13.02 // Libertà per Lina Khattab e per tutti i prigionieri politici

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Lunedì 16 febbraio 2015 la studentessa diciottenne Lina Khattab verrà processata dalle autorità israeliane alla corte militare di Ofer, nella Palestina occupata. Arrestata nel dicembre 2014 per aver partecipato a una manifestazione studentesca che chiedeva la liberazione dei prigionieri politici palestinesi, è accusata di aver lanciato delle pietre contro i soldati israeliani: la pena per questo genere di “reati” va dai 6 mesi ai 20 anni di carcere.

Il caso di Lina si aggiunge a quello dei “Cinque di Hares”: cinque ragazzi arrestati in marzo 2013 e da due anni rinchiusi nelle prigioni israeliane. I loro processi sono in programma in queste settimane nella corte militare di Salem, Palestina occupata. Sotto tortura, i cinque ragazzi hanno confessato di aver lanciato dei sassi sulla Road 5 che costeggia il villaggio, provocando l’incidente di un’auto israeliana che si stava recando nell’insediamento illegale di Yakir. I Cinque di Hares sono accusati di tentato omicidio e rischiano una pena che va dai 20 anni all’ergastolo. Una campagna internazionale (https://haresboys.wordpress.com/) è stata lanciata al fine di affermare l’innocenza dei ragazzi e al contempo denunciare le condizioni di detenzione dei prigionieri politici palestinesi nelle carceri israeliane. Ad oggi, più di 6’500 palestinesi sono rinchiusi nelle carceri israeliane: tra loro vi sono più di 160 minorenni con età che variano fra i 12 e i 17 anni. Dal momento dell’arresto in avanti, i palestinesi sono sottoposti a sistematiche torture da parte delle forze armate israeliane: insulti, percosse, minacce di morte rivolte ai famigliari, privazioni del sonno, elettroshock, reclusione per settimane in celle di isolamento prive di finestre e di spazio vitale. Inoltre, nella maggior parte dei casi i prigionieri non conoscono la ragione dell’incarcerazione e i loro famigliari non vengono informati per giorni sul luogo in cui sono detenuti. La dispersione dei prigionieri nelle carceri israeliane à illegale secondo la Legge Internazionale (la Quarta Convenzione di Ginevra, art. 76, vieta infatti a uno Stato occupante di trasferire i detenuti in carceri situate sul proprio territorio) e rappresenta un grande ostacolo per le visite dei famigliari, le quali subiscono altresì numerose restrizioni nella durata e nella frequenza. La detenzione e la tortura di oltre il 20% della popolazione palestinese da parte dello Stato occupante è parte integrante della strategia repressiva israeliana, che mira a colpire la resistenza e a sradicarla fin dalle basi. I palestinesi, da parte loro, rispondono a ogni attacco perpetrato dall’avanzata israeliana rafforzando il sentimento d’appartenenza comune e l’inarrestabile aspirazione alla libertà.

Il Collettivo Scintilla esprime la propria solidarietà a tutti i prigionieri politici palestinesi rinchiusi nelle prigioni dello Stato terrorista di Israele e prende parte alla campagna di denuncia contro la multinazionale britannica della sicurezza privata G4S (http://www.addameer.org/gatesdivest), la quale assicura la protezione delle carceri israeliane e si rende così complice delle innumerevoli torture perpetrate all’interno delle mura oltre che della pulizia etnica della Palestina. Nella convinzione che l’unica forma di sicurezza possibile sia quella favorita dal rispetto e dalla convivenza fra i popoli, il Collettivo Scintilla ribadisce l’importanza di sviluppare una lotta internazionalista contro ogni tipo di fascismo e colonialismo e contro il sistema capitalista che vi sta alle spalle.

