Più soldi, meno lavoro

stencilIl 18 maggio si voterà sull’iniziativa sindacale per l’istituzione di un salario minimo. Vista nel contesto del diritto svizzero del lavoro, estremamente liberale e favorevole al padronato poiché figlio dell’assenza di conflitto sui luoghi di produzione, quest’iniziativa innovatrice e di miglior giustizia sociale, per quanto insufficiente, dev’essere considerata globalmente positiva.

Innanzitutto perché prevede una soglia salariale minima di miglioramento reale per ampi strati delle classi popolari, in particolare per quelli più precarizzati. In caso di una vittoria popolare, si tratterebbe oltretutto di una conquista doppiamente importante poiché, oltre a restituire al lavoro una parte maggiore del plusvalore prodotto, darebbe un segnale di controtendenza rispetto alle dinamiche vergognose di precarizzazione e smantellamento dei diritti dei settori lavoratori della classe operaia, messe in atto in gran parte degli Stati d’Europa.

Quest’eventuale conquista andrà però considerata per ciò che è : non ancora il raggiungimento di “un salario degno”, come indicano erroneamente i promotori dell’iniziativa, ma solo un passo avanti dei lavoratori e delle lavoratrici verso la riappropriazione della ricchezza da loro prodotta giorno dopo giorno. Infatti, il furto del frutto del lavoro non verrebbe abolito, ma solo in parte ridotto.

L’obiettivo del movimento operaio non può e non dev’ essere quello di accontentarsi di una situazione solo in parte più favorevole, ma di sfruttare una fiduciosa dinamica positiva per mostrare l’oscena ipocrisia di chi pretende che maggiori diritti non sarebbero sostenibili per il sistema economico. Quest’ iniziativa darà più soldi alla classe operaia. Va bene, ma ne vogliamo ancora di più.

Inoltre, a lato delle lotte legittime per l’aumento del salario a parità di tempo, riteniamo giusto e necessario riflettere sulla possibilità di riaprire un secondo fronte, storicamente importante ma da troppo tempo abbandonato: quello del meno lavoro ovvero della riduzione delle ore di sfruttamento operaio.

Aumentiamo il prezzo del nostro tempo! Chiediamo meno ore a parità di salario! Una dinamica che sembra emergere per esempio dalle assemblee su alcuni cantieri dell’edilizia, che iniziano a rinvedicare un massimo di 8 ore giornaliere senza riduzione della busta paga, e che speriamo venga presto generalizzata ad altri settori della classe operaia. Questa rivendicazione è un buon esempio di come la lotta per la riappropriazione della propria vita e del proprio tempo sia un’esigenza naturale e complementare a quella dell’aumento del salario.

Chiediamo più soldi quindi, ma vogliamo anche meno lavoro.

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