue brutalità viene tacciato di antisemitismo. Lo stesso premier israeliano Netanyahu ha sostenuto che vi sia un legame fra la Shoa e l’oppressione della Palestina, asserendo pubblicamente che il genocidio del popolo ebraico è stato causato dai palestinesi, e non dai nazisti, mistificando la storia del suo stesso popolo, nel tentativo di giustificare gli orrori che ogni giorno sono compiuti in Palestina. Noi però siamo coscienti che Israele non rappresenta gli ebrei: uno è uno Stato, l’altra una confessione. Esistono ebrei e israeliani sensibili e coscienti che si rifiutano di servire l’esercito o si battono pubblicamente a fianco dei palestinesi per la fine del colonialismo, pagando un caro prezzo le loro azioni.

In tutto questo, il ruolo dell’Occidente resta fondamentale: complice, silente nel migliore dei casi oppure attivo, degli orrori compiuti in Palestina, in quanto a tutti fa comodo avere Israele quale cane da guardia degli interessi del capitalismo nella polveriera che è il Medio Oriente.

Yaakov Peri, il deputato della Knesset invitato come ospite d’onore durante la giornata che celebra l’amicizia con Israele, è il volto rispettabile dei nuovi carnefici. Parlamentare di centro, all’opposizione rispetto al governo, è stato a capo dei servizi segreti accusati di crimini di guerra. Inoltre, ha proposto una task-force contro il movimento d’opinione non violento BDS (boicotta, disinvesti e sanziona). Dietro alla sua immagine presentabile, si cela tutto il marcio delle violenze, degli orrori e della connivenza con quanto accade ogni giorno sul territorio palestinese.

Il diritto alla resistenza dei palestinesi è sacrosanto. I loro atti di ribellione, impossibili da paragonare, in quanto a mezzi e ferocia, alla violenza quotidiana dei colonizzatori sionisti, sono frutto solo della disperazione. Ma il tempo scorre, e con il supporto internazionale la disperazione può farsi speranza nel cambiamento.
No alla glorificazione di uno Stato fascista e razzista.

Per il diritto al ritorno dei profughi palestinesi.

Per la fine del razzismo interno, delle violenze e dei soprusi dello Stato d’Israele.

Per una convivenza fra i popoli che non sia dominio ma pace, basata sull’uguaglianza.

Per una Palestina libera e per la libertà di tutti i popoli oppressi.

ORGANIZZARSI E LOTTARE

20.9 // LIBERTÀ PER MEHMET, LIBERTÀ PER TUTTI I PRIGIONIERI POLITICI

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Dopo essere stato imprigionato e torturato nel suo Paese, Mehmet Yesilçali ha ottenuto lo status di rifugiato politico in Svizzera.
Mehmet è un militante della Confederazione dei Lavoratori di Turchia in Europa (Atik), organizzazione sindacale criminalizzata dalla macchina repressiva di Erdogan, ma assolutamente legale alle nostre latitudini.
Agendo in qualità di cane da guardia del governo turco, “l’umanissima” Germania ha agito su mandato di quest’ultimo, giungendo all’arresto di 12 compagni turchi sul territorio europeo.
Fra questi Mehmet, accusato di aver preso parte a cinque riunioni dell’opposizione turca su suolo tedesco, senza che la benché minima prova di un’attività illecita sia stata avanzata dal procuratore pubblico.
Dallo scorso mese di aprile Mehmet è incarcerato a Friborgo. Il 19 giugno, in violazione della convenzione di Ginevra, della pratica giuridica elvetica, del diritto internazionale e di tutti gli altri strumenti istituzionali di cui la Svizzera è una fervente sostenitrice, il Dipartimento Federale di giustizia e polizia ha deciso di estradare il militante turco verso la Germania, senza passare per i tribunali nazionali.
Le ragioni per le quali Mehmet ha ottenuto lo statuto di rifugiato politico sono oggettivamente le stesse ragioni per le quali oggi s’intende procedere alla sua estradizione.

Indipendentemente dalla legittimità giuridica di tali azioni, questo fatto ci mostra come la presunta neutralità elvetica non sia altro che un ipocrita specchio per allodole, destinato a mantenere intatta la pretesa verginità politica di uno Stato che strutturalmente si colloca dalla parte sbagliata della lotta di classe, agendo come alleato oggettivo dell’imperialismo.