Contro ogni carcere

Contro ogni muro

Per la liberazione della Palestina

Organizzarsi e Lottare

Collettivo Scintilla

12.01// PAESE BASCO: IL TERRORISMO È DI STATO

Thousands march behind a banner reading "Repatriate all Basque Prisoners" during an annual nationalist demonstration in Bilbao

Mentre tutto il mondo occidentale e i suoi capi di Stato piangono la strage avvenuta nella redazione del settimanale “Charlie Hebdo”, facendo altisonanti proclami a favore della libertà di stampa ed espressione e contro il terrorismo, nel Paese Basco, una volta ancora, si perpetua la repressione contro la struttura di solidarietà che combatte in favore dei diritti civili delle prigioniere e dei prigionieri politici. Ancora una volta, la macchina oppressiva di Madrid si è messa in moto affinché non ci siano dubbi sul fatto che cercherà di fermare la lotta degli indipendentisti baschi con qualsiasi mezzo. Sedici persone legate a organizzazioni della sinistra indipendentista basche, fra cui dodici avvocati impegnati nella difesa dei diritti dei prigionieri politici, sono state arrestate lunedì 12 gennaio, nel corso di una maxi-operazione ordita dalla Guardia Civil, e accusate di crimini di tipo fiscale , oltre all’intramontabile reato di “integrazione in organizzazione terroristica”. Manovra avvenuta a poche ore dalla marcia che ha visto a Bilbao 80’000 persone scendere in piazza, per l’ennesima volta, al fine di esigere il rispetto dei diritti delle prigioniere e dei prigionieri politici baschi. Dimostrazioni che non hanno nessun effetto su Rajoy e il suo sistema giudiziario, che imperterriti proseguono nella loro personale “lotta al terrorismo”. La chiamano lotta al terrorismo, quando è più che evidente che l’unico terrorismo è quello operato da Madrid contro i diritti civili della propria classe operaia e l’indipendentismo di sinistra basco: attraverso la prosecuzione dell’uso della detenzione in incommunicado, che permette alla Guardia Civil di trattenere una persona sospettata di terrorismo fino a 13 giorni senza che costui possa parlare con un avvocato, un medico o alla famiglia, con l’utilizzo sistematico della tortura durante gli interrogatori e di un uso brutale della forza durante delle manifestazioni pacifiche. Inutile che il primo ministro Rajoy marci a Parigi per il rispetto delle libertà sopraccitate, quando è il primo a non voler rispettare i diritti dei propri cittadini: inutile scandalizzarsi degli atti brutali effettuati dal “nemico comune”, l’integralismo islamico, quando giorno dopo giorno, nel silenzio e l’indifferenza internazionale, la Guardia Civil e il governo dello Stato spagnolo commettono efferate e brutali violazioni, altrettanto gravi e intimidatorie nei confronti del movimento popolare e in particolare dei suoi settori più coscienti e organizzati.

Il Collettivo Scintilla si unisce alle denunce contro le intimidazioni e le violazioni dei diritti fondamentali attuati dallo Stato spagnolo verso le compagne e i compagni baschi e solidarizza con le prigioniere e i prigionieri politici sparsi per tutto il Paese. Venerdì 23 gennaio sarà organizzata una cena in solidarietà col Paese Basco alle ore 20.00 al Bar dal Giovann a Osogna . Vi aspettiamo numeros*.

 

LA LOTTA È L’UNICO CAMMINO!

BORROKA DA BIDE BAKARRA!

MOLTI PAESI, UNA SOLA LOTTA!

HAMAIKA HERRI BORROKA BAKARRA!

Solidarietà al CSOA Molino

Il Collettivo Scintilla vuole esprimere la sua solidarietà al Molino a proposito degli attacchi volti solamente a raccattare voti con polemiche sterili e infondate espresse da Foletti e Bertini in primis.

Come Collettivo crediamo nell’importanza che gli spazi sociali ricoprono all’interno di questa società sempre più volta alla disgregazione sociale e alla mercificazione del tempo libero.

Ovviamente non ci attendiamo che tali discorsi vengano accettati da chi promuove come contenuto politico l’anticultura e l’ignoranza costante; tutto ció perché è molto più facile governare nell’assenza di un’abitudine allo spirito critico piuttosto che impegnarsi in un progetto di autogestione delle nostre vite.

A questo tipo di personaggi viene spontaneo prestare il fianco  alla speculazione piuttosto che sostenere la ricchezza culturale e l’accessibilità a tutte le fasce sociali, soprattutto di chi è meno abbiente, di spazi come il Molino.

Al fianco dei compagni del Molino contro ogni attacco strumentale, ORGANIZZARSI E LOTTARE.

12. 12 // SOLIDARIETÀ CON JONE

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Il Collettivo Scintilla aderisce alla mobilitazione di Solidarietà nei confronti di Jone, compagna basca, ingiustamente accusata e perseguitata politicamente, al momento ricercata e condannata a un anno e mezzo di carcere.

” Liberare tutt* vuol dire lottare ancora”.. JONE LIBRE, NO PASARAN!


Per più informazioni: http://www.naiz.eus/eu/actualidad/noticia/20141212/he-decidido-vivir-libre-y-sera-posible-gracias-al-compromiso-de-la-gente

https://www.facebook.com/jonelibre?ref=ts&fref=ts

4-5.12 // LA CONFERENZA DEI MINISTRI DELL’OCSE E IL CONFLITTO IN UCRAINA

parte 3Lo striscione del Collettivo Scintilla insieme ad altri striscioni alla manifestazione contro l’OCSE.

 

La resistenza contro le aggressioni imperialiste è anche qui

L’OCSE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) è conosciuta dai più come un’organizzazione imparziale che lavora per la pace, la sicurezza e la democrazia. In realtà questa falsa immagine che l’organizzazione ama dare di sé rappresenta un consapevole inganno. Dirsi imparziali in una situazione sostanziale di rapporti di potere asimmetrici, può essere soltanto frutto di un’irriflessa coscienza dei rapporti di forza o – per l’appunto – di una volontà ingannatrice volta soltanto a perseguire i propri interessi e/o a conservare lo status quo. È evidente che all’interno dell’OCSE si rispecchiano gli stessi rapporti di potere che troviamo anche nelle sfere dell’economica e del potere militare. A stabilire la direzione politica dell’OCSE, sono infatti gli Stati più ricchi e più aggressivi (Stati Uniti, Germania, Francia). A conferma di ciò il fatto che i rappresentanti di tali Stati siano molto più numerosi degli altri.

Se poi diamo un’occhiata agli Stati membri dell’organizzazione dell’OCSE troviamo i maggiori guerrafondai ed esportatori di armi del mondo. Come essi riescano a far credere alla maggioranza della popolazione che si occupino di pace è dunque un gande mistero. Inoltre, l’OCSE si fa portavoce della cosiddetta “lotta contro il terrorismo,” di cui abbiamo potuto vedere i risultati nei casi della guerra in Iraq, di quella in Siria e nella cooperazione militare con Israele.

Le sorprese però non finiscono qui. L’OCSE non è soltanto uno strumento ideologico a servizio delle forze imperialiste e guerrafondaie della NATO, degli USA e dell’UE, essa collabora anche con l’agenzia europea per il controllo delle frontiere Frontex, che, attraverso la militarizzazione dei confini, ogni anno si rende partecipe della morte di migliaia di rifugiati.

L’OCSE inoltre dichiara di volere favorire il clima di investimento degli Stati membri. Tradotto per i profani ciò significa voler promuovere politiche neoliberiste a scapito della classe lavoratrice, sicché nella logica capitalista la promozione di un clima di investibilità è possibile solo mediante privatizzazioni, tagli al sociale, dumping e riduzione dei salari.

Come abbiamo cercato di dimostrare, obiettivi come “pace” e “sicurezza” che l’OCSE dichiara di volere perseguire, sono in realtà pace e sicurezza soltanto per un numero ristretto di persone e di Stati. A chi non fa parte del club, spettano invece guerra, precarizzazione, repressione e violenza.