Libertà d’autorganizzazione politica per i rifugiati, i migranti, per TUTTI.
Solidarietà alle compagne e ai compagni turchi.
Solidarietà a tutte le minoranze oppresse di Turchia.
Liberare Mehmet, liberare TUTTI i prigionieri politici.

1.08 // ANTIRACUP quarta edizione

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Il 1° agosto 2015, al Campo Vomero di Lumino, si terrà la quarta edizione del torneo Un Calcio al Razzismo – Ticino.

Al termine del torneo, ci sarà una cena in musica con la RACCOLTA DIFFERENZIATA e ZURITO DA BIDEA (100% ska in vinile – Bellinzona), mentre dalle 21.30 concerti con DABADUB SOUND SYSTEM (reggae – L’Aquila) e JUNIOR SPREA (reggae – Milano) e poi, fino alle 3, balleremo tutte e tutti nell’after party con gli ILLUMINATI SOUND ( dj set reggae – Ticino).

LE ISCRIZIONI SONO DUNQUE APERTE per la quarta edizione dell’ANTIRA CUP TICINO, fino al 19 LUGLIO 2015. Iscrivi la tua squadra mandando una mail a ucar@autistici.org o un messaggio a questa pagina con :

– Nome squadra
– Nome responsabile
– Numero di telefono responsabile

A ogni squadra che si iscrive verrà richiesto un contributo generale di 30 CHF per aiutare a coprire le spese della giornata.

Il numero di squadre è limitato. Prima vi iscrivete, meglio è.

LOVE FOOTBALL, HATE RACISM!

30.03 // PER UNA SOLIDARIETÀ SENZA FRONTIERE

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Il Collettivo Scintilla esprime la propria solidarietà agli occupanti dell’Ufficio della migrazione di Lucerna.
Lunedì 23 marzo il gruppo “AKTION WÜRDE STATT HÜRDE” ha infatti occupato il suddetto ufficio al fine di rimarcare il disservizio delle politiche riguardanti l’asilo vigenti ora in Svizzera. Gli eventi scatenanti l’azione dei manifestanti sono stati due tentativi di suicidio da parte di asilanti all’interno di quello che dovrebbe essere il soccorso d’emergenza.
Purtroppo, i richiedenti l’asilo sono costretti, sempre di più, a vivere in condizioni disumane. La continua discriminazione e criminalizzazione nei loro confronti si aggiungono alle pessime e precarie condizioni di vita alle quali i richiedenti l’asilo sono legati per anni, in attesa di una risposta da parte delle autorità svizzere. Risposta dalla quale dipende tutto, molto spesso lo stesso diritto alla vita, rendendo quindi ancora più gravosa l’attesa. Nel frattempo, gli asilanti sono costretti a vivere con pochi franchi al giorno, stipati all’inverosimile in appartamenti d’emergenza, col divieto sia di lavorare che di seguire una formazione, senza possibilità di spostarsi e con il continuo terrore di essere incarcerati, solo ed unicamente per mancanza di documenti validi.

L’azione diretta delle compagne e dei compagni di Lucerna ha il merito di inserire la “questione migrante” all’interno di una dinamica di conflittualità sociale concreta. Allo stesso tempo l’occupazione momentanea di uno spazio altamente simbolico ha non solo il merito di ricusare in toto le politiche messe in atto dalle istanze borghesi della Confederazione, ma anche quello di identificarle indirettamente come parte fondamentale del problema.
Queste forme d’intervento politico militante vanno valorizzate, nella misura in cui portano avanti un discorso di rottura rispetto alla retorica “dirittoumanitaria” tanto cara a certe frange delle sedicenti democrazie liberali: Non si tratta oggi di mendicare degli aiuti più o meno ingenti in un’ottica puramente assistenzialista. Si tratta di intervenire quotidianamente nell’edificazione di un’alternativa radicale, capace di mettere in discussione le cause stesse della miseria che troppo spesso è alla base della condizione migrante; siano esse identificabili nello sfruttamento della “periferia” da parte del “centro” industrializzato all’epoca della globalizzazione capitalista dei mercati, oppure all’imperialismo che questo modello di sviluppo comporta.
E’ in questo senso che gli eventi tragici descritti qui sopra possono essere considerati come dei tentati omicidi. E’ in questo senso che ad una “carità” statale è necessario rispondere con una solidarietà internazionalista.

Il Collettivo Scintilla si unisce a tali rivendicazioni perché nessun essere umano è illegale! Da Brescia a Lucerna e in ogni luogo, permessi subito!

Per una solidarietà senza frontiere: organizzarsi e lottare.