Inoltre, è importante sottolineare il fatto che non può esistere pace e sicurezza all’interno di un sistema capitalista e che ogni tentativo di voler realizzare una situazione che persegue queste finalità è fin dall’inizio destinato al fallimento, se non vengono prima messi in discussione i rapporti di produzione. Questo perché il capitalismo è un sistema fondato sullo sfruttamento, sulla divisione della società in classi antagoniste e pieno di contraddizioni. L’imperialismo, inoltre, non è altro che una fase di sviluppo del capitalismo, dettata dalle logiche interne del sistema. Il capitale, costretto a crescere, deve infatti trovare sempre nuove materie prime e nuovi mercati per estendere il proprio raggio di investimenti economici e la propria “sfera d’influenza”. Ciò può avvenire in diversi modi: attraverso la mercificazione di sempre più ambiti dell’attività umana, attraverso i processi di gentrificazione delle città o – più classicamente – attraverso l’annessione imperialista di nuovi Paesi, Stati, territori. L’industria delle armi e della guerra inoltre, gioca un ruolo fondamentale in tutto questo, essa non è solo terreno di grandi interessi e investimenti economici, ma contribuisce in modo sostanziale a intensificare il potere militare di chi ne ha il controllo e dunque a consolidare i rapporti di forza dominanti. L’unica soluzione per fermare in modo duraturo l’infinita tendenza alla guerra dell’imperialismo, è quella di risolvere le contraddizioni del sistema capitalista alla sua base e ciò non significa altro che: lotta di classe. Ogni lotta di classe contro le forze del capitale e i suoi rappresentanti (nelle strade, nelle fabbriche, nelle città, nelle scuole, tra le mura domestiche, negli apparati ideologici) contribuisce dunque a cambiare i rapporti di forza e di produzione esistenti e a fermare la tendenza alla guerra del capitalismo avanzato.

Il 4 e il 5 dicembre si è tenuta a Basilea la conferenza dei ministri dell’OCSE. È importante ricordare che questa conferenza è un vertice. Nei vertici, personalità a capo di potenze e Paesi capitalisti, si incontrano a porte chiuse per discutere di politica internazionale e prendono decisioni a favore degli interessi delle potenze mondiali e del capitale finanziario globale escludendo la stragrande maggioranza della popolazione. All’incontro di Basilea erano presenti, oltre ai 1200 delegati dei 57 Paesi membri, personalità come: John Kerry (segretario di stato degli Stati Uniti), Pavlo Klimkin (ministro degli Esteri ucraino filo-EU), Mevlüt Çavuşoğlu (ministro per gli Affari europei del governo Erdoğan), Didier Burkhalter (presidente della confederazione, PLR), Frank-Walter Steinmeier (deputato e capogruppo del SPD al Bundestag ed ex ministro degli Esteri della Germania durante il governo di grande coalizione di Angela Merkel), Philip Hammond (ex segretario di Stato degli Affari esteri del Partito conservatore del Regno Unito), Sergej Lavrov (ministro russo degli Affari esteri).

Migliaia di poliziotti da tutti i cantoni e un numero ancora maggiore di militari sono stati mobilitati per garantire che i ministri potessero incontrarsi senza essere disturbati. Attorno alla zona dove si è tenuta la conferenza è stata inoltre allestita una “zona rossa” inespugnabile e fortemente sorvegliata. Zona dalla quale le persone “indesiderate” come per esempio i mendicanti o i manifestanti sono state allontanate (anche con l’impiego di pallottole di gomma e lacrimogeni). Il dispositivo di sicurezza (munito di elicotteri e droni) messo in atto per presentare Basilea come città internazionale a disposizione dei ricchi e dei potenti è costato alla popolazione 7,4 milioni di franchi. Questo grande impiego di forze repressive la dice tutta sul carattere politico dell’evento e delle forze repressive stesse, entrambi asserviti al volere del capitale globale e ai suoi rappresentanti.

Quest’anno, la conferenza dei ministri dell’OCSE si è occupata in modo particolare della situazione in Ucraina. Viste le forze militari, economiche e politiche che determinano la direzione politica dell’OCSE, non è sorprendente venire a sapere che la maggior parte dei ministri partecipanti al vertice ha sostenuto posizioni favorevoli al governo filo NATO e filo-UE di Poroshenko e ostili nei confronti dei “terroristi” separatisti della Nuova Russia e delle politiche filo-russe che destabilizzerebbero la sicurezza europea (ovvero il clima di investimento negli interessi del capitale USA e UE e il clima di espansione del potere militare della NATO). Per rendersi conto della complessità del conflitto tra filo-USA/UE e filo-russi si pensi al fatto che secondo la posizione dei sostenitore del governo di Kiev a essere illegali sarebbero la resistenza delle milizie popolari contro la giunta di Kiev e la presenza di truppe russe in Crimea, mentre per i filo-russi a essere illegittimo è l’attuale governo di Kiev, affermatosi con un vero e proprio colpo di Stato finanziato da organizzazioni filo-USA/UE. Soltanto il ministro russo Sergej Lavrov, si è espresso in difesa della popolazione del Donbass e sul pericolo del neonazismo in Ucraina. Non c’è invece da sorprendersi se l’avanzare dei neonazisti non rappresenti alcun problema per il ministro ucraino Pavlo Klimkin. Per il governo di Kiev al momento ogni mezzo è buono per mandare soldati antirussi e anticomunisti a combattere i “terroristi” separatisti del Donbass: anche la creazione di battaglioni di ideologia neonazista e la legalizzazione di simboli nazisti. Il tutto viene addirittura fatto passare come una missione umanitaria di lotta contro il terrorismo. Il pericolo che rappresentano e rappresenteranno i neonazisti (armati e addestrati) non sembra destare preoccupazioni.