23.08 // Antiracup Ticino – III Edizione

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La III edizione dell’ANTIRACUP TICINO sarà il 23 agosto 2014 al campo Vomero di Lumino!

SONO APERTE LE ISCRIZIONI fino al 10 AGOSTO 2014.

Iscrivi la tua squadra mandando una mail a ucar@autistici.org o un messaggio a questa pagina con :

– Nome squadra
– Nome responsabile
– Numero di telefono responsabile

A ogni squadra che si iscrive verrà richiesto un contributo generale di 30 CHF per aiutare a coprire le spese della giornata.

Il numero di squadre è limitato. Prima vi iscrivete, meglio è.

HATE RACISM, LOVE FOOTBALL!

Uno Stato senza umanità

Nella nottata del 12 giugno, 3 ragazzi israeliani, Eyal Yifrah di 19 anni, Gil- Ad Shayer e Naftali Yaakov Frenkel, entrambi 16enni, residenti nei territori occupati, sono scomparsi nei pressi dell’insediamento israeliano di Gush Etzion, a sud della Cisgiordania, mentre facevano autostop. Immediatamente, senza alcuna prova né rivendicazione, il premier israeliano Netanyahu ha affermato che questa scomparsa fosse addebitabile a un rapimento attuato da una non meglio definita “organizzazione terroristica”. Aggiungendo però prontamente che questo genere di azioni sono il risultato de governo d’unità fra l’Autorità Nazionale Palestine (Anp) e Hamas: a suo dire, l’Anp è colpevole dal momento in cui il rapimento è stato effettuato nel territorio sotto il suo controllo. L’obiettivo israeliano pareva già chiaro allora: sfruttando il rapimento di questi 3 ragazzi, il governo israeliano mira ad attaccare la fragile unione ritrovata fra le differenti parti palestinesi e scatenare l’inferno.

Una volta di più.

E con il passare dei giorni, quest’intenzione diviene via via più chiara: bombardamenti, assassinii, minacce, incarcerazioni e perquisizioni. Il numero delle vittime e soprattutto dei prigionieri sale di giorno in giorno senza sosta.

Senza indagini, senza prove, Hamas è colpevole, e con lei, i palestinesi tutti.

Per l’ennesima volta, nella notte del 7 luglio, il governo israeliano lancia un attacco aereo, denominato “Bordo protettivo”, contro la Striscia di Gaza. Colpendo indiscriminatamente i civili, fra cui donne e bambini, rispolverando il triste assioma che dietro ad ogni palestinese c’è un potenziale terrorista. Col passare dei giorni, le vittime crescono in maniera esponenziale, in un vero e proprio massacro di centinaia civili.

In una situazione di normalità, s’indagherebbe, si scoprirebbe e infine si punirebbero gli assassini dei tre ragazzi israeliani: si avrebbero prove, certezze. Non si agirebbe mai indiscriminatamente, puntando il dito e attaccando, senza né prove né legittimità.

Ma cosi non agisce Israele.

Israele non segue nessuna legge se non la propria, agisce liberamente e viola qualsiasi trattato e accordo che non sia in linea con il suo programma. Israele assale, distrugge, uccide. E lo fa, nella più totale impunità internazionale: Israele è speciale, Israele viene giudicato colpevole e si reprimenda solo a parole, durante le conferenze ovattate di Ginevra e New York. Quando si tratta di agire, di sanzionare duramente il comportamento d’Israele, il nulla, un silenzio assordante che tanto puzza di complicità e connivenza. E in questa impunità Israele sguazza e agisce, ben conscio d’essere l’unico bastione occidentale in un territorio potenzialmente ostile e di conseguenza, intoccabile. Senza Israele, a fare da cane da guardia degli Stati Uniti e del mondo occidentale intero, i “veri” terroristi avrebbero il sopravvento sua regione. E questo no, non si può accettare, e tanto peggio se, a farne le spese, sono i civili di Gaza.

Vittime collaterali, le chiamano.

Israele non vuole la pace, vuole attaccare fin dalle fondamenta il precario equilibrio creatosi fra Fatah e Hamas, perché questo equilibrio comporterebbe il ritorno ai tavoli di negoziazione. E tutto vuole Israele fuorché questo. Con il beneplacito di tutti i capi di Stato occidentali, tanto pronti ad accusare ed esprimere cordoglio per la triste sorte dei ragazzi israeliani uccisi, tanto chiusi in un mutismo ermetico di fronte a queste violazioni.