Da un punto di vista di classe è interessante notare che né Lavrov né altri ministri hanno speso una sola parola sulla presenza di battaglioni proletari, antifascisti e comunisti tra le milizie popolari delle repubbliche popolari del Lugansk e del Donetsk o sulla collettivizzazione di alcune fabbriche della regione. Queste omissioni non sono per niente sorprendenti: è chiaro che una risposta di classe alla crisi e alla guerra in Ucraina disturbi sia gli interessi del capitale UE/USA sia quelli del capitale russo.

Il presidente della Confederazione svizzera Didier Burkhalter, presidente di turno dell’OCSE, ha chiamato in causa la Russia per i suoi atti “illegali”, dichiarando inoltre che Berna stanzierà altri due milioni di franchi in favore della missione degli osservatori OCSE nell’Ucraina orientale. Di quale carattere saranno queste missioni è ancora tutto da scoprire. È interessante ricordare un fatto piuttosto dubbio riguardante una missione dell’OCSE in Ucraina: verso la fine dell’aprile 2014, 13 persone, tutte appartenenti a Stati della NATO, sono state sequestrate in Ucraina orientale mentre erano a bordo di un pullman dell’OCSE, nonostante nessuna di queste persone fosse mai stata attiva all’interno della suddetta organizzazione. Il capo della delegazione si è rivelato poi essere un ufficiale tedesco della NATO, cosa che fa pensare che questa fosse in realtà una missione della NATO sotto la copertura dell’OCSE. Se si tiene conto di questo fatto diventa difficile pensare che le prossime missioni dell’OCSE avranno un carattere pacifista, diviene invece legittimo immaginare che esse si svolgeranno per architettare la prossima aggressione filo-USA/UE.

Per protestare contro il meeting dei ministri dell’OCSE e contro il carattere filo-imperialista dell’organizzazione, il collettivo “OSZE angreifen” ha organizzato una manifestazione tenutasi venerdì sera nelle strade di Basilea, a cui hanno partecipato circa 1’000 manifestanti. Il Collettivo Scintilla era presente con uno striscione riportante la scritta “SOLIDARIETÀ CON L’UCRAINA ANTINAZISTA. AGGRESSIONI IMPERIALISTE, NATO, NEONAZISTI: NO PASARAN!”. Con esso si è voluto tematizzare il conflitto in Ucraina e dimostrarsi solidali con le tendenze di sinistra e comuniste presenti sul territorio ucraino, oltre che con la resistenza antifascista delle milizie popolari del Donbass.

Risposte “dal basso” come la manifestazione contro l’OCSE di venerdì sono importanti per dimostrare che il fronte tra resistenza popolare e aggressioni imperialiste, che attualmente troviamo in forma acuta nel Donbass, può essere portato anche a qualche passo da casa nostra, se siamo capaci di individuarlo, di organizzarci e di lottare. Non dobbiamo dimenticare che il capitale globale (e tutti i suoi vizietti imperialisti) cresce di giorno in giorno anche sulla nostra schiena e proprio per questo abbiamo il potere di fermarlo. Contro guerra e crisi il nostro compito consiste nel costruire una risposta di classe e avviare un processo rivoluzionario.

CONTRO L’IMPERIALISMO, ORGANIZZARSI E LOTTARE

 

 

Fonti

Articoli interessanti sulla situazione in Ucraina

26-28.12 // UN FIORE CHE NON MUORE PTE. 2

 

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Al CSOA il Molino, il Collettivo Scintilla organizza tre giorni di festa, lotta e controcultura, dove si toccheranno svariati temi e realtà.