 

Dal Collettivo Scintilla, tutta la Solidarietà verso il popolo palestinese.

 

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SA 26.04 // REBEL MUSIC: MUSICA CONTRO LE FRONTIERE

 

REBEL MUSIC : Musica contro le frontiere.

Festival antirazzista alla sua prima edizione, organizzato dall’Associazione UN CALCIO AL RAZZISMO in collaborazione con altri collettivi e associazioni attivi in Ticino nella lotta contro il razzismo e ogni forma di discriminazione.

Sarà l’occasione di incontrarsi, di condividere materiale e esperienze, di festeggiare un Ticino diverso e i molti e molte che giorno dopo giorno lottano per costruirlo.

Il ricavato delle entrate andrà a finanziare la terza edizione dell’ANTIRACUP Ticino, che si terrà il 30 agosto 2014.

 

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Riflessioni sul voto del 9 febbraio: i limiti di una lettura razzista e l’esigenza di una risposta internazionale di classe

Il 29 novembre 2009, gli elettori svizzeri accettavano l’iniziativa popolare : “Contro la costruzione di minareti”. Questa iniziativa, destinata ad avere ampio risalto nelle testate giornalistiche di tutta Europa, iscriveva nella Costituzione Federale l’esplicito divieto di edificazione delle caratteristiche “torri” dalle quali i muezzin sono soliti chiamare alla preghiera i fedeli mussulmani. All’epoca della votazione esistevano in Svizzera, ed esistono tuttora d’altronde, quattro moschee provviste di minareto, nessuna delle quali eseguiva appelli pubblici alla preghiera.

L’iniziativa venne approvata contro ogni previsione. Portata avanti dalla sola Unione Democratica di Centro (UDC)[1] contro il parere di tutte le altre formazioni politiche e autorità istituzionali, fu salutata dalla destra xenofoba autoctona e straniera come il trionfo della volontà popolare e della democrazia (semi)diretta: Il popolo, di nuovo sovrano, rispondeva alla “minaccia” dell’”islamizzazione” e dell’inforestieramento, utilizzando lo strumento del voto per imporre il proprio volere ad un esecutivo giudicato troppo tollerante e passivo. Il fatto che quest’iniziativa fosse chiaramente contraria al diritto internazionale e, in particolare, alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo non ha per nulla frenato gli elettori. Anzi, la volontà di dimostrare che i limiti “imposti” dal diritto internazionale potessero essere prevaricati dalla volontà popolare fu probabilmente proprio uno stimolo a votare per l’iniziativa.

A poco più di quattro anni da quel voto, il 9 gennaio 2014, gli elettori svizzeri si sono trovati davanti a una situazione per molti versi analoga. Una nuova iniziativa lanciata in solitario dall’UDC (con l’appoggio marginale dei leghisti ginevrini e ticinesi), contro tutti gli altri partiti, con manifesti minacciosi e esprimendo la volontà di “fermare l’immigrazione di massa”. L’iniziativa, chiaramente contraria all’Accordo sulla libera circolazione delle persone tra la Svizzera e l’Unione europea, prevede il ritorno di contingenti che dovrebbero limitare il numero d’immigrati, richiedenti d’asilo compresi, e lavoratori frontalieri. Anche questa volta, grazie anche a una campagna massiccia finanziata da miliardari zurighesi del partito di estrema destra, a stretta maggioranza gli elettori svizzeri hanno accettato la proposta.

Nei giorni successivi, molti si sono posti sul piano della continuità analitica con l’iniziativa sui minareti, considerando che la Svizzera starebbe sprofondando sempre di più in una spirale isolazionista di matrice xenofoba, chiudendosi a riccio per difendersi dalla minaccia incarnata per “l’Eldorado elvetico” di orde di stranieri delinquenti e senza scrupoli. Straniero che, considerato responsabile della distruzione del tessuto sociale del paese, sarebbe all’origine della deriva razzista che sempre più spesso si riflette nelle urne.