Il programma sarà il seguente:


VENERDÌ 26. 12 // LOTTE OPERAIE

10.00 Pratiche di lotta operaia: sciopero, sabotaggio, occupazione, autodifesa ( G. Dunghi)
12.00 Pranzo Popolare
14.00 Presentazione del libro “Scioperi e contestazioni operaie in Svizzera tra il 1969 e il 1979” di Frédérich Deshusses
16.30 Proiezione “L’arte della guerra”, documentario sull’innse di Silvia Luzi e Luca Bellini
19.00 Cena Popolare Benefit Associazione Aiuti alle Famiglie di Vittime sul Lavoro
21.30 Trash Party: Colonna Anti Cultura & Dj Zoccolo

SABATO 27.12 // ANTIREP

14.00 Atelier di Sicurezza Informatica: portate il vostro pc!
16.00 Presentazione e dibattito sulla repressione dei movimenti sociali in Italia
18.00 Film: “Diaz- non pulite quel sangue” (2012, D. Vicari)
20.00 Cena Popolare
21.30 Concerti:

– Mannaja- Punk Rock Lecco
– La Freakmachine- Streetpunk Osogna
– Senza Frontiere- Punk Oi! Milano
A seguire Dj Set ( Ska Rocksteady Oi! Punk Reggae) con Dj Hurly Burly

DOMENICA 28.12 // LOTTE FEMMINISTE

14.00/ 17.00 Lotte di Donne- Parte e particolarità della Lotta di classe con Revolutionärer Aufbau
19.00 Cena popolare kurda
21.00 Documentario: “Primavera in Kurdistan” ( 2006, Stefano Savona)

Vi Aspettiamo Numeros*!

2. 12 // IN SOLIDARIETÀ CON I MARTIRI DI ODESSA

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Il Collettivo Scintilla si unisce alle azione proposte in tutta Italia dalla Rete Noi Saremo Tutto e ricorda l’eccidio del 2 maggio 2014 a Odessa.

Dal sito della Rete  [http://www.noisaremotutto.org/2014/12/02/ricordiamo-con-rabbia-odessa-2-maggio-2014/]:

Il 2 maggio del 2014 costituisce un preciso spartiacque non solo per la storia travagliata della popolazione ucraina, ma per tutti i popoli la cui mai placata sete di giustizia è stata in quel giorno mortalmente annichilita, nonché una tragica conferma della preveggenza del succitato poeta comunista tedesco….

Il 2 maggio ad Odessa, da una provocazione ordita secondo il ben oliato copione delle operazioni false flag, con il più o meno consapevole contributo delle tifoserie di alcune delle maggiori squadre calcistiche ucraine, ne è scaturita una feroce offensiva contro i manifestanti anti-Maidan che lontani dal teatro in cui veniva messa in scena il pretesto per l’attacco subirono un vero e proprio pogrom all’interno dell’edificio in cui avevano trovato rifugio: la Casa dei Sindacati a cui le orde neo-naziste avevano dato fuoco sotto lo sguardo compiaciuto delle forze dell’ordine.

L’indicibile barbarie di cui sono state vittime ufficialmente poco meno di cinquanta persone, in realtà molte di più, che hanno perso la vita in quella circostanza, è stata subito oggetto di una ignobile falsificazione mediatica ad opera dei mass-media occidentali, mentre il tentativo di far emergere la verità storica non ha pressoché trovato spazio nei mezzi di informazione “nostrani”.

Questo episodio risulta uno tra i più gravi eccidi politici perpetrati da uno stato sul “proprio” territorio dopo la seconda guerra mondiale, e deve imprimersi nella coscienza di ognuno al pari della “notte nera” parigina del 17 ottobre del 1961 contro la popolazione algerina residente nella capitale francese, o il bloody sunday del 30 gennaio 1972 a Derry in Irlanda del nord…

In Ucraina, dalla seconda metà d’aprile inizia l’esecuzione della “soluzione finale” della giunta golpista di Kiev prodotta da Euromaidan contro i propri oppositori, siano essi le popolazioni del Donbass che tutti coloro che contrastano il nuovo corso della politica Ucraina dominata da una “coalizione” formata da una cricca di oligarchi e da neo-nazisti.