Non è certo nostra intenzione negare l’esistenza di tali dinamiche, e in questo senso lo sciovinismo è senza dubbio una delle caratteristiche più marcate della formazione politica alla base dell’iniziativa e dei discorsi di quelle voci che si sono alzate individualmente, dalla destra alla socialdemocrazia, a sostenere l’iniziativa. Nonostante ciò, centrarsi esclusivamente su questo aspetto della questione, dipingendo un conflitto tra una mezza svizzera aperta e multiculturale e un’altra metà, prevalentemente svizzero-tedesca e ticinese, chiusa e razzista, rischia di semplificare oltremodo le dinamiche strutturali complesse all’origine del risultato di quest’ultima votazione: Il semplicismo analitico che rasenta l’imbecillità e la più totale mancanza di un’analisi sistemica della situazione[2] non fanno altro che portare acqua al mulino delle destre reazionarie di cui sopra. Continue reading Riflessioni sul voto del 9 febbraio: i limiti di una lettura razzista e l’esigenza di una risposta internazionale di classe

Polizia e abusi di potere

Sequestriamo, picchiamo e abbandoniamo il potere

 

Nella notte del 27 marzo 2013, un enorme abuso di potere e violenza è stato messo in atto da parte di due agenti ticinesi nei confronti di un cittadino rumeno, la cui unica colpa, a dire dei poliziotti, è stata quella di trovarsi ubriaco alla stazione di Lugano. Infatti, pur non avendo riscontrato alcuna irregolarità, i due agenti decisero di fermarlo e caricarlo in macchina. Una volta in macchina invece di portarlo in centrale, giacché sarebbe stato un viaggio inutile data l’estraneità della vittima a qualsiasi accusa, i due agenti lo portarono ad Arogno, dove lo picchiarono di santa ragione e lo abbandonarono, ferito ed esanime nella neve. Neve che avrebbe anche potuto uccidere la vittima per ipotermia, se un passante non lo avesse soccorso.

Le accuse a carico dei due poliziotti sembravano quindi adeguate al reato commesso: pesanti.

Il 24 gennaio 2014 è stata però emessa la sentenza: diciotto mesi sospesi con la condizionale. Praticamente niente, una reprimenda, una pacca sulla spalla, e via di nuovo con la propria vita come se niente fosse successo, con la possibilità di rientrare in servizio un domani, sebbene questo passo sia ancora incerto.

Eppure le accuse contestategli erano gravi: si legge nella sentenza che le loro colpe sono state riconosciute come tali, perché colpevoli del reato di abuso di autorità, lesioni semplici (con arma) e omissione di soccorso e “perché con l’arroganza della divisa se la sono presa con un debole che non poteva fare nulla, la vittima poteva anche morire”.

E invece… diciotto mesi sospesi con la condizionale.

Il metodo difensivo assunto dai due agenti è stato quello di mostrarsi contriti davanti alla corte, dispiaciuti del gesto compiuto, ma che si spiega a fronte dello stress e della frustrazione vissuta in quei giorni, a causa di un furto avvenuto in casa de uno dei due accusati, “probabilmente a opera di un rumeno”. Secondo questa logica quindi, tutti i rumeni erano diventati obiettivi da colpire, il che dovrebbe rendere le accuse a suo carico ancora più gravi. Eppure ai due sono state riconosciute come attenuanti il sincero pentimento mostrato, il percorso psicologico intrapreso e la collaborazione nell’inchiesta. John Noseda, procuratore pubblico a carico di questa inchiesta, sottolinea come la legge sia uguale per tutti. Per poi proporre due anni di carcere e non opporsi alla sospensione di questi ultimi.

A fronte di migliaia di compagni ingiustamente rinchiusi nelle carceri con pene esageratamente lunghe rispetto al reato commesso, vivendo qualsiasi tipo di restrizione immaginabile, questa sentenza urla di tutto ma non certo che la legge è uguale per tutti. Rileva invece come la legge si muova su due binari, il binario repressivo che punisce, ferocemente, i comportamenti ritenuti pericolosi per l’esistenza di questo stato borghese e che lo mettono in discussione fin dalla base e il binario bonario, che punisce, quasi con un moto di simpatia, reati che non ledono alla pace di nessuno nella paciosa Svizzera. I colpevoli sono due agenti ticinesi, la vittima è un cittadino rumeno: in fondo non importa a nessuno la fine che quest’ultimo avrebbe fatto perché, secondo logica popolare, “se ne fosse rimasto a casa sua e non gli sarebbe successo nulla”.

E così è archiviato l’ennesimo abuso di potere compiuto dalla polizia, in questo cantone come nel mondo, senza che nessuno si ponga l’importante quesito su cosa sarebbe successo ad assioma capovolto, con due rumeni che sequestrano, picchiano e abbandonano un agente: diciotto mesi con la condizionale? Copertura mediatica minima? Partiti politici in silenzio?

Chissà perché, ma nutriamo forti dubbi in merito…

Volantino Polizia