E da allora la situazione non è cambiata…

Questo prodotto politico confezionato da USA e Europa ci dice molto rispetto al futuro che ci aspetta e che è terribilmente più vicino di ciò che pensiamo, e la memoria ci ricorda che quando un movimento di estrema destra incontra il grande capitale le accelerazioni storiche sono dietro l’angolo. Per questo ricordiamo con rabbia quel giorno e onoriamo i martiri di quella strage, convinti che di fronte alla barbarie imperialista ieri come oggi non bisogna fare un passo indietro, pena l’inevitabile capitolazione ed è questo che oggi ci insegna la resistenza in Donbass.

29-30.11 // PRESENTAZIONE CAROVANA ANTIFASCISTA

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Al fianco delle forze antifasciste. Missione «nelle terre che resistono all’attacco dei nazisti».


Dal 26 al 30 settembre 2014, la Banda Bassotti ha organizzato una Carovana Antifascista in Donbass, nelle Repubbliche Indipendenti di Donetsk e Lugansk, al grido di “NO PASARAN”, contro il governo golpista e neonazista di Kiev.

Il Collettivo Scintilla vi invita a un weekend di incontri con due partecipanti alla carovana, al fine d’ascoltare la loro esperienza e lanciare la campagna fondi per un progetto di documentazione della resistenza del Donbass.

 

Il programma del weekend è quanto segue:

 


SABATO 29 NOVEMBRE (La FABBRICA, LOSONE):

13.00: Pranzo Popolare (Benefit progetto di documentazione della resistenza del Donbass)
15.00: Presentazione Carovana
Dalle 16.00: Musica e convivialità

DOMENICA 30 NOVEMBRE (BAR DAL GIOVAN, OSOGNA):

17.00: Presentazione Carovana
19.30: Cena popolare (Benefit progetto di documentazione della resistenza del Donbass)
( Tutta la serata: Rude Zurito Dj Set Ska, Reggae & Militant)

Vi aspettiamo numeros*!

NO PASARAN!

11.10 // SOLIDARIETÀ CON ROJAVA

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In questi giorni si è spesso letto o sentito parlare degli attacchi terroristi di ISIS (Stato Islamico). Di alcune cose però – forse le più importanti – i media continuano a tacere: il ruolo imprescindibile delle organizzazioni rivoluzionarie curde (PKK – partito dei lavoratori del kurdistan, YPG – unità di difesa del popolo, Rojava) nella difesa del popolo curdo dagli attacchi dello Stato Islamico, la politica progressista ed emancipatoria della regione autonoma del Rojava, la serie di proteste contro il governo turco di Erdogan scatenata dal conflitto e l’instancabile solidarietà internazionale con la lotta del popolo curdo. Sul fatto che la stampa e i media occidentali non facciano parola delle forze in campo che lottano per un tipo di democrazia non imperialista, non capitalista e dal basso, ma preferiscano parlare dell’esercito nazionalista curdo filo-USA di Barzani e degli attacchi aerei USA, non c’è da stupirsi: essi sono egemonizzati dal grande capitale imperialista, che nel conflitto non ha occhi che per l’industria petrolifera.

La città di Kobane, nella zona autonoma del Rojava, situata nella Siria del Nord, è da qualche mese stata presa di mira dallo Stato Islamico che cerca di prenderne il controllo per eliminare il popolo curdo, per mettere mano sulle risorse della regione e per instaurare un regime patriarcale e reazionario. Strenua è stata la difesa curda della città, ma dai primi giorni di ottobre, l’attacco è stato reiterato, con più forza e determinazione. Tutta la popolazione compatta ha imbracciato le armi a difesa della città e si combatte casa per casa, in quella che sembra essere una battaglia impossibile, contro una potenza troppo dura da sconfiggere.

La zona autonoma del Rojava, di cui Kobane appunto è parte, è un primo embrione di una prospettiva rivoluzionaria portata avanti da anni da organizzazioni come il PKK. Nonostante i numerosi tormenti ai quali il popolo curdo è stato continuamente sottoposto, in questa regione si sono potute sperimentare nuove strutture politiche di stampo emancipatorio, ecologista e progressista. Alcuni esempi: tutte le decisioni vengono prese collettivamente, il lavoro è stato riorganizzato in cooperative, la quota femminile nei processi di decisione è superiore al 40%, in tutti gli ambiti si tenta di applicare strutture non gerarchiche, nelle scuole vengono tenute lezioni di ecologia, sociologia, femminismo.

E il mondo circostante? La Turchia, da anni in lotta contro il popolo curdo, ritiene le organizzazioni che lo difendono pericolose quanto lo Stato Islamico, perciò armarle e aiutarle militarmente è fuori questione. Il governo di Erdogan non ha dunque perso l’occasione, pure in questo caso, per indebolire il popolo curdo: offrendo supporto logistico a ISIS, bloccando i confini e arrestando i curdi che hanno tentato di oltrepassare le frontiere. Buona parte di queste morti vanno dunque ad aggiungersi alle migliaia di combattenti e civili curdi assassinati dallo Stato turco. E gli Stati Uniti, l’Unione Europea e tutti quegli Stati sempre pronti a riempirsi la bocca con proclami per la democrazia e i diritti umani? Qualche timido raid quando ormai i miliziani dello Stato Islamico erano già penetrati nella città.

Se fosse successo in un’altra zona, contro un altro popolo, la situazione sarebbe stata ben diversa. Ma i curdi di Rojava, esempio di emancipazione non solo per il Medio Oriente, sono ideologicamente e politicamente troppo scomodi per le potenze imperialiste per essere soccorsi. Una volta di più, i curdi sono la vittima sacrificale da immolare sull’altare degli interessi occidentali. C’è inoltre da ricordare che dal 1997 gli Stati Uniti e dal 2002 l’Unione Europea includono il PKK, l’unica forza in grado di dare un futuro a Rojava e al popolo curdo, nella lista delle formazioni terroristiche.

Se però dall’alto non arriva nessun soccorso, dal basso la solidarietà riempie le strade in tutta Europa. Ad appoggiare PKK e YPG direttamente sul campo di battaglia troviamo alcune organizzazioni comuniste come il MLKP (partito comunista marxista-leninista del Kurdistan e della Turchia). Nel Kurdistan turco e in diverse città della Turchia (tra cui anche Istanbul), la sinistra è scesa nelle strade, ha costruito barricate, ha organizzato scioperi generali e ha dovuto fare i conti non soltanto con la repressione poliziesca e i militanti dello Stato Islamico, ma anche con i cosiddetti “lupi grigi”, milizia privata del partito dell’azione nazionalista (MHP). Ben 14 sono già le vittime (tra i curdi e sinistra) nelle città, colpite a morte dalle armi da fuoco della polizia o brutalmente assassinate da fascisti e militanti dello Stato Islamico. In Germania, Svizzera, Francia, e in altri Paesi si sono inoltre organizzate centinaia di manifestazioni, presidi e azioni di solidarietà, come per esempio il blocco dei binari del treno, l’occupazione degli studi radiofonici e televisivi, la raccolta di soldi per fornire armi a PKK e YPG, ecc.

La lotta per l’emancipazione del popolo curdo e per la difesa delle strutture della zona autonoma del Rojava è la lotta per l’emancipazione di tutte le donne e di tutti i popoli oppressi dall’imperialismo e dalla tirannia, sia essa del capitale o del fondamentalismo religioso. Per questo il Collettivo Scintilla invita la classe operaia tutta, e in particolare le donne, a mobilitarsi per salvare Kobane e fermare il massacro, con ogni mezzo necessario.

Venite numerosi alla manifestazione, che partirà da Piazza Molino Nuovo a Lugano, sabato 11 ottobre dalle ore 14.

 

È inoltre possibile sostenere finanziariamente le organizzazioni in lotta facendo un versamento sul conto postale: 80-017192-8, intestatario: Heyva Sor A Kurdistane Schweiz, Zurigo. Comunicazione: ‘Stop ISIS’.

Solidarietà con YPG e PKK! Morte alla tirannia dello Stato Islamico! Viva la rivoluzione del Rojava!

 

 

20.09 // La solidarietà non conosce frontiere

Dall’Antiracup festival di Lucerna.

La nostra solidarietà non conosce frontiere: libertà per Alfon, Urtzi e Telle!

Grebalariak aske! Libertad detenidxs por luchar!

 

